la sanità e la scuola, oggetti scontati fino a un anno fa, gli operatori sanitari non sono eroi ma lavoratori, gli insegnanti pure, di Cinzia Pennati

La sanità e la scuola. Oggetti scontati fino a un anno fa. Gli operatori sanitari non sono eroi ma lavoratori. Gli insegnanti pure.

È domenica. La casa dorme. Fuori il tempo è grigio, un po’ come il mio umore. E, immagino, quello di tutti.

Aspetto di sapere che ne sarà di noi e mi aggrappo a certezze a breve distanza. Non riesco a pensare oltre ad un paio d’ore.

Nemmeno la presenza a scuola di domani è una certezza. Una mia amica medica dice che il virus si comporta sempre allo stesso modo e noi in questi mesi, in cui sembrava assopito, non abbiamo fatto quello che dovevamo.

Gli ospedali sono di nuovo a tappo, gli operatori di nuovo in emergenza.

Per non parlare dei pediatri e dei medici di famiglia che hanno quel compito prezioso e complicato di capire, indirizzare e credo siano a tappo.

Il problema, in questa storia, è che noi cerchiamo degli eroi, invece, dovremmo semplicemente dare dignità a uno dei Mestieri ( e ci metto dentro tutti) più difficili del mondo, che è quello di salvare vite.

Invece, paghiamo miliardi i calciatori e adesso (mi vogliano scusare) di loro non ce ne facciamo niente.

Mi sembra, se non sbaglio, che gli infermieri, per tutto il lavoro straordinario nella chiusura abbiamo avuto 200 euro lordi in busta paga!

Siamo un popolo strano. Invochiamo gli eroi, poi, non investiamo nella sanità, nella ricerca, nella formazione e nell’istruzione.

Continuiamo a preoccuparci di più dei lavori legati al profitto che alla cura.

Servono gli uni e gli altri, per carità. Ma senza un medico o un infermiere o qualcuno che ci pulisca il culo quando siamo in fin di vita, noi non abbiamo nulla. Perdiamo la cosa più preziosa che abbiamo, oltre all’esistenza, anche la dignità.

Così, penso a oggi, al Dpcm e spero di poter andare a lavorare domani. Entrare in classe, guardare i miei piccoli negli occhi e fare lezione.

Fare lezione. Sedersi in una sedia qualunque, leggere una storia, insegnare gli articoli mentre cerchi di capire se i loro cuori stiano bene.

La scuola, quell’oggetto scontato fino a meno di un anno fa.

A noi insegnanti, che comunque, rischiamo con 20 marmocchi in classe, ogni giorno un po’, non ci hanno mai chiamato eroi e lungi da me paragonarmi alla categoria ospedaliera che ritengo al di sopra di tutto.

Però, il nostro è lavoro, non è volontariato, ci tengo a ribadirlo e sfiderei chiunque, in questo momento, a capire quali siano le norme giuste da tenere.

Quanto tenere aperte o chiudere le finestre, quando concedere di abbassare la mascherina ecc… possiamo, ad esempio, mettere tutti i segni per terra ( ovviamente a appiccicare scotch sul pavimento sono gli insegnanti), ma i banchi si muovono lo stesso perché dentro ci sono dei bambini o degli adolescenti, non blocchi di pietra.

Eppure, a volte, ho la sensazione che “a noi” non pensi nessuno. Gli insegnanti ( e tutti gli operatori della scuota, non dimentico ATA del EDUCATORI) sono, in questa partita, carne da macello, nessuno pensa a chi è fragile, a chi ha dei famigliari a rischio a casa.

Semplicemente nessuno ci vede come non vediamo i medici e gli infermieri e gli OSE, se non quando diventano eroi.

Questo virus ci ha insegnato che ci sono lavori imprescindibili. Ha cambiato l’ordine delle priorità. Non si può stare senza sanità e scuola. Queste devono essere le nostre fondamenta.

Nonostante io abbia paura, nonostante, ci venga chiesto di aprire le finestre per sanificate l’aria e ci venga chiesto di chiuderle perché i ragazzi o i bambini si prendono la polmonite, nonostante, ogni tanto qualcuno ci ricordi che abbiamo tre mesi di vacanza all’anno ( che non è così), o ci tratti con sufficienza, o pretenda da noi l’impossibilità, la dad, non la dad, metà dad metà no, adatta programmi, trovati connessione veloce ecc…io domani spero di essere al mio posto, nella mia classe, con i miei bambini e le mie bambine.

Perché so, cosa vorrebbe dire spezzare la catena e non permettere alle famiglie ( ripeto soprattutto alle madri) di andare a lavorare.

Restringo la mia vita personale, i contatti, per farlo.

Ma che io abbia la certezza di cosa sia giusto in questo momento, proprio no.

So che la scuola ( almeno la primaria) con gli ingressi scaglionati, il rispetto delle regole ed essendo per lo più di quartiere, è un luogo sicuro.

Lo è per i bambini e le bambine, per noi un po’ meno, mi piacerebbe che teneste conto.

E mi piacerebbe dire a chi ha certezze certe da sfoderare a destra e a manca in questo momento, di tenersele per sé.

Perché la sfida per me, oggi, come insegnante, è quella di andare sul mio luogo di lavoro che non è una piattaforma ma un luogo fisico fatto di persone in relazione.

E il mio mestiere, come quello di medici, infermieri e operatori del settore sanitario, non è una vocazione. È un lavoro e andrebbe non solo protetto e messo al centro della partita, ma andrebbe trattato con dignità.

Spero di essermi spiegata.