dove sono le scuole di Gaza? editoriale di Giusi Sammartino

Editoriale. Dove sono le scuole di Gaza?

Carissime lettrici e carissimi lettori,
la scuola è iniziata, ormai dappertutto. Ma non nella Striscia di Gaza. Le porte delle aule scolastiche non si sono aperte per i bambini e le bambine di questa martoriata lingua di terra. Per loro e per i ragazzi e le ragazze più grandi è il secondo anno di assenza dagli studi. In quel brutto 7 ottobre del 2023 la violenza ha fermato anche la cultura e ha seminato solo altra violenza e morte.
L’inizio delle lezioni nella Striscia era previsto per lunedì scorso, ma i giovanissimi e le giovanissime di Gaza hanno dovuto fermare il loro desiderio di sapere e ai più piccoli e più piccole questa guerra non ha dato neppure la possibilità, come è per loro un diritto inalienabile, di imparare «a leggere e a scrivere e a far di conto». Un diritto all’istruzione scritto nella Convenzione dell’Onu per i diritti dell’infanzia.
A Gaza non si va a scuola perché spesso l’edificio scolastico è sparito sotto i bombardamenti o perché, quelli restati in piedi, sono usati come rifugio per chi è rimasto senza casa. «Molti bambini hanno iniziato a lavorare per aiutare le famiglie, e gli studenti universitari hanno dovuto rinunciare a borse di studio o scambi culturali già confermati — scrive in proposito il Post spiegando la situazione attuale —. Secondo l’Unicef — continua — il 9 settembre scorso nella Striscia di Gaza 45mila bambini di 6 anni avrebbero dovuto iniziare le scuole elementari, e altri 625mila avrebbero dovuto frequentare le classi successive […]. Education Cluster, un gruppo di lavoro che riunisce varie organizzazioni umanitarie tra cui l’Unicef e Save the Children — ci informa ancora il Post — ha detto che oltre il 90 per cento degli edifici scolastici a Gaza è stato danneggiato dai bombardamenti: quasi tutti risultano inagibili, e potrebbero volerci anni per ricostruirli. Molte scuole erano gestite dall’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite che assiste i profughi palestinesi».
Proprio dall’Unrwa sono arrivati i progetti per tamponare questo problema ulteriore che colpisce i giovani e le giovani palestinesi: «I bambini a Gaza sono traumatizzati e scioccati — ha affermato Scott Anderson, direttore dell’Unrwa a Gaza — stiamo lanciando oggi il programma di ritorno all’apprendimento per aiutare i bambini ad affrontare la situazione e a essere semplicemente bambini. Darà loro spazi sicuri per giocare, imparare, crescere, riunirsi con vecchi amici e crearne di nuovi. Nella sua prima fase, l’Unrwa amplierà le attività di supporto psicosociale in corso, concentrandosi su arte, musica e sport, oltre a sensibilizzare sui rischi degli ordigni esplosivi».
Le voci dei genitori esprimono al Post il sollievo dato da questi aiuti internazionali ai loro figli e figlie (quelli rimasti/e in vita!): «Sento che i miei figli stanno tornando a una parte della loro vita che hanno perso. Questa è una buona occasione per i miei tre figli di fare attività ricreative. Hanno visto abbastanza miseria e hanno bisogno di divertirsi». Così parla Rodina, una sfollata madre di tre figli, che vive in un rifugio a Nuseirat, nella zona centrale di Gaza.
Nella seconda fase, il programma passerà a includere attività di apprendimento informale, con lezioni di lettura, scrittura e matematica. Reem è un ragazzino di dieci anni, sfollato più volte. Reem esprime tutta la felicità e la voglia di andare a scuola: «La mia casa è stata distrutta e la mia famiglia è andata a Rafah — dice —, ora siamo a Khan Younis. La mia tenda è vicino a questo rifugio. Sono venuto per partecipare alle attività ricreative non appena ho saputo che questo programma era attivo. Sono così felice di aver incontrato i miei amici e insegnanti». Così i ragazzini e le ragazzine di Gaza ricevono un’istruzione che diventerà formale solo quando la situazione lo consentirà. «Per questo motivo — ha concluso Anderson — Gaza ha urgentemente bisogno di un cessate il fuoco immediato e duraturo per il bene dei bambini e del loro futuro». Non è cosa da poco, facile da fare!

I ragazzini e le ragazzine sono anche altrove vittime di razzismo, soprattutto se figli e figlie di immigrati/e. Pur non come i giovanissimi e giovanissime che vivono i tristissimi e lunghissimi momenti di guerra a Gaza o in Ucraina, altro territorio di guerra da cui tanti/e sono dovuti scappare o hanno subito violenza. Né dobbiamo dimenticare la situazione delle ragazze afghane e iraniane vittime sempre di decisioni feroci contro la loro libertà di istruzione.
È accaduto, anche se si vuole camuffare la notizia per non farla apparire come mossa da razzismo, in una cittadina sul litorale del Lazio, a Fondi, in provincia di Latina, dove vivono con le famiglie, e quindi con i loro bambini e bambine, tanti immigrati (molti sono uomini) impegnati, spesso sotto la mannaia del caporalato, nel lavoro dei campi, tra la raccolta di pomodori e verdure, con una vita non facile. Chi dimentica la triste storia, capitata proprio da quelle parti, al giovane sikh abbandonato dal suo datore di lavoro (che è stato arrestato) davanti casa dopo aver perso il braccio amputato nei campi in un macchinario evidentemente non in sicurezza? Si chiamava Satnam Singh, aveva 31 anni ed era da tre anni in Italia con la moglie che lavorava nella stessa azienda, tra Borgo Santa Maria e Borgo Montello, due frazioni di Latina. Entrambi non avevano un contratto regolare. Singh stava preparando le serre per la coltivazione dei meloni quando all’improvviso è rimasto incastrato in un macchinario utilizzato per avvolgere la plastica. La forte pressione gli aveva causato la mutilazione del braccio e la frattura delle gambe e forse si sarebbe salvato se fosse stato portato subito in ospedale.

Ora se in una scuola, tra primaria e medie inferiori le lezioni si aprono con tre classi: una di bambine e bambini bengalesi e indiani, un’altra formata da ragazzini e ragazzine figli di albanesi e pakistani e una terza composta da soli alunni e alunne provenienti rigorosamente da famiglie italiane (che in massa hanno chiesto il nulla osta per togliere figli e figlie dalle classi con presenza di studenti di origine straniera) il pensiero verso la motivazione razzista è normale. Le mamme indiane lo hanno sottolineato con forza. Gurmukh Singh, rappresentante della comunità indiana: «Si parla tanto di integrazione, ma qui si sta tornando indietro. Non ci fermeremo finché non verranno mischiate le classi». A Fondi vivono più 4mila persone di origine indiana e pakistana, molte delle quali risiedono nel centro storico. Qui si trova anche l’istituto Aspri, in un plesso d’epoca fascista. «Molti alunni sono extracomunitari: nella mia scuola rappresentano circa il 30%», spiega la preside Annarita Del Sole, dirigente dell’istituto Amato, che con l’Aspri condivide lo stesso edificio: «Così succede che i papà e le mamme italiani hanno paura che la loro presenza rallenti le lezioