dentro alla pandemia i ragazzi ci hanno lasciato l’adolescenza e se non li ascoltiamo pagheremo tutti un prezzo altissimo, di Cinzia Pennati

Dentro alla pandemia i ragazzi ci hanno lasciato l’adolescenza e se non li ascoltiamo, pagheremo tutti un prezzo altissimo. – Penny (sosdonne.com)

Mia figlia l’altro giorno mi ha detto: “Quando è iniziata la pandemia avevo 15 anni, i prossimi saranno 17. Ti rendi conto?”.

Mia figlia è un’adolescente. Non ha la sindrome della capanna, esce quando può, anche se la casa è diventato il suo luogo sicuro, il mondo fuori il bosco di notte.

Il tempo dell’adolescenza è quello delle esplorazioni, delle sfide del limite, delle prove di allontanamento, della strada verso il distacco. È il tempo degli amici, dell’identificazione totale con l’altro, del gruppo in cui ti senti parte, degli amori.

La pandemia ha bloccato questo tempo. Chi ha avuto la sfortuna, poi, di viversi il passaggio di ordine di scuola ( medie-superiori/superiori-università) è rimasto fregato. Non c’è stato il tempo per costruire legami e relazioni, le stesse in cui trovano spazio confidenze o scoperte. Le stesse di cui ci siamo nutriti noi quando eravamo adolescenti.

Nell’adolescenza si ha bisogno anche di altri adulti che non siano i genitori. Di persone che siano luogo di approdo e insegnamento. Sospeso anche questo, gli insegnanti dietro ad uno schermo difficilmente riescono ad essere dei punti di riferimento, le attività educative sono sospese, molte attività sportive pure.

Quindi, il tempo si chiude dentro e oltre la Dad, che continua ad oltranza in una specie di dipendenza emotiva da schermo. Il mondo esiste comunque anche se non c’è nessuna sperimentazione dei corpi, nessun distacco e prova di autonomia.

La pandemia è il tempo della dipendenza dallo schermo, dalla famiglia, tutto il contrario di quello che è una “normale” adolescenza, fatta di pianti, crisi, dubbi ma esperienze.

Questo è anche il tempo della morte. Mia figlia la sera prima in cui ho fatto il vaccino, con gli occhi preoccupati mi ha chiesto: “Tu non morirai vero?”.

L’ho rassicurata. Le ho detto che quella era l’unica cosa da fare per superare la pandemia ma ho pensato che alla sua età certe domande non mi balenavano nella testa, la vita delle persone care era, più o meno, una certezza. Più che altro pensavo a uscire con gli amici, a come recuperare un brutto voto, alla prima volta che avrei fatto sesso o mi sarei innamorata, alle amiche, al futuro.

Così, il giorno di Pasqua, prima del pranzo, ho preso le mie ragazze e le ho portate a inerpicarsi per strade e stradine, fino al posto segreto mio e di Alaska, un simil boschetto al riparo da tutto in cui ci godiamo la città dall’alto.

Si sono lamentate per tutta la strada, soprattutto la sedicenne, il suo corpo è sempre costretto e si è stancata subito. Poi piano piano le lamentazioni si sono calmate e le due hanno iniziato a parlottare.

Mentre camminavo mi sono cullata con il loro vociferare allegro e mi sono chiesta come potevo aiutarle come madre a superare questo lungo momento faticoso anche per me che sono adulta e più o meno strutturata.

La risposta è che non ho trovato risposta, a volte, le spingo a muoversi, altre, cerco di uscire per lasciargli degli spazi, compro libri e parlo del futuro. Cerco di non sminuire la loro stanchezza quando me la manifestano, né ciò che provano.

Navigo in acque scure e improvviso. Ecco, come madre, per me questo è il tempo dell’improvvisazione, perché tutto ciò che succede fuori, compresa le oscillazioni dei dati e della paura, si riflette dentro alla nostra famiglia.

Sento dire spesso che sono ragazzi, che hanno ancora una vita davanti e che se la caveranno. Lo credo anch’io, credo che ce la faranno, ma se sminuiamo il loro sentire e se continuiamo a vivere la pandemia e la sua risoluzione in modo adultocentrico, il prezzo che pagheranno sarà molto alto.

Io quel prezzo alle mie figlie non lo voglio far pagare, né vorrei che lo pagassero i figli degli altri. Quando le cose andranno meglio mi piacerebbe che ci ricordassimo che dentro alla pandemia i nostri ragazzi ci hanno lasciato l’adolescenza. Quel periodo così delicato e importante nella crescita dell’identità.

Mi piacerebbe pensare a loro sul serio, anche se non sono produttivi, anche se non hanno voce e non sono parte dell’elettorato.

Mi piacerebbe pensare a loro come investimento in termini di felicità.