Ornella e Sara, non siamo sicure nel mondo, non chiedeteci più di non uscire la sera, di non lasciare un uomo, chiedete agli uomini di non stuprarci, non ucciderci, di Cinzia Pennati

Ornella e Sarah. Non siamo sicure nel mondo. Non chiedeteci più di non uscire la sera, di non lasciare un uomo. Chiedete agli uomini di non stuprarci non ucciderci. – Penny (sosdonne.com)

Quando ho saputo dell’ultimo femminicidio stavo guardando il telegiornale in casa del mio compagno, vicino a me era seduto suo figlio, vent’anni.

È da parecchio che affronto l’argomento con i miei ragazzi, abbiamo creato un gruppo su wp ( tutti giovanissimi a parte me, ex alunni e alunne, figlie, figlie di amiche, amiche e amici delle figlie che bazzicano in casa) in cui affrontiamo temi legati al femminismo, perché voglio credere e sperare che le nuove generazioni maschili siano differenti.

Le ragazze sanno.

Io e lui abbiamo ascoltato il servizio al tg con attenzione: Ornella è la 17 esima vittima ( non so perché i giornalisti parlino di 14 vittime), abbiamo ascoltato delle 12 coltellate alla schiena e al torace, del figlio di 4 anni che assisteva piangendo all’uccisione della madre, della corsa in ospedale, della fuga dell’uomo che lei aveva deciso di lasciare definitivamente da una quindicina di giorni.

Abbiamo sentito che Ornella non aveva nemmeno 40 anni, che era un’insegnante di sostegno precaria e che ha provato a chiedere aiuto alla sorella.

Abbiamo ascoltato attoniti.

Il figlio del mio compagno si gira verso di me e mi dice: “Ma come è possibile tanta crudeltà? Da dove esce tutta quella rabbia?”.

Non faccio in tempo a rispondere che arriva subito un’altra notizia. Siamo a Londra, lei si chiamava Sarah Everard, 33 anni, erano le 21.30 del 3 marzo quando tornando a casa – aveva percorso la strada più lunga perché più illuminata-, è stata rapita e uccisa. È stato trovato l’assassino, è un uomo, un agente di Scotland Yard. Sempre un ossimoro.

Le donne si muovono. Si radunano. Manifestano. Provano a gridare che non si sentono sicure. Non ci sentiamo sicure né qui né altrove nel mondo.

Provano ad urlare che non siamo noi quelle che dobbiamo restare se non amiamo più un uomo, altrimenti rischiamo di venir uccise con ferocia; non siamo noi a non dover uscire di sera, a dover subire restrizioni; non siamo noi a dover cambiare percorsi oppure seppellirci in casa se un uomo ci dà il tormento e non ci lascia in pace. Non siamo noi.

Sono gli uomini a dover cambiare e la cultura sessista e patriarcale di cui sono impregnati. Sono gli uomini a dover ragionare su quella rabbia.

È un mondo che procede all’incontrario questo, in cui vengono arrestate le donne se manifestano per l’uccisione di una di loro, in cui veniamo accusate di provocare gli stupri e la rabbia degli uomini.

Se non si fosse separata, se non fosse stata vestita in quel modo, se non fosse uscita a quell’ora, se si fosse fatta accompagnare, se non gli avesse portato via tutto.

Ecco, la rabbia, la dominazione. Quel bisogno di schiacciarci fino a silenziarci per sempre.

State zitte.

E, allora, mi chiedo perché non si parli, invece, di misure più restrittive per questi assassini, di leggi più efficaci, di pene più severe, di strade più sicure, di rabbia maschile da prevenire attraverso l’educazione.

Mi chiedo perché non siano gli uomini ad essere indirizzati ed educati a comportamenti adeguati, perché le richieste siano rivolte sempre alle donne, come se fossero le donne e i loro comportamenti il problema e non chi le violenta e le uccide.

Il figlio del mio compagno mi ha detto piuttosto sconvolto: “Hai ragione tu, vi stanno uccidendo come mosche”.

Lui si è chiamato fuori, lui non è quel tipo d’uomo, lui si vergogna di far parte di quella categoria, e lo dice.

Lui è un ragazzo, ha 20 anni, ed è dichiaratamente femminista.

Trovo uomini della nostra generazione che fanno ancora fatica a prendere posizione, che balbettano e sudano di fronte alla parola femminismo, che hanno tiepide reazioni di fronte ad un femminicidio.

È dentro a questo vuoto che le donne vengono uccise. 17 donne dal primo gennaio.

Un vuoto che è responsabilità.