grande meraviglia, di Viola Ardone, recensione di Paola Naldi

https://ragazzedimezzastagione.wordpress.com/
Meraviglia è il cognome del medico coprotagonista di questa storia, ma la “meraviglia” rappresenta il modo in cui la protagonista, Elba, guarda al mondo in cui vive.
Siamo nel 1982 ed Elba è una quindicenne che si trova in manicomio, il Fascione, dove è nata e dove era stata rinchiusa la madre Mutti, per motivi mai chiariti.
“Il mezzomondo è la casa dei matti, ci stanno i cristiani che sembrano gatti: non hanno la coda, non sanno miagolare, però sono gatti. Gatti da legare.”
Separata forzatamente dalla mamma, fa di tutto per stare in manicomio, nella speranza di riabbracciarla, ma non la trova. Si ostina ad aspettarla, non credendo a chi le dice che sia morta.
Elba racconta con meticolosità l’ambiente del manicomio, le persone che lo popolano, con i loro nomi e soprannomi- Gilette, Nonna Sposina, la Nuova, Mastro Lindo, Lampadina, Riccioli d’Oro. In una specie di diario, Diario dei malanni di mente, tiene conto delle cure riservate alle pazienti, delle loro reazioni, del rapporto tra il personale sanitario e i cosiddetti matti. Molte le donne finite rinchiuse perché “irregolari”, fuori dagli schemi.
“Ognuna è spaiata qua dentro, siamo bambole rotte che non vale la pena di riparare. Dài retta a me, che al mezzomondo ci sono nata e cresciuta, come un panda allo zoo che ho visto in un documentario sul terzo canale. Pazza la mamma, pazza la figlia, pazza tutta la sua famiglia.”
Elba sa di non essere pazza, ma l’unico obiettivo è ritrovare la mamma, che la accarezzava, le insegnava tante cose e le cantava filastrocche. Lei era il suo mondo, il suo punto fermo.
Mandata nel mondo esterno, ha sperimentato il collegio delle suore, spesso insensibili e crudeli. Anche qui la realtà è tutt’altro che facile: ci sono suore violente, suore che fumano di nascosto e suore sessualmente attive, nonostante il voto di castità. Sembra a Elba che la follia sia ovunque. Il manicomio le pare l’unico posto in cui vivere.
Dice: “Noi matte siamo piante con le radici in vista, le dico, tutto quello che è sotto si vede da fuori: se abbiamo fame ne abbiamo troppa, se non ne abbiamo non mangiamo più, se siamo contente cantiamo e balliamo, se siamo tristi è come se fossimo morte da un pezzo. Se abbiamo un sospetto è già diventato realtà, se abbiamo paura, la paura è una porta spalancata sul vuoto. Se abbiamo voglia di parlare, le parole diventano un fiume, come me in questo momento. E se non ne abbiamo più voglia, allora punto e basta”.
Analizza le diverse forme di patologia, in genere collegate a rapporti distorti nell’ambito sociale o familiare.
A capo di questo Mezzomondo abbiamo il dottor Colavolpe, legato a vecchi sistemi di cura, con elettroshock e abuso farmacologico.
La legge Basaglia è stata approvata da 4 anni, ma al Fascione nulla sembra cambiato.
A un certo punto arriva un dottore del nuovo corso, Fausto Meraviglia, sognatore, egocentrico, che propone nuove alternative e sconvolge l’ordinata gestione del centro. Lui vorrebbe riportare alla realtà quei pazzi che pazzi non sono. Crede nell’autodeterminazione, in un ambiente che distrugge le individualità, nella funzione delle parole e dell’accoglienza. Si appassiona alla vicenda di Elba e decide di “adottarla”. La porta a casa propria, la spinge a studiare e a trovare un proprio posto nel mondo. Cerca di prospettarle una vita diversa da quella del manicomio, ma non riesce a staccarla dall’idea di ritrovare sua madre. Elba si sente destabilizzata in un mondo libero, ma anche pieno di contraddizioni. Il suo unico affetto è la madre. Per trovare se stessa alla fine deve liberarsi da chi cerca di indirizzarla in modo troppo pressante.
La seconda parte del romanzo ci porta nel 2019, quando il dottor Meraviglia ha 75 anni, solo e disilluso, deve fare i conti con figli che ha trascurato, una moglie che lo ha lasciato e soprattutto il fatto che Elba se ne sia andata e non abbia più fatto sapere nulla di sé. Vive di ricordi e di rimorsi: si sente sfiduciato verso gli ideali che hanno condizionato tante sue scelte.
Il sogno di avere chiuso il manicomio si è scontrato con una libertà per molti diventata piena di insidie.
Un romanzo a due voci, con un linguaggio che lascia intravvedere qualcosa di magico anche in un ambiente così deprivato.
Tutto è raccontato in modo lieve. Non c’è un confine netto tra follia e normalità, secondo l’autrice, perché si deve uscire dalla tendenza a catalogare le persone. Un libro sulla libertà, nel luogo più chiuso che ci sia: la libertà è una scelta di coraggio.
“I mica-matti odiano i matti, li chiudono nel mezzomondo e qui non ci vogliono mettere piede, neanche nei giorni di visita perché, sotto sotto, hanno paura che non li facciano uscire mai piú. Tutti quelli che dànno fastidio nel mondo di fuori li portano qua, perché sono brutti, perché sono cattivi e perché sono poveri. I ricchi non sono mai pazzi, e se sono pazzi li mettono in clinica, in mezzo alle loro comodità. Una Nuova arrivata prima di te era stata ricca, poi era diventata povera e cosí da esaurita si era trasformata in pazza, perciò era finita qui. È piú comodo tenere tutti i difettosi in un unico posto nascosto, cosí nessuno li vede e non esistono piú. Come dice quella pubblicità: Viavà, e la macchia se ne va.”
Importante rivisitazione di un aspetto della nostra storia, che riguarda gli ultimi, i marginali, i non visti, soprattutto le donne internate da chi ne aveva la potestà, per liberarsene. Le donne considerate trasgressive, erotiche, loquaci, potevano essere rinchiuse per tutta la vita.
Quella di Elba è una voce ingenua, innocente, curiosa di tutto, mentre quella dello psichiatra diventa sempre più inconsistente, deluso da una vita in cui ha commesso molti errori, puntando tutto sul lavoro.
“Essere capaci di cambiare qualcosa è un po’ come essere liberi.”
Questa storia è un invito a riconoscere l’altro, il diverso, a mettersi in ascolto, senza giudizio.
Interessata all’argomento ho letto le opere di Tobino, (Le libere donne di Magliano e Per le antiche scale) vissuto per anni all’interno del manicomio di Maggiano (Lucca) come psichiatra e che ai malati di mente ha dedicato le proprie forze morali e spirituali. Lui era contrario alla legge Basaglia, perché diceva che la sua vita era “lì, che i pazzi erano i suoi simili” e che “la cupa malinconia, l’architettura della paranoia, le catene delle ossessioni esistono anche se si chiude il manicomio”. Confrontando i testi di Tobino con il romanzo della Ardone, ho potuto constatare la precisione della scrittrice nella descrizione dell’ambiente del manicomio e analogie nella realistica presentazione dei malati, soprattutto delle donne.
Un libro che fa riflettere, in questi giorni in cui si ricorda Basaglia, perché l’11 marzo 2024 è il centenario della sua nascita. Il suo sogno si è scontrato con la realtà di scelte politiche che non hanno adeguatamente finanziato i centri alternativi al manicomio, lasciando spesso soli i “malati” e le loro famiglie.
Viola Ardone (Napoli 1974) insegna latino e italiano al liceo. Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato i due best seller Il treno dei bambini (2019) e Oliva Denaro (2021), tradotti in tutto il mondo, e Grande meraviglia (2023).