la figura femminile nella medicina, di Ilde Piccioli

Metrodora | Silphion (marcovalussi.it)

Il ruolo della donna, fin dall’antichità era deputato a mantenere il buon funzionamento della casa ed il dialogo Economico dello storico Senofonte, discepolo di Socrate, ne è testimone,  indicando molto bene l’ambito di conoscenze e competenze , riservato alle donne.

In età ellenistica ad Atene ed Alessandria esistevano università in cui le donne potevano insegnare e seguire insegnamenti. Per i Romani invece la situazione della donna era molto diversa e difficile e già  a partire dal momento della nascita il padre poteva, se desiderava, non sollevarla dal terreno su cui la levatrice l’aveva posata e  perciò farla morire.

Alle fanciulle erano riservati studi generali, mentre la Vestali, Sacerdotesse della antichissima dea Vesta, che ne custodivano il tempio, mantenendo sempre acceso il fuoco, ricevevano istruzione in campo scientifico, conoscendo erboristeria e farmacologia. Nell’alto Medioevo, la trasmissione della cultura era quasi esclusivamente orale, basata sull’esempio, il consiglio o imitazione di saperi concreti. I conventi maschili e femminili erano un luogo di elaborazione e trasmissione della conoscenza.  e solamente nel IX secolo ci fu una laicizzazione della cultura ed la creazione di  strutture educative pubbliche.

Per secoli, il divario culturale fra i sessi fu consistente, conferendo alla donna un ruolo di subordinazione e limitazione, in seguito col concilio di Trento e l’introduzione della clausura si scoraggiò definitivamente qualsiasi tipo di autonomia, studio e ricerca ,sia delle monache ma anche di tutte le donne.  Dal 1500 in poi inizia la” caccia alle streghe, mentre dal 700′ in poi si preparavano le bambine ad una vita faticosa dedicata al lavoro domestico ad approntare cibo, abbigliamento e riscaldamento, per tutta la famiglia.

” Le fanciulle hanno bisogno fino dagli anni più teneri di essere avvezzate a quel contegno tranquillo e posato che tanto è favorevole alla modestia e alle grazie, ed è necessario dar loro fin da principio abitudini che le rendano sedentarie”

questo è quanto veniva consigliato nell’800, per quanto concerne l’educazione femminile. Dobbiamo arrivare agli inizi del’900 per trovare una presenza abbastanza significativa di donne che potevano studiare e frequentare le università, non senza problemi e conflittualità e a tutt’oggi non è stata ancora raggiunta la completa parità.

Questo è quanto avveniva in generale, ma se andiamo a guardare il campo medico, e curativo, possiamo notare che fin dalla preistoria le donne erano dedite alla raccolta di frutti e radici, per il sostentamento e la cura del proprio clan, perciò, grazie alla loro esperienza nel campo delle piante medicinali e velenose, commestibili e non, misero anche le basi della botanica e della medicina.

Attraverso l’uso del fuoco, con la cottura, fu poi possibile trasformare chimicamente le sostanze e ottenere medicamenti e cosmetici, da usarsi in cerimonie religiose e danze rituali.  Sempre le donne svilupparono l’agricoltura, conservando le sementi, selezionando cereali selvatici e facendo esperienza di coltivazione ed uso di piante, sia come alimenti che come farmaci. Nei popoli antichi, in campo medico, la presenza femminile è stata sempre particolarmente  significativa, le donne erano per tradizione guaritrici e levatrici.

Ad Atene operò Agnodice, che travestita da uomo, studiò medicina ad Alessandria e sotto mentite spoglie esercitò l’arte medica, acquisendo enorme fiducia fra le donne dell’ariostocrazia, a tal punto che la salvarono dalla condanna a morte , quando fu poi scoperta la sua vera identità sessuale.

Per i romani la donna ideale era rappresentata dalla dea del silenzio Tacita Muta; questo sta ad indicare il ruolo attribuitole in quell’epoca, ma soprattutto in quale considerazione era tenuto il sapere femminile.

Nella realtà il sapere della donna era fortemente temuto dagli uomini e veniva osteggiato, ne sono di esempio i diversi processi che videro numerose matrone imputate di aver fatto uso di “venena”, cioè medicamenti. A testimonianza di ciò si ricorda il processo che si svolse attorno al 180 a.C. in cui vennero condannate a morte 2000 donne.

