scrivere e leggere libri, di Loredana De Vita

Writing and Reading Books – Writing Is Testifying

Non sono un recensore per mestiere, recensire libri non è il mio lavoro, ma recensisco tutti quei libri che leggo, che studio e che mi lasciano dentro qualcosa di sé mentre stimolano il mio pensiero e mi interrogano su me stessa e al contempo mi inducono a interrogare la mia realtà.
I libri che non mi colpiscono, o quelli che trovo non sufficientemente significativi non li recensisco, come non recensisco quelli che trovo falsi, studiati a tavolino senza che ci sia lo stigma dell’originalità del pensiero di un autore/autrice. Evito di parlarne poiché il mio obiettivo non è giudicare un libro o meno, ma offrire a chi mi legge non solo la rotta per una maggiore conoscenza del processo e progresso del mio pensiero, ma anche un’occasione condivisa per confrontarsi su pensieri e parole che rendono più interessante e arricchisono ogni pensiero, anche quando posso non condividere pienamente l’opinione di chi ha scritto quel particolare libro, purché sia evidente l’onestà intellettuale di quel pensiero e di quella ricerca.
Per questo vale la pena recensire libri, per diffondere la centralità del pensiero e trasformarla in possibile condizione di accoglienza e dialogo.
Quando recensisco un libro è sempre per amore di libertà e cultura; a qualcuno che me lo chiede, infatti, rispondo sempre che conservo per me la libertà del mio pensiero e, di conseguenza, della mia eventuale recensione. Non mi interessa distruggere un libro, ma costruire cultura, confronto, dialogo.
Eppure, ci sono dei libri che ti strappano la rabbia dentro!
Rabbia per l’incompetenza, per le contraddizioni, per la poca competenza linguistica e compositiva che accompagna certi libri distruggendo il valore della parola e la sua possibilità di essere un’occasione per chi desidera confrontarsi e pensare.
Ci sono libri talmente vuoti di senso che la prosopopea del linguaggio adottato li rende addirittura incomprensibili. Un linguaggio aulico per raccontare il nulla, un linguaggio elevato e colto ma pieno di strafalcioni grammaticali che neanche un ragazzo del biennio si consentirebbe. Un linguaggio forbito che si attorciglia su se stesso senza, però, né capo né coda, consentitemi, vi chiedo scusa per l’espressione poco arcana, un linguaggio che si masturba nella presunzione di dare piacere solo a sé stessi.
Allora, viene voglia di gridare al mondo la falsità di quel libro, la cattiva cura delle parole e attenzione per il lettore; viene voglia di gridare nome e cognome e titolo, poiché non si tratta di una questione di gusto o di punto di vista, ma di onestà e fedeltà alla parola, di legame e di ponte da costruire tra chi scrive e chi legge. Allora, si erge tutto il desiderio di imporre la propria competenza letteraria dovuta ad anni di studio e approfondimenti continui della letteratura, la storia, la sociologia, la psicologia, la narrativa, la filosofia e anche le materie scientifiche per imparare ad acquisire un linguaggio più tecnico in talune situazioni… e vorresti spezzare quel circuito di nonsense, di luoghi comuni, di copia e incolla, di vita senza spessore e senza cura per la parola e per il lettore, ma ricca solo della pienezza di sé.
Allora, ti domandi, come sia possibile trattare temi così importanti e che, leggendo la biografia dell’autore dovrebbero essere di sua propria competenza, senza onestà e senza garbo, senza rispetto per la condizione umana. Ti accorgi, allora, di quanto menzognero possa essere l’uso della parola nella mente di chi non cerca relazione con l’altro, ma la inventa per poter meglio parlare di sé, dire a se stessi e solo a se stessi della propria bravura e del proprio ego senza che questo sia reale ed effettivamente riconosciuto. Vale la pena arrabbiarsi tanto? Sì, perchè è illegittimo l’uso della parola ridondante per sostenere l’insana ambizione di esibire sé stessi anche se si è privi di contenuti e privi di sguardo verso l’altro. Sì, perché nella scrittura deve esserci un patto di lealtà con il lettore e con la vita, un accordo di onestà profonda e di auto consapevolezza che consenta di esprimere anche la propria fragilità e vulnerabilità nella pienezza del proprio essere, ma consci di essere una parte e solo una parte del mondo.
Ecco, allora, senza fare nomi e citare testi, voglio solo ricordare di essere leali nella scrittura, di dominare l’ego che fuorvia e dare spazio alla verità anche quando è dura, anche quando costa fatica. Scrivere non è mettere una dietro l’altra belle parole per fare effetto, scrivere è il sudore della fronte del proprio lavoro onesto.