il successo scolastico dei/lle figli/e non è sinonimo di saper abitare una vita felice, di Cinzia Pennati

Il successo scolastico dei figli non è sinonimo di saper abitare una vita felice. – Penny (sosdonne.com)

Ci preoccupiamo sempre che i nostri figli o i nostri alunni abbiano dei buoni risultati scolastici, a volte, sembra che il successo scolastico sia l’unico strumento che possa riconoscerli di fronte al mondo.

Come insegnante ho incontrato bambine e bambini e poi adolescenti e ragazzi/e con grandi capacità che hanno conseguito risultati scolastici ottimali, alcuni di loro, però, alla fine, non sono stati in grado di aderire all’esistenza, affettiva, relazionale e sociale.

Ci preoccupiamo spesso di ciò che i nostri figli e i nostri alunni sanno fare, delle competenze raggiunte e lodiamo chi persegue le eccellenze, senza domandarci invece se i nostri ragazzi e le nostre ragazze sanno “essere”.

Perché dentro alla vita è questo che conta. Saper essere.

Non ci preoccupiamo se sanno interrogarsi e soprattutto affrontare l’esistenza. Se sono davvero capaci di abitare una vita felice.

Eppure dovrebbe esserci chiaro che il talento non basta e nemmeno lo studio, ho visto ragazzi talentuosi disperdere il proprio dono dentro storie di incapacità affettive ed emozionali.

Crediamo che insegnare le varie discipline e impilare conoscenze possa bastare ai nostri figli per stare al mondo, possa bastare ai nostri alunni per costruire il loro futuro, ma non è così.

Questi due anni dovrebbero averci insegnato molto, ad esempio, cosa valutare.

Dovremmo tener conto quando, come insegnati, compiliamo la scheda e quando, come genitori, la riceviamo, la capacità di adattamento e di superamento delle difficoltà dei nostri ragazzi/e, perché, saranno queste due azione nella vita che li salveranno.

Mi dispiace, invece, verificare che continua ad esserci una scissione tra competenze richieste dal nostro sistema scolastico e, spesso, anche famigliari, e quella che è la capacità di affrontare l’esistenza e la capacità di essere felici.

Nella valutazione dei nostri figli e dei nostri ragazzi, insieme alla matematica e alla lingua italiana, dovrebbe contare quell’abilità di “saper essere” delle nuove generazioni, così indispensabile alla sopravvivenza in situazioni come quella che si sono trovati a vivere negli ultimi due anni.

Non mi preoccuperei troppo dei programmi persi o lasciati indietro, perché quelli, in qualche modo si possono recuperare. Non cambia la nostra esistenza se sappiamo più o meno cose, mi preoccuperei dei silenzi, dell’incapacità di relazionarsi con l’altro, della perdita di tutta quell’attività sociale così indispensabile per la loro crescita.

E tutti noi dovremmo tener conto, quando compiliamo o leggiamo una scheda, della capacità dei nostri alunni o figli di “essere stati” dentro alla sospensione dell’esistenza, dentro all’insicurezza e alla perdita.

Se riuscissimo a farlo, se solo ci avvicinassimo a ciò che gli serve davvero per costruire la loro identità e il loro futuro, probabilmente molti voti si ribalterebbero, molti giudizi sarebbero sospesi, molti danni sarebbero evitati.

In fondo, la verità, è che dentro alla nostra incompiutezza, di fronte ad una pandemia, loro sono dei sopravvissuti.

Per lo meno, quelli che sono rimasti, perché, vorrei ricordare che una parte di loro è sparita dietro ad uno schermo e chissà se mai tornerà.

Chissà se i nostri bambini/e, ragazze/i saranno in grado di perdonarci, la nostra risposta meritocratica al sapere come panacea di tutti i mali, per quello che noi “grandi” non siamo stati capaci di affrontare.

Il mio è un appello accorato a tutti quei docenti che fanno della scuola un luogo di accoglienza dell’essere e a quei genitori in grado di guardare oltre una scheda, specchio per le allodole.

Non è con quella che i nostri figli sapranno abitare una vita felice.