accadde…oggi: nel 1830 nasce Giuditta Tavani Arquati, di Cinzia Dal Maso e Antonio Venditti

Un’eroina trasteverina: Giuditta Tavani Arquati (specchioromano.it)

Nella storia di Roma antica e recente si distinguono numerose figure femminili che hanno partecipato con fermezza e coraggio al complesso fenomeno culturale della guerra. Tra le eroine rinascimentali, non si può dimenticare Giuditta Tavani Arquati, della cui tragica morte è appena caduto l’anniversario.

Era nata a Roma nel 1830 e visse a Trastevere, dove sposò nella chiesa di San Crisogono Francesco Arquati, di umile condizioni, da cui ebbe molti figli. A causa di ristrettezze economiche, la famiglia fu costretta a trasferirsi a Venezia in cerca di lavoro, ma tornò ben presto a Roma.

I convulsi avvenimenti del 25 ottobre 1867 sono efficacemente narrati nel suo recente volume “”Donne e Guerra. Dire, fare, subire” (Elsa di Mambro Editore, 300 pagine, euro 19,90) da Fiorenza Taricone, docente di Storia delle Dottrine politiche e di Pensiero politico e Questione femminile presso l’Università di Cassino.

“Nella fabbrica di Giulio Ajani alla Lungaretta, capo delle cospirazioni di Trastevere, quaranta patrioti fra cui l’Arquati, accompagnato dalla moglie e un figlio, si erano riuniti per organizzare una rivolta”, riferisce la Taricone.

Purtroppo ci fu una spiata. L’edificio fu circondato da trecento tra zuavi e gendarmi. “I patrioti, asserragliati, presero le armi e Giuditta prestava aiuto soccorrendo i feriti, porgendo le munizioni. Quando, invece dell’intervento di altri patrioti sopraggiunsero rinforzi zuavi – prosegue – la sorte dei combattenti fu segnata e durò fino a che, mancando le armi, i soldati entrarono abbattendo la porta”. Fu l’inferno: i cospiratori che non erano riusciti a fuggire vennero barbaramente trucidati. Giuditta, raggiunta da numerosi colpi d’arma da fuoco, vide il marito e il figlio Antonio, appena diciassettenne, trapassati da colpi di baionetta con tale foga da bucare il muro dietro di loro. I carnefici quindi si accanirono su di lei e la finirono penetrando con le lame più volte nel ventre che conteneva una nuova vita.

Terminato il massacro, gendarmi e zuavi si sedettero alla mensa preparata da Giuditta e brindarono alla vittoria, in mezzo a tutto quel sangue e ai cadaveri orrendamente trucidati.

La tragedia rimase a lungo nella mente dei romani. Ne fu testimone il patriota Alberto Mario, che si trovava a Roma il 25 ottobre del 1870, nella ricorrenza del terzo anniversario. “Fino dal mattino – ricordava – la casa Ajani n. 97 in via della Lungaretta era fastosamente addobbata a lutto con damaschi neri a fettoni fimbriati in oro. Nel mezzo dell’addobbo sorgeva un busto naturale di donna ancora giovane con aspetto e forme di matrona antica; aspetto e forme che ancora si ravvisano nelle donne trasteverine. Sotto al busto, un’iscrizione; e più sotto, altre tre. Corone di fiori di lauro pendevano intorno. Tutta la via della Lungaretta era cosparsa di foglie d’alloro. Da tutte le abitazioni sventolavano bandiere tricolori. La porta principale della casa Ajani stava aperta. La gente v’entrava, visitava gli appartamenti e ne usciva per una porta laterale che mette in altra contrada. Il giorno 25 non meno di settantamila persone furono a quella casa, ed altrettante nei giorni seguenti: Io ci andai due volte ed era una interminabile processione di pedoni e di carrozze, alcuna delle quali anche di principi romani. Al vespero del 25 accorsero in corpo l’associazione dei reduci delle patrie battaglie in colonna di cinquecento, le rappresentanze dei quattordici rioni portando bandiere a bruno e tre bande musicali che accrescevano la mestizia universale con musiche funebri”.

La ressa era tale che Alberto Mario riuscì a entrare nella casa solo il 29 ottobre. Ne riportò un’impressione fortissima: “dove giacquero trucidati la Giuditta e il marito e il figlio sorgeva una croce in marmo vagamente scolpita, dono dei marmisti di Roma: sulla parete pendevano corone di fiori e di sempreverdi appese dai visitatori. Vedevansi nell’intonaco della parete i buchi fatti dalle baionette nel passar da parte a parte i corpi di quei gloriosi infelici e la parete spruzzata di sangue e larghe macchie sanguigne sul pavimento. Simili buchi e macchie e colpi di palla proprio al basso della parete presso al pavimento si vedevano anche nella stanza vicina. Nel mezzo della quale alzavasi un tumulo ove leggevasi i nomi di tutti caduti. Il colore tetro degli apparati, le corone, le iscrizioni, i segni orrendi di quella tragedia e l’immagine viva della donna sublime, stringevano il cuore”.