accadde…oggi: nel 2012 muore Gabriella Poli, di Carola Vai

GABRIELLA POLI, PRIMA GIORNALISTA A DIRIGERE LA CRONACA DI UN QUOTIDIANO NAZIONALE 

La “Poli”, come veniva chiamata,  laurea in Lettere, scopre la passione per il giornalismo durante la Resistenza. Scrive per la stampa clandestina, mentre fa la staffetta partigiana. In questo periodo perde il fidanzato, ucciso in un conflitto a fuoco. E resta “signorina” per sempre. Finita la guerra, decide di dedicarsi al giornalismo seriamente. Entra come cronista all’Avanti . Sono anni difficili. L’Italia è distrutta. Domina la fame. La ripresa impone enormi sacrifici. Dal crollo del fascismo e il ritorno della pace emerge un incontenibile desiderio di rinascita. C’è un clima effervescente. Torino in dieci anni  vede nascere vari quotidiani.  Oltre “La Stampa” arriva “Stampa Sera”, alla “Gazzetta del Popolo”, si aggiunge “Gazzetta Sera”. Poi giornali di partito (tra cui un’edizione torinese dell’”Unità” con Cesare Pavese e Italo Calvino), e “Tuttosport”. E tanti altri . In questa situazione  Gabriella Poli comincia perfezionarsi professionalmente. Scrive su tutto e di tutto: da quanto viene discusso nei consigli comunali a ciò che capita negli ospedali, da questioni ambientali a incidenti vari. Fino a quando viene inviata a seguire la tragedia provocata dall’alluvione nel Polesine, in Veneto. In una manciata di giorni di pioggia, dal 7 al 14 novembre, un

intero territorio viene sconvolto . Allagamenti, crolli, distruzione, 88 morti, migliaia di persone rimaste senza casa. Gabriella Poli corre da un paese all’altro, ignara della stanchezza, decisa a non farsi sconfiggere dai colleghi mandati da  giornali importanti come “Il Corriere della Sera”, “La Gazzetta del Popolo, “La Stampa”. E’ il 1951. Lei ha 31 anni, ed è alla sua prima occasione professionale importante. Rientrata a Torino, riprende la routine quotidiana. Quattro anni ancora. Poi va a presentarsi a Giulio De Benedetti, temutissimo direttore de “La Stampa”.  Leggenda vuole che De Benedetti si sia lasciato andare ad una sola battuta: “Qui non ho mai avuto donne. Proviamo”.  Sei mesi di prova e lavoro “a testa bassa”.  Finché  arriva il contratto.  Scrive di tutto anche in questo periodo. Anonimamente. Sono anni in cui la “firma” viene concessa dopo lunga esperienza. E la “Poli”  raggiunge il traguardo un decennio più tardi. A consacrarla è la notizia  della separazione di due gemelle siamesi, il racconto dell’attesa, poi dell’intervento  chirurgico, riuscito, all’ospedale Regina Margherita. Dopo  quella occasione ogni suo articolo porta la sua firma.

Tre anni dopo, nel 1967 diventa caposervizio. Lavora in stretta sintonia con Ferruccio Borio. La Cronaca è ancora il settore più importante del quotidiano. I lettori si mostrano appassionati e attenti. Borio ha in comune con la “Poli”,  un passato da partigiano negli autonomi di Mauri. Lei diventa il suo “braccio destro”. Nascono in questo periodo rubriche di enorme successo come “Specchio dei tempi”,  “Nord Sud” sui problemi degli immigrati e tante altre.  Gabriella Poli scrive poco. Corregge, lima, taglia gli articoli degli altri giornalisti. Li rende più agili. E per anni addestra generazioni di cronisti.

Con l’addio di Giulio De Benedetti e l’arrivo al vertice di Alberto Ronchey, il quotidiano concede minore spazio alla cronaca per ospitare maggiormente  fatti importanti dall’Italia e dall’estero. La “Poli” viene inviata negli Stati Uniti. Deve raccontare  Detroit, capitale dell’automobile, città con molte analogie con Torino. Al ritorno in Italia, riprende la frenetica attività. E diventa vice capocronista. A volte scrive. E lo fa così bene da vincere, nel 1972, il Premio Saint Vincent con un’ inchiesta sulle famiglie povere con troppi figli.

