cari/e prof, non fate pagare ai/lle ragazzi/e la pandemia e l’incapacità della scuola, di Cinzia Pennati

https://sosdonne.com/2021/09/20/cari-professori-non-fate-pagare-ai-ragazzi-la-pandemia-e-lincapacita-della-scuola/

Primo giorno di scuola. In una classe di un liceo qualunque di una città qualunque, un professore si siede, apre il registro, rivolge lo sguardo ai ragazzi e dice: “Ricordatevi che quest’anno non verranno regalati i voti come negli ultimi due anni, vi dovrete conquistare tutto”. Poi apre il libro e detta sei pagine di appunti su Sant’Agostino.

Altra situazione, altro liceo. Una professoressa entra in classe, si siede, apre il registro, guarda i suoi alunni e dice: “Bene, da oggi in poi è finita la pacchia”.

Terza media, la professoressa fissa gli alunni e dice: “Lunedì verifica di matematica, vi ricordo che quest’anno si boccia”.

Nessun come state, come vi sentire. Niente, solo libri aperti e pagine di dettati, ognuno la sua materia, come se le discipline fossero mondi lontani.

Potrei raccontarne mille di storie del genere come potrei raccontare di quei professori che si fanno in quattro per mantenere in piedi la scuola pubblica, ma sono i primi a cui mi rivolgo.

È a loro a cui vorrei ricordare che i ragazzi sono passati dentro a due anni di pandemia, vorrei ricordare che la scuola, in questo tempo, nonostante le promesse, non è stata in grado di rinnovare se stessa e che la Dad ha fatto solo emergere con più forza i limiti e le carenze.

Vorrei ricordare che i ragazzi del tempo sospeso non hanno colpa e che l’hanno brutalmente subito, che molti di loro hanno perso lo slancio verso la vita e la fiducia nelle istituzioni, molti si sono persi da qualche parte e nei banchi non siedono più.

Vorrei ricordare che in questi due anni il sistema scolastico non ha modificato se stesso ma ha solo riprodotto il proprio metodo attraverso lo schermo, rinunciando alla parte più importante: la relazione.

Le classi hanno sempre gli stessi numeri e, a parte il distanziamento e le mascherine e il personale che manca, non si sente parlare d’altro. Non certo di innovazione.

Il problema è che questi ragazzi si siederanno nei soliti banchi, con le finestre spalancate, i muri scrostati, regole ancora rigide, il compagno un po’ più in là, l’ansia del futuro e dei docenti che sembrano incazzati con loro.

Come se non fosse bastata la Dad, l’isolamento, i morti, la paura.

Da oggi in poi, i ragazzi che sono sopravvissuti, si dovranno preoccupare del mezzo voto regalato lo scorso anno e dovranno dimostrare di essere fedeli e servili ad un sistema scolastico che continua a considerare metodi punitivi garanzie di un buon insegnamento.

Ovviamente non si può generalizzare ed è vero che gli insegnanti hanno molte classi e molti alunni tanto che, a volte, non riescono nemmeno a ricordare tutti i nomi.

Ma è pur vero che finalmente i nostri ragazzi sono tornati in presenza e stanno riprendendo in mano, non senza fatica, la propria vita.

Ed è pur vero che hanno perso due anni di esistenza e di istruzione autentica e se ci sono delle colpe, quelle sono solo le nostre. Del sistema, della società performante, delle promesse sulla scuola non mantenute.