il coraggio di cambiare la nostra storia, di Cinzia Pennati

Il coraggio di cambiare la nostra storia.

Lo sapete cosa succede quando una donna è stanca? A volte nessuno se ne accorge.

Qualcuno professa: i tempi sono cambiati, ora gli uomini aiutano le donne con aggiunta di sbuffo; perché se ti lamenti sei noiosa.

Ecco, appunto, aiutano le donne, quell’aiuto presuppone un carico. Uno sbilanciamento. Ci si aspetta persino gratitudine.

Cosa vuoi di più? Ecco, ri-appunto, che cosa voglio di più?

Vorrei non essere aiutata, vorrei aiutare io. Vorrei essere dall’altra parte e dire: cazzo, ti aiuto! Non vedi che ti ho rifatto i letti, ho portato i bambini al parco, ho partecipato, finalmente, al colloquio delle maestre? E da maestra ventennale vi dico che, a volte, i padri non so nemmeno che faccia abbiano! Li vedo il primo giorno di scuola, qualche festa qua o là e alla pagella di quinta.

Con questo non voglio affermare che siano padri incapaci o manchevoli. Semplicemente portano meno carico familiare e di gestione, grazie ad una società che decide al maschile, progetta al maschile, funziona al maschile.

E se da una parte penso: poveri loro non sanno cosa si perdono, dall’altra, vorrei essere al loro posto. Vorrei essere io quella che gioca la sera mezz’ora con i figli e magari li mette a letto ogni tanto e poi dice: non vedi che ti ho aiutato?

Vorrei essere io quella che non viene data per scontata e non si sente in colpa se non si è ricordata la visita dal pediatra o il questionario da compilare per la scuola o come organizzare o chi invitare alla festa di compleanno.

Vorrei che qualcuno mi chiedesse, come unico compito, di andare a ritirare la torta e me lo ricordasse persino:” Ti sei ricordata di ritirare la torta?” e vorrei traghettarmi alla festa quando il più è fatto o non andarci proprio.

Ma se solo lo scrivo mi sento una cattiva madre, punto. Non ci sono scappatoie. Se non sono presente, se non mi sovraccarico, il giudizio universale mi schiaccia come fossi uno scarafaggio putrido.

La domanda è: ai padri succede di sentirsi in colpa se non ci sono? Se la riunione di lavoro dura oltre l’ora di cena? Forse sentono la mancanza ma non la colpa, questo è certo. Il lavoro li giustifica. Frutto del dislivello di potere. Lo sforzo dovrebbero essere quello di cercare un equilibrio tra le parti.

Lo sforzo di chi? Se proviamo ad azzardare una richiesta, diventiamo femministe noiose, diventiamo quelle che ripetono sempre le stesse cose, diventiamo madri assorbenti, quelle a cui non sta mai bene nulla.

Diventiamo mosche che ronzano.

Ma, a noi, il lavoro ci giustifica?

Dove sei stata fino a quest’ora? Cosa avrete da raccontarvi in ufficio?

A volte, vorrei essere vista. Tutto qui. Vorrei regalare un po’ di colpa e tempo dedicato. Vorrei riequilibrare il potere. Credo che cambierebbe tutto.

Sarei più felice, meno rabbiosa, più sorridente. Riuscirei persino a fare dell’ironia.

Invece, continuo a lottare, dentro alle cene, ai giorni, alle discussioni con gli amici, a volte, persino con le amiche.

Ma io non sono mai quella che aiuta. Non di certo.

Della storia sociale sono la donna, quella che chiede e, adesso, ho smesso persino di farlo. Ovviamente la colpa è mia: Presenza (non lascio spazio) e mancanza ( mi faccio i cazzi miei, sono un’egoista).

A volte perdo per strada l’ironia su certi argomenti, ma non perdo la voglia di cambiarla questa nostra storia. Anche ci volesse una vita.

Non smetto di indignarmi e arrabbiarmi per me, per le mie figlie, per le bambine che conosco e incontro. Non smetto di rovistare nel cassetto per tirare i fuori i desideri.

Non smetto di tenere gli occhi aperti ogni volta che mi viene il tentativo di chiuderli e dire: sai che facciamo? Ti tolgo e mi tolgo un problema: faccio tutto io.

Invece, lavoro sul disequilibrio, dimentico pacchetti sul davanzale, perdo pezzi, cerco di abbandonare il multitasking e ciò che mantiene intatto il sistema patriarcale.

La soluzione non è fare di più: casa, famiglia, figli, lavoro. La soluzione è scegliere che tipo di persone vogliamo essere. Abdicare al ruolo imposto di madri sante.

Scegliere con coraggio di essere le donne che desideriamo. E, anche se non è facile, anzi è un mazzo, perché il gioco è quello dello screditarci continuamente, essere consapevolmente femministe.

Siate dannatamente resistenti e ricordatevi che non siete sole.