Tuttavia l’assenza degli uomini per la lunghe campagne militari, permise alle donne una maggior indipendenza  economica e di conseguenza una maggior autonomia, sia a livello psicologico che sociale e questo permise a molte donne  di sviluppare una conoscenza più approfondita in diversi ambiti culturali, in particolar modo in medicina. Si ricordano Metrodora, Cleopatra, la chirurga ginecologa Aspasia e altre ancora.


Di Metrodora si conserva tuttora un trattato di medicina alla biblioteca Laurenziana di Firenze.

Il centro della cultura mediterranea in tale periodo era Alessandria d’Egitto, con la sua famosa scuola il Museion, dedicato alle Muse, patrone delle arti e delle scienze. Lì vi aveva anche sede la famosissima biblioteca che raccoglieva tutti i testi prodotti fino ad allora e che fu poi distrutta in seguito, ad opera degli Arabi.

Molti studiosi di quell’epoca insegnarono a questa scuola contribuendo a renderla famosa in tutto il mediterraneo, a questo polo culturale partecipò, nel I° sec. d.C.,  anche Maria L’Ebrea la più importante alchimista dell’antichità. Di lei restano un testo dal titolo Maria Pratica e alcuni frammenti delle sue dissertazioni.

Il suo operato teorico-pratico, ha  costituito le basi dell’alchimia occidentale e i fondamenti della chimica moderna. Si occupò della formulazione e manifattura di farmaci, cosmetici, profumi, e si devono a lei l’invenzione di tecniche di laboratorio, apparecchiature sperimentali per la distillazione e la sublimazione, alcune delle quali tutt’oggi in uso, come ad esempio il bagnomaria “balneum mariae“, recipiente a doppia parete, nella cui intercapedine, è presente acqua ,utilizzato per il riscaldamento graduale ed uniforme di sostanze. L’importanza che le donne ebbero in quel periodo, viene messa in risalto dal fatto che i lavori alchimistici venivano in generale denominati “Opus mulierum” (opera femminile).

Abbiamo però pochi documenti scritti del lavoro da loro svolto, perchè dette conoscenze erano tramandate oralmente da donna a donna e spesso, quando lasciavano materiale scritto, usavano o nomi maschili o pseudonimi di fantasia.

In seguito nel periodo medievale, dai monasteri emersero molte donne erudite soprattutto badesse, come la naturalista e filosofa Ildegarda di Bingen.

La vita monastica rappresentava all’epoca una valida alternativa al matrimonio, e per molte famiglie ricche, anche la possibilità di non disperdere il patrimonio; in più nei conventi le donne avevano l’opportunità di accedere ai testi presenti nelle biblioteche e di conseguenza anche  istruirsi. Successivamente con il crescente sviluppo economico, i conventi divennero inadeguati come centri di cultura ed incapaci di rispondere ai bisogni di una società che stava espandendosi.

Nacquero così nell’XI sec., i primi centri laici di istruzione, le “Universitas Studiorum“, quali Bologna e Salerno, ed in seguito  Parigi ed Oxford. Solo gli uomini erano ammessi a frequentare questi studi, eccezion fatta per l’Italia dove si hanno notizie di donne che insegnavano e frequentavano alcuni corsi, ed in particolare alla Scuola Medica di Salerno.

Si ha notizia di una cospicua presenza di donne che esercitavano la professione medica, con una formazione extra-accademica, molte volte si affiancavano ai medici laureati alle università, in un rapporto spesso conflittuale. Per gli uomini gli studi prevedevano molta teoria, ma avevano poca dimestichezza con la cura degli ammalati, mentre le donne avevano una formazione pratica sotto la guida di altre professioniste esperte. Vi furono degli ambiti medici esclusivamente di competenza femminile, come l’ostetricia e la ginecologia, ma anche nella cura dei “mali dell’anima”, le donne furono le prime operatrici, per questo si possono considerare anche pioniere della psicologia. Farmaciste e cerusiche erano organizzate in corporazioni, mentre guaritrici e levatrici, disponevano di metodi contraccettivi, procuravano aborti , davano assistenza alle donne durante la gravidanza  e  parto, effettuando anche parti cesarei.

