mollate i/le figli/e ai padri e pure il controllo, disseppellite il desiderio, di Cinzia Pennati

https://sosdonne.com/2021/10/25/mollate-i-figli-ai-padri-e-pure-il-controllo-diseppellite-il-desiderio/

Sono sempre più convinta che le nostre esistenze siano un grande casino, personalmente mi è chiara la responsabilità del sistema patriarcale e sempre più evidente le nostre responsabilità individuali.

Cerco di spiegarmi meglio. Il sistema ci fotte ma noi ci facciamo fottere. A volte siamo così colluse che non ci rendiamo conto di avvallarlo.

Da una parte stiamo male e sappiamo che le nostre giornate fanno acqua da tutte le parti perché il carico mentale e fisico è stratosferico, dall’altra ci accomodiamo dentro alla zona confort del patriarcato, che poi non è altro che quella che conosciamo e quella che- DA SEMPRE-ci chiede di essere.

Siamo così incastrate nel ruolo di mogli e soprattutto di madri che non sappiamo più dove stia di casa il desiderio, la realizzazione personale e le aspirazioni.

È appurato che la cura è ancora distribuita in modo disuguale e invece di rimandare al mittente e attuare comportamenti di destrutturazione e di condivisione del carico, cosa facciamo? Non solo ci affanniamo a tenere tutto insieme ma stringiamo i nostri figli dentro alla morsa del controllo.

I nostri figli occupano tutto lo spazio possibile e ci occupiamo di loro anche quando potremmo demandare, ad esempio alla scuola. Nelle chat solleviamo questioni su argomenti di cui non dovremmo preoccuparci, il cambio di riga del quaderno, quante volte si lavano le mani, quante volte usano l’eserciziario, se mangiano la frutta ecc…Ma davvero siamo indispensabili con questi nostri interventi?

E quando crescono, il nostro controllo rimane immutato: il voto, quell’interrogazione, la gara…

Quanto bisogno abbiamo di controllare la vita dei nostri figli, convincendoci di proteggerli, per non mettere mano alla nostra? Quanto abbiamo bisogno di riempirci la vita di figli?

Figli che devono raccontarci per filo e per segno quello che hanno fatto quando non sono con noi, di cui prendiamo le difese senza che loro ce l’abbiano chiesto. Figli per cui perdiamo il sonno se falliscono, per cui interveniamo senza sosta rendendo a loro le cose sempre più semplici e a noi sempre più complicate.

Andiamo a dormire pensando che abbiamo fatto quello che dovevamo per ricevere la corona del riconoscimento sociale e anche maschile. Del marito, delle altre madri, delle nostre madri, del vicino di sopra e di sotto. Che non si dica che non abbiamo fatto abbastanza!

È ovvio che non è tutta colpa nostra, troppo facile scaricare la responsabilità su di noi quando il sistema ci mette tutto sulle spalle, ma esiste una responsabilità individuale? Possiamo fare qualcosa per cambiare le nostre esistenze e dare un contributo per la vita di tutte?

Credo di sì, credo che dovremmo iniziare a demandare la cura, iniziare a scrollarci i figli di dosso e a rinunciare al controllo. Rinunciare al ruolo che ci vuole “tutte madri” e non ci protegge e riconosce come donne.

Mollarli ai padri quando ci sono e prendersi del tempo ricominciandogli a dare un senso, magari oltre il lavoro- per chi lo ha!-

Che facciano pure e che sbaglino! Noi siamo madri dei nostri mariti, spesso lo dimentichiamo.

È da tempo che ho iniziato a diseppellire il mio desiderio, quando mi viene da controllare le mie figlie, come il mio corpo ( pensate alla magrezza) o il mio cuore, cerco di mollare la presa. Non è facile- PER NULLA- ma l’abitudine aiuta, anche quella di rinunciare ad essere vista come una buona moglie e una brava madre.

L’ho già detto: se molliamo sul controlliamo, se demandiamo, se ci prendiamo cura di noi e del nostro desiderio, i nostri figli non ci ameranno di meno, ci capiranno, perché la nostra libertà dà respiro alla loro.

La libertà di non dover essere, dover raccontare, dover raggiungere uno status di riconoscibilità sociale e culturale. Di dover comporre o tenere insieme il quadretto da mettere in mostra alla fiera delle famiglie cuore.

La libertà di potersi occupare della propria felicità e non della nostra.