quando i/le nostri/e figli/e smettono di fare domande le cercano in rete o in solitudine, di Cinzia Pennati

Quando i nostri figli smettono di fare domande. Le cercano in rete o in solitudine. – Penny (sosdonne.com)

Del dolore non se ne parla, neppure della tristezza. Non si parla ai bambini delle cose dei grandi e quando saranno grandi non sapranno che fare della loro tristezza e delle loro paure.

Il pensiero comune è che non li si deve traumatizzare con storie di povertà, di sofferenza di dolore, che siano nostre o di altri.

I bambini fanno domande, ne fanno tante. Dio esiste? Che cosa è la felicità? Io morirò? Tu e papà non vi separerete mai? Cosa è successo?

Le domande dei bambini spesso non hanno l’attenzione degli adulti: non pensarci ora, vai a giocare...cosa vuoi capire tu che sei piccolo…E può capitare che si garantisca certezza quando certezza non c’è: io e la mamma staremo insieme per sempre…non moriremo prima di te…

Sono le stesse domande che da adolescenti, se non diamo dignità, i nostri figli impareranno a celare, a tenere per sé, a cercare in rete. Ed è lì che troveranno risposte sommarie, non mediate, superficiali.

Penso alla sessualità, alle dipendenze, alla chiusura. Penso al senso dell’esistenza, a ciò che è giusto e ciò che non lo è. Alla rappresentazione del potere e del successo, alle scelte-guadagni facili, alla fatica ridotta in briciole, ai “guru” che presentano ricette pronte.

I bambini sono gli stessi che ascoltano gli adulti mentre parlano, gli stessi che ascoltano le notizie al telegiornale quando crediamo che stiano giocando, che percepiscono i linguaggi non verbali di chi gli sta intorno, che leggono le scritte sui muri, sulle pubblicità, che captano un discorso sui social o delle immagini come se avessero antenne speciali.

Captano pure le nostre preoccupazioni così.

Vivono il mondo insieme a noi.

Dovremmo dedicare tempo a quelle domande curiose e attente intorno all’esistenza, e farlo già da quando sono molto piccoli. Non sottovalutarle, non liquidarle con superficialità.

Non è necessario conoscere tutte le risposte, possiamo dirgli che abbiamo bisogno di tempo per informarci, che anche gli adulti possono essere impreparati, perché si è in crescita sempre, e possiamo anche osare sull’incertezza della risposta.

Non è in questo modo che si perde autorevolezza ma così che la si conquista.

A volta quando le mie figlie mi fanno domande importanti e mi spiazzano, mi prendo del tempo o ammetto che non sono sicura della risposta e che ho bisogno di pensarci.

Quel tempo serve a me, ma anche a loro per lasciare che le domande scendano in profondità e ne richiamino altre, a volte, in quel tempo, trovano le risposte in piena autonomia, altre le cerchiamo insieme.

Non mi sento meno educante quando mi mettono in crisi o quando sono incerta, penso di fornire alle mie figlie la possibilità di non stare in superficie, di non accontentarsi di risposte rapide.

A me non preoccupano le loro domande, non mi preoccupavano quando erano piccole, anche se alcune ancora mi imbarazzano o sono di difficili risposte. Ogni tanto mi chiedono ancora: tu non morirai vero?

Quello di cui dovremmo preoccuparci, invece, è quando i nostri figli smettono di farle queste domande. Smettono di chiedere e di imbarazzarci.

Smettono di cercarci e di cercare.

Smettono di affidarsi.