La traccia del pescatore, di Roberta Castelli, Golem edizioni 2020, recensione di Daniela Domenici

Ho voluto seguire le “tracce” di Roberta Castelli, questa straordinaria giallista siciliana che ho appena “incontrato” con il suo thriller più recente “Il delitto di via Etnea”
e sono “arrivata” a questo suo splendido giallo di tre anni fa, “La traccia del pescatore”, che, come il precedente, ho letto in un giorno, che mi ha fatto sorridere ininterrottamente per la superlativa ironia che lo pervade e innamorare profondamente del suo commissario Vanedda che ha scelto di rimanere a lavorare in Sicilia, nel paese immaginario di Lachea (che si trova sul mare di Catania…), nonostante le infinite difficoltà che incontra quotidianamente, non ultima la sua omosessualità.
Castelli, anche in questa sua prima opera, riesce a descrivere la sua (e mia) Sicilia in modo appassionato sia inserendo spesso frasi in dialetto catanese, perfette, che descrivendo le tante prelibatezze tipiche di quella zona (slurp!) che, infine, per aver contestualizzato la storia durante la festa della patrona, Sant’Agata, a febbraio: bravissima!
In questa primo libro Vanedda deve indagare sull’autore/rice di un omicidio e su di una strana sparizione; ci riuscirà anche grazie all’aiuto del suo ex prof del liceo, suo vicino di casa, al suo variegato e collaborativo staff (qui l’ironia di Castelli raggiunge il top…), al suo intuito e alla sua caparbia ostinazione.
Commoventi le pagine dedicate alla storia privata di Vanedda con Gerlando e struggente il capitolo finale, un vero coup de theatre: complimenti di vero cuore, Roberta!