In Italia venne mantenuta la presenza di donne di medicina ,così come era tradizione anche in epoca romana e Trotula e le Mulieres della scuola Salernitana ne sono l’esempio, infatti Salerno ,che a quei tempi era un centro di scambio  commerciale conosciuto in tutto il mediterraneo ,rappresentò il primo centro di cultura non controllato dalla Chiesa e la prima Università europea, ma soprattutto, aveva la peculiarità di essere aperta anche alle donne.

Poco si conosce di Trotula de Ruggiero, discendente di un antico e nobile casato, e come tale ebbe la possibilità di frequentare le scuole superiori e di specializzarsi in medicina. Visse a Salerno intorno al 1050, sposo il medico Giovanni Plateario da cui ebbe due figli che seguirono la stessa professione dei genitori.

Lasciò parecchi trattati di medicina, soprattutto in campo ginecologico e dermatologico, dimostrando approfondite conoscenze della scuola di Ippocrate e di Galeno. Raccolse gli insegnamenti di sette grandi maestri della Scuola, nel testo De Agritudinum curatione ed insieme al marito ed i figli scrisse un manuale di medicina. Inoltre elaborò un trattato sulla cura delle malattie della pelle, conosciuto come Trotula minor, nel quale descrive rimedi per l’igiene del corpo e da consigli su come migliorare lo stato fisico con massaggi e bagni, per questo si può  considerare una anticipatrice della naturopatia. Ebbe idee innovative per quanto riguarda l’approccio preventivo alla salute,consigliando un corretto stile di vita, una sana alimentazione e soprattutto per quell’epoca una adeguata igiene del corpo.

Nel suo trattato di cosmesi De ornatu mulierum fornisce ricette su come curare e tingere i capelli, combattere l’alito cattivo e sbiancare i denti, depilarsi, togliere le borse sotto gli occhi, truccare viso e labbra. I suoi studi in campo ginecologico ed ostetrico, furono notevoli, e soprattutto nella trattazione degli argomenti non vi era nessun accento moralistico, cosa inusuale per quei tempi. Si occupò di malattie sessuali, di sterilità ricercando le cause, non solamente nella donna ma anche nell’uomo, contrariamente a quanto era affermato all’epoca.

Studiò nuove metodologie per rendere il parto meno doloroso e per il controllo delle nascite. Tutta questa mole di lavoro fu di molta utilità alle donne che ricorsero alle sue cure e divenne parte della tradizione popolare; i suoi scritti furono anche usati come testi classici presso le maggiori scuole di medicina fino al XVI° sec. Sono arrivati a noi diversi documenti di poco successivi all’epoca di Trotula, che parlano di lei come donna rinomata nell’arte medica a Salerno, sono documenti che provengono da diverse parti dell’Europa. Questo sta a significare quanto ampia fosse la sua fama.

Un altro suo testo, “De passionibus Mulierum Curandarum“, conosciuto successivamente come Trotula major, venne trascritto ed utilizzato fino al XIX sec., ma nel corso del tempo venne attribuito ad un fantomatico medico “Trottus”, così come avvenne anche per altri testi scritti da donne.

Alcuni storici cercarono di negare l’autenticità dei suoi testi, obbiettando che una donna non poteva aver scritto testi così importanti ,ma contrariamente a ciò,alla fine dell’ottocento, l’opera di Trotula  fu pienamente riconosciuta grazie, agli studi di ricercatori italiani.


Troviamo all’incirca nella stessa epoca ma questa volta in Germania, una figura molto importante ed eclettica che, per la peculiarità del suo lavoro, è tuttora attuale. Si tratta di Ildegarda di Bingen, che nacque nel 1098 in Sassonia, da una famiglia aristocratica e dall’età di otto anni fu chiusa in convento, dove la zia Yutta era badessa. Pur non avendo ricevuto un insegnamento sistematico,studiò in parte sotto la guida della zia ed in parte come autodidatta, divenne una donna di grande cultura che conosceva bene  sia il pensiero medievale, che quello antico, reintrodotto in occidente tramite la cultura araba.

