accadde…oggi: nel 1845 nasce Anna Vertua Gentile, di Michela De Giorgio

Vertua Gentile Anna (150anni.it)

Al nome, così virtuosamente ottocentesco, non si accompagna un
ritratto che pure esisterà. Anna Vertua nacque a Dongo nel 1850
e fu sollecitata a tentare l’esperienza letteraria dopo il
matrimonio con Iginio Gentile, professore di storia antica
all’Università di Pavia, col quale aveva scambiato versi
martelliani che non restarono un segreto sentimentale fra i due.
Furono stampati. Dal pigmalionismo maritale che le mise la
penna in mano, nacque Anna Vertua Gentile, scrittrice
fecondissima che (con la un po’ meno fluviale Tommasina Guidi)
è da annoverare fra le scrittrici italiane più popolari fra Otto e
Novecento.
Incoraggiò le lettrici a precoce ragionevolezza su fidanzamenti e
matrimoni, alla sopportazione eroica del nubilato (ma suggerì
mestieri compensativi e maternità spirituale alternativa),
all’istintivo altruismo in un mondo famigliare spesso in caduta
sociale senza appigli di sorta, frequentemente luttuoso, decimato
da morti precoci, con parenti serpenti, matrigne, patrigni, cugine
invidiose, nonne avarissime.
La sua fanciulla romanzata (ricca, povera, urbana, rurale,
contessina, mae stra) è spesso florealizzata: dal mondo subisce affronti come «una pianta in piena fioritura sopra
cui sia passata la brina distruttrice» (Angolo romito, romanzo, del 1918). Dopo il colpo crudele rifiorisce,
candidamente liliale o trepidamente rosacea. Vertua Gentile è imbevuta (non sappiamo quanto
consapevolmente) della cultura dei fiori ottocentesca che Michelet per primo, con prodigioso assortimento,
incarnò nel corpo femminile.
Oltre i racconti con intento educativo per l’infanzia e la gioventù, i galatei – Come devo comportarmi, L’arte di
farsi amare dal marito – le novelle patriottiche, scrisse soprattutto romanzi d’amore. La sua iniziale simpatia per
il femminismo si manifestò nella collaborazione alla rivista La Donna di Gualberta Alaide Beccari, da cui si
distaccò scegliendo una linea più moderata.
Linea dopo linea, Anna Vertua Gentile scrisse il suo femminismo negli oltre centocinquanta titoli della sua
produzione letteraria. Una buona cartografia dei sentimenti femminili di fine Ottocento. Nei galatei c’è anche la
faticata ascesa delle giovani italiane verso i più liberi diritti comportamentali. In quelle pagine, le ribelli
frettolose, le paralizzate dalla morigeratezza, trovarono antidoti letterari alle loro giovinezze ugualmente
malinconiche o accigliate senza ragione.
Vertua Gentile, a piacimento, offriva Montaigne («non amo né stimo la tristezza») o Voltaire «Qui n’a pas l’esprit
de songe, de songe a tout le mal heur», e dal suo solito giardino coglieva il fiore specchio dell’immusonita, «il
pallido e malinconico bucaneve che si piace della bianca, gelida solitudine» (Come devo comportarmi? 1897). Più
di ogni aggettivo, il fiore, qui il fiore smorto e senza profumo, le sembrava la perfetta conclusione narrativa,
l’interpretazione più esatta di un carattere e di un’età. Educata alla religione tardottocentesca del «volere è
potere», l’indomita scrittrice, di cui immaginiamo la messa in atto del «nulla die sine linea» in accordo rigoglioso
ad un ferreo ordine della giornata, detestava l’indolenza come il peggiore dei vizi.Ma alle donne troppo attive, per esempio a quelle con l’ambizione di diventar scrittrici, mise le briglie. Ammoniva
che se proprio non potevano resistere alla smania di scrivere («qualche volta la smania viene dal sentimento del
dovere e dal desiderio di fare del bene»), dovevano guardare all’arte solo come «a un accidente, a un
ornamento». Ma per Anna Vertua Gentile l’arte fu (anche) quella deprecata “necessità della vita”.
Perso il marito, si trovò a dover produrre libri a più non posso, a dover accettare incarichi di ispettrice scolastica,
a dirigere riviste per ragazzi. Dopo la morte in età adulta dell’adorato figlio Tullio, continuò a scrivere con
maggior fervore. Sotto il segno propiziatore dell’editore Hoepli raggiunse quella fama che sconsigliava alle donne
(«L’affezione devota è da preferirsi alla fama»).
Quando smise di scrivere, oltre l’inventiva si erano disseccate le risorse economiche. L’editore Hoepli, con pietosa
menzogna, pagò per lei la retta dell’Istituto delle Savine a Lodi, fino alla morte, nel 1926. Riuscì a farle credere
che quel denaro rappresentava il ricavato della vendita dei suoi libri. La moralista del focolare domestico era
stata anche preveggente, fare della letteratura – aveva scritto – è mettersi sotto una «povera lacera bandiera che
porta a caratteri sbiaditi la frase: Struggle for life».