natale 2020, un giorno in ospedale, la povertà della sanità pubblica, la paura di morire in solitudine, di Cinzia Pennati

Natale 2020. Un giorno in ospedale: la povertà della sanità pubblica. La paura di morire in solitudine.

Domenica sono finita in ospedale. Una crisi allergica. Lingua gonfia, bolle in tutto il corpo, 112 e corsa in ambulanza. Ovviamente mi sono spaventata moltissimo e ho avuto davvero paura.

È andato tutto bene, però, questa esperienza la ricorderò per molto tempo.

Mentre ero sulla barella, piazzata in quella che in tempi normali era la sala d’attesa in un ospedale della mia città, ho potuto toccare con mano la solitudine profonda di chi sta male, soprattutto, quella degli anziani; la povertà sanitaria a cui siamo costretti e il lavoro immane degli operatori.

C’era una donna di fronte a me, posizionata su una barella da quattro giorni. Aveva la flebo attaccata al braccio, quando andava in bagno doveva portarsi dietro la borsa e l’unico sacchetto in cui aveva un cambio. “Sembro una barbona” mi ha detto.

Mi ha spiegato che era lì per un’emorragia e che era uno di quei soggetti fragili, un cancro qualche anno fa, asportazione della mammella. Abbiamo parlato anche di quel seno, rimasto brutto da vedere, così mi ha detto. “Non c’è capezzolo, non c’è niente, se vuoi ricostruire devi pagare!”.

Sono stata in silenzio e ho pensato alla dignità.

Era tre giorni che non si lavava, perché quella era una sala d’attesa non una corsia. L’unico suo vantaggio era dato dall’età, avrà avuto sì e no 50 anni, riusciva a spostarsi fino al bagno dove c’era l’unica presa disponibile.

Uno dei problemi enormi dei pazienti, era quello di ricaricare il cellulare, in modo da rimanere in contatto con l’esterno e con i propri cari. Chi lo avrebbe mai detto, che, alla fine, ci si aggrappa ad un oggetto pur di percepire la presenza.

La donna aveva un maglione con il collo alto e sopra una felpona, calze spesse, sopra ad altre calze. Faceva freddo, anche io tremavo, ogni tanto, qualcuno, chiedeva una coperta. E le coperte sono arrivate: marroni vecchie, infeltrite, con le fettucce sfilacciate.

Intorno a me un paio di vecchietti, uno di loro non capiva dove si trovava, a tratti diceva che aveva male alla schiena, si scopriva di continuo. Gli infermieri cercavano di tranquillizzarlo, ma si vedeva che erano affaticati. Troppo pochi. Troppe necessità.

Alcune infermiere trovavano parole per spiegare, ripetevano frasi rassicuranti senza sosta: “Non si può alzare, ora viene il dottore, deve aspettare i raggi, stia coricato”.

Una donna, a cui non sono riuscita a dare un’età definita, rimasta sempre sdraiata sulla sua barella, ha pianto più volte, la prima, perché non poteva caricare il cellulare e parlare con i suoi parenti: “Come faccio!Come faccio!” continuava a ripetere, la seconda per dei dolori alle gambe, la terza, perché aveva perso la cannuccia e non potendo muoversi non poteva bere.

Mi veniva da piangere.

Io piano piano mi sono ripresa, erano rimaste le bolle ma la lingua si era sgonfiata, dal freddo ero passata al caldo, un caldo soffocante, ogni tanto c’erano correnti di aria che colpivano tutti quanti.

Una vecchietta dietro ad un pilastro, vicino al distributore del caffè, si lamentava, un lamento straziante, l’infermiera non c’era, così mi sono avvicinata. Avrà avuto ottant’anni, stava male, aveva dei dolori, mi ha chiesto se poteva togliersi il collare che le avevano messo, poi, ha domandato una coperta. È arrivata un’infermiera e si è presa cura di lei per come può fare una persona sovraccarica di lavoro.

Un vecchietto si dimenava, gli è caduto il pappagallo per terra, a pochi passi da un altro paziente. È arrivato un inserviente e ha pulito tutto, poi siccome continuava a dimenarsi, un infermiere lo ha sgridato perché aveva la mascherina tirata giù:” Se la metta bene! qui la gente entra senza il COVID e ne esce contagiato”.

Non so nemmeno spiegare come mi sono sentita.

Arrivavano pazienti, alcuni in sedia a rotelle, altri in barella. Ho visto togliere mutande e mettere pannolini senza un minimo di privacy. “Facciamo quel che possiamo” mi ha detto un inserviente. Non sapevo dove posare lo sguardo.

Ho visto la solitudine degli anziani, persi, dentro al dolore.

Ho visto una sanità fatta di buona volontà, di voci gentili e pazienti, senza mezzi, in cui manca tutto, soprattutto, la dignità di un servizio pubblico che non ha risorse sufficienti.

Non vedevo l’ora di uscire e ho ringraziato di stare bene. Ho ringraziato che stesse bene mia madre e le persone a me care. Ma può bastare?

Quando sono arrivata a casa, la piccola si è fatta un pianto lunghissimo. Era lì quando mi sono tolta la catenina con la pietrina verde che mi hanno regalato al compleanno, lì, quando l’ambulanza mi ha portato via.

Ho pensato alla fragilità in cui si trovano gli anziani ( e non solo) che finiscono in ospedale, a quell’essere soli dentro alla malattia. Ho pensato allo spavento che stanno provando, al senso di solitudine profondo, alla paura di morire così, senza qualcuno che ti tenga la mano.

Mi chiedo se i nostri politicanti, amministratori locali e non, che prendono stipendi da un milione di dollari, quando parlano e si battono affinché non ci siano restrizioni per Natale, abbiamo mai passato cinque minuti in un ospedale pubblico. Forse no, forse loro sanno che se dovesse succedergli qualcosa, avranno una camera con vista in qualche clinica.

Ho parlato con le mie figlie, ho raccontato quanto sia necessario lottare affinché “le cose di tutti” siano una priorità. Gli ospedali, le scuole.

Ho pensato ai vecchietti che ho incontrato quel giorno, agli sguardi cisposi, alle parole perse dentro alla loro mente. Ho pensato a quanto sia inaudito concludere la propria esistenza in questo modo, con pensioni da fame dentro alle tasche, sdraiati su una barella e una coperta vetusta, infeltrita, sfilacciata, appoggiata sul corpo, soli come cani.

Ho pensato che una società è degna di se stessa se protegge i suoi giovani, coloro che costruiranno il domani e ciò non può prescindere dal custodire anche la memoria dei suoi anziani.

Esiste un filo che collega ciò che siamo stati con quello che saremo. Un filo che collega i figli con i loro padri e le loro madri.

Una società che non salva la caducità, i suoi anziani, pensando di riuscire, comunque, a salvare il futuro, è una società già sconfitta.

Gli ultimi tragici eventi ce lo stanno insegnando, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, con la conta dei morti.

Non si tratta di salvare il Natale, ma ciò che siamo e ciò che vogliamo essere come Paese. Si tratta di salvare la nostra umanità, fatta di memoria, ricordi e radici.