Di salute cagionevole, trascorse molto tempo a letto a causa di numerose malattie ed in quei frangenti ricevette molte visioni, che tenne nascoste fino all’età di 42 anni, ma che trascrisse nei suoi trattati mistici. L’autenticità delle sue visioni fu esaminata in seguito, da una commissione papale e quando il papa Eugenio III, nel 1147 pronunciò il riconoscimento ufficiale della chiesa, divenne una figura pubblica e nota in tutta Europa. Ildegarda fu una donna autorevole ed impegnata sia sul piano politico che culturale, fu spesso in contrasto con il clero della chiesa cattolica, fondò il monastero di Bingen, in Germania diventandone poi badessa. La sua personalità fu straordinaria, soprattutto se pensiamo all’epoca in cui visse, resta la più celebre fra le religiose e le  scienziate medievali.

Spaziò dalla medicina alle scienze naturali, alle composizioni musicali, e alla pittura: Ildegarda non rivendicò mai una ispirazione autonoma delle sue opera,  ma preferiva definirsi “il piccolo messaggero di Dio”.

Produsse molti testi: una cosmologia inclusa nel Liber Scivias e nel Liber Divinorum operum, il Liber vitae meritorum, terzo libro di visioni, nel quale Ildegarda rappresentò una discussione fra vizi e virtù, che ritroviamo poi alla base della sua  concezione medica. Fu la prima donna a comporre brani musicali sacri, raccolti sotto il nome di “Symphonia harmoniae celestium revelationum”. Famose sono anche le sue lettere a vari destinatari, in cui Ildegarda trattò di diversi argomenti, soprattutto in riferimento a richieste di consigli di ordine spirituale.

Scrisse inoltre un’opera di argomento medico Causae et Curae ed un compendio di scienze naturali Physica, in cui sono riportate moltissime piante, animali ,pietre e metalli e le indicazioni delle loro proprietà curative. Ildegarda conosceva l’arte medica di Galeno e quella praticata nei conventi medievali ed era una famosa guaritrice e dotata di poteri miracolosi. Morì all’età di 81 anni, e sebbene non sia mai stata canonizzata, la chiesa ha concesso che sia onorata come una santa.

La sua intuizione scientifica può considerarsi di straordinaria modernità, infatti elaborò una visione terapeutica che preannuncia da vicino quella della medicina olistica. I suoi “rimedi” sono basati sulla teoria dei temperamenti, sul caldo e sul freddo, sull’umido e sul secco, e su un bilanciamento rispetto ad una carenza o ad un eccesso di sostanza. Alcune delle sue intuizioni, se non tutte sono tuttora utilizzate.

 

Intuizioni e visioni per la salute dell’essere umano

 

Ildegarda vedeva l’essere umano come parte di una relazione ecologica, afflitto  però dal “male di vivere” che lo poteva isolare pericolosamente e farlo ammalare.

In questo dunque possiamo vedere a sua attualità, che si esprime nella visione

della malattia come rottura dell’equilibrio fra corpo e spirito: l’uomo si ammala quando, quando è in conflitto con se stesso e con gli altri, quando subentrano emozioni negative come la rabbia, l’odio e la paura.

Salute e malattia dipendono quindi dall‘equilibrio tra corpo e Anima.

Secondo Ildegarda la guarigione avviene non solo tramite la tecnica o la medicina, ma occorre restaurare l’equilibrio interrotto , lavorando su se stessi, col perdono e con la consapevolezza dei propri stati d’animo: in pratica lavorando su ciò che ha  causato la disarmonia. Senza un risveglio e lo stimolo di questi poteri, che lei chiamava “virtù”, la guarigione non può verificarsi.

La parte centrale del suo pensiero ruota intorno alla Viriditas o energia vitaleintesa come rapporto tra l’uomo – con le sue riflessioni e le sue emozioni – e la natura, preziosa alleata per guarire dalle malattie.  La Viriditas riassume la nozione universale di salute, di prosperità e di bellezza, ciò che i latini chiamavano integritas (integrità) e i greci holon (il tutto).

Inoltre Ildegarda anticipa le indicazioni della recentissima medicina di genere, personalizzando la posologia del rimedio, a seconda che ad assumerlo fosse un uomo o una donna.