Quando Ronchey lascia La Stampa, arriva Arrigo Levi. Cominciano anni insanguinati dal terrorismo. La Cronaca nel quotidiano torinese pur ancora con molto spazio, è relegata alle ultime pagine.  Ferruccio Borio è scontento,  e a settembre 1977 lascia il quotidiano della Fiat . Va a dirigere il Piccolo di Trieste. Tornerà a Torino solo nel 1982 al timone de “La Gazzetta del Popolo”. E’ in questa occasione che Arrigo Levi, sorprendendo tutto il mondo giornalistico italiano, nomina capocronista Gabriella Poli. Il fatto è talmente rivoluzionario da convincere il “Corriere della Sera” a pubblicare un’intervista al nuovo capocronista, destinata ancora oggi ad essere l’unica donna ad aver occupato tale ruolo a “La Stampa”. Pochi mesi, e Levi lascia la direzione. Anche il nuovo direttore,  Giorgio Fattori, non ama la cronaca. Il giornale aumenta le pagine, ma per destinarle agli spettacoli, economia, sport.

Intanto il tempo professionale per la “Poli” volge al termine. Il 30 settembre 1981 la “signorina d’acciaio” lascia “La Stampa”.  Ha 61 anni e mezzo, “alle spalle una vita intensamente vissuta” come scrive Vincenzo Tessandori  .  Al suo posto arriva il suo vice: Sergio Ronchetti, destinato anni dopo a diventare Presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Lei si dedicherà alle sue molteplici curiosità, dividendo molte giornate con la sorella, Elena.  Se ne va senza clamore il 14 novembre 2012, a 92 anni. Per l’ultimo saluto accorrono molti giornalisti, uomini e donne.  Del resto lei pur non essendo mai stata femminista, si batte per le donne. E mai si stanca   di ripetere: “essere donna significa: far fronte alle critiche, assumere posizioni non facili, lavorare, lavorare. A una donna si chiede di più, la si aspetta al varco. La si loda e viceversa. Non bisogna mollare. A muso duro anche con le donne”.

Ma chi era realmente Gabriella Poli?  Statura piccola, taglia 38/40, passo veloce, movimenti agili, ad un’occhiata distratta poteva apparire fragile. Invece aveva un carattere di acciaio ed una resistenza fisica ineguagliabile. La sua durezza e tenacia professionale stupivano e intimidivano.  Indossava abiti semplici, adatti a passare inosservati più che lasciare un ricordo; mentre curava molto i biondi capelli. Non esibiva né gioielli, né monili. Chi ebbe modo di conoscerla sostenne spesso che dietro la corazza celava una gentilezza tutta femminile. “Fu la Poli a darmi il benvenuto il primo gennaio 1969 nel salone della cronaca in quel momento deserto . Affabile, tentò subito di non farmi sentire un estraneo”, ha raccontato  Vincenzo Tessandori.  “Mi accolse  con gentilezza e sapendo che avevo due figli li coinvolse, con mia moglie, in un’avventura legata alle meringhe, dolce alla quale dedicò in quella occasione un ampio servizio giornalistico”, ha aggiunto Renato Romanelli, diventato anche lui una firma del quotidiano. Io che ebbi l’opportunità di conoscerla avendo cominciato a fare la giornalista a “La Stampa”, incaricata da Ferruccio Borio, a inizio  1977,  di fare la corrispondente da 11 comuni della provincia torinese (Moncalieri, Nichelino, la Loggia, Trofarello ecc..) per un totale di 110.000 abitanti, ero spesso intimidita dal suo stile tra il burbero e il determinato. Atteggiamento che nei due anni o poco più di lavoro con lei prima di passare a “Il Giornale” guidato da Montanelli, mi consentirono comunque di imparare molto. Ed anche se non lasciava trasparire tenerezze, aveva uno stile tutto personale per esprimere fiducia verso una persona. Rammento con chiarezza quando mi confidò di avermi dato il suo voto durante un’elezione di Casagit  (Cassa sanitaria nazionale dei giornalisti) dove ero candidata e dove venni eletta. Io , un poco emozionata, ringraziai. Lei rispose: “nessun grazie. Ti ricordo sul lavoro giornalistico e so che agisci con serietà. Ma vedi di non deludermi”.

Donna con un’infinità di conoscenze eppure, secondo Alberto Sinigaglia, firma de “La Stampa” e attuale presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte :“sembrava non avere una vita privata. Spesso aspettava l’ultima ribattuta della notte, fosse all’una o alle due. Chi il giorno dopo arrivava presto, convinto di essere il primo, la trovava con i giornali già letti, magari indispettita per aver intercettato su altri un particolare sfuggito al suo”.