accadde…oggi: nel 1997 muore Anita Pichler, biografia tradotta da Donatella Trevisan

Anita Pichler (fembio.org)

Anita Pichler fu la prima scrittrice sudtirolese del dopoguerra la cui fama varcò i confini della terra natìa. La sua opera suscitò molti entusiasmi, ma fu anche oggetto di feroci critiche. “Le reazioni della gente sono contrastanti: o amano il mio libro e il mio modo di scrivere, oppure non lo amano affatto. Raramente i giudizi sono sfumati“, fu il commento della stessa Anita Pichler in un’intervista che apparve dopo la pubblicazione del suo racconto “Die Zaunreiterin” per la casa editrice tedesca Suhrkamp (1986). L’autrice aveva presentato il testo al Premio Bachmann, un prestigioso concorso letterario che si svolge ogni anno a Klagenfurt in Carinzia, e il celebre critico Marcel Reich-Ranicki non si era risparmiato un commento sarcastico, definendo il racconto „un lavoro di stampo artigianale, semplice bigiotteria”. Ma Anita Pichler non si fece scoraggiare, ed ebbe ragione. Sapeva bene che le sue opere non erano catalogabili e nemmeno „piacevoli“ – d’altronde non aveva mai mirato né all’una né all’altra cosa. “Mi sono semplicemente accorta che nel mio caso le tecniche narrative tradizionali non funzionavano.“ In effetti, sia dal punto di vista formale che da quello della ricezione critica, l’opera di Anita Pichler rappresentò una netta cesura nel panorama letterario sudtirolese.

Nei suoi testi Anita Pichler tratta materie prevalentemente storiche (Oswald von Wolkenstein) o mitologiche (Fanessagen, Die Zaunreiterin), immergendole però nel presente e intrecciando i contenuti in una fitta trama poetica che consente una lettura su più piani. La scrittrice si interroga sulle “coincidenze”, ossia su quegli eventi casuali “senza cui nessuna sopravvivenza è possibile“, cerca una lingua capace di esprimere fenomeni percettivi, processi visivi, un idioma in grado di raccontare linee e colori. La sua è una prosa meticolosa e al contempo poetica, in cui nessuna parola è lasciata al caso. „Nella narrazione concreta, nel tratteggio conciso dei caratteri, nell’accenno a situazioni ed eventi Anita Pichler riesce a dar vita ad immagini suggestive e a scorci di prosa assolutamente originali… Anita Pichler ha osato un bel po’, in questo suo primo libro“, scrisse il settimanale tedesco DIE ZEIT a proposito del racconto „Die Zaunreiterin“. Spesso i testi di Anita Pichler ruotano intorno a figure di donne. Ma la letteratura femminile come genere letterario era per lei solo un’invenzione del mercato. In Sudtirolo, fino all’inizio degli anni Ottanta le donne erano praticamente assenti dalla scena letteraria. Anita Pichler aprì loro la strada.

La vita di Anita Pichler fu segnata dal continuo movimento, dagli spazi tra i confini, dalla diversità di luoghi, di lingue e di sistemi politici. Nei suoi testi, forse per questo, affiora costantemente il tema della sedentarietà, ma anche dell’assenza. La scarna opera che ci ha lasciato in eredità nel corso della sua breve esistenza (morì di cancro a soli 49 anni), suscitò una vasta eco ben oltre i confini del Sudtirolo.

Anita Pichler era nata il 28 gennaio 1948 come seconda di tre figlie di una famiglia di commercianti. Visse la sua infanzia e gioventù tra Scenna, una cittadina nei pressi di Merano, e Solda, und piccolo paesino di montagna ai piedi del ghiacciaio Ortles. Compiuti i 16 anni lasciò il Sudtirolo per frequentare una scuola superiore a Trieste, cui seguì una laurea in Slavistica e Germanistica alla Ca’ Foscari di Venezia. Sempre a Venezia, dal 1974 al 1976 lavorò come redattrice presso l’allora piccola “ma molto vivace” casa editrice Marsilio. Nel 1978 ottenne una borsa di studio presso la Humboldt-Universität di Berlino Est, città in cui allacciò stretti contatti con gli ambienti culturali e in particolare con il gruppo raccolto intorno a Heiner Müller. Spinta da una forte ispirazione letteraria, decise di trasferirsi nuovamente a Venezia, dove il suo incarico di lettrice all’Università le lasciava tempo per dedicarsi alla scrittura. Nel 1991 fu la prima fruitrice della borsa di studio „Anno di Berna“ istituita dalla Ripartizione Cultura dell’omonimo Cantone svizzero e svolse per due anni l’incarico di „scrivana ufficiale” nella città bilingue di Biel/Bienne (CH). Durante l’estate del 1995 fu „scrivana“ anche a Villgraten, un paesino del Tirolo Occidentale in cui si organizza una manifestazione culturale molto particolare, la „Kulturwiese“, cui Anita Pichler dedicò molta attenzione.

Anita Pichler

Il profondo rapporto che legava Anita Pichler alla montagna risale alla sua infanzia. Anche da adulta, ogni anno si recava a Solda per effettuare impegnative arrampicate. A febbraio del 1995 Anita Pichler venne a sapere di essere gravemente malata. Decise così di trasferirsi a Bolzano, dove morì il 6 aprile del 1997, attorniata dalle amiche e dagli amici che le erano stati amorevolmente accanto nel suo ultimo tratto di vita. Con le residue forze che le erano rimaste, aveva continuato a lavorare anche nel periodo della malattia, occupandosi, tra le altre cose, della traduzione in tedesco del romanzo „I sassi di Pantalica“ dell’autore siciliano Vincenzo Consolo. “Die Steine von Pantalica” fu pubblicato da Suhrkamp nel 1996. Per sua espressa volontà, il lascito letterario di Anita Pichler è stato messo a disposizione dell’Archivio Letterario della Österreichische Nationalbibliothek, mentre il suo appartamento veneziano è stato affidato alla società austriaca Literar-Mechana, che tra le altre cose provvede ad assicurare sostegno ad autrici ed autori in difficoltà. Prima di morire, Anita Pichler affidò a Sabine Gruber e Renate Mumelter l’incarico di amministrare la sua eredità. La tomba di Anita Pichler si trova a Solda, ai piedi del massiccio dell’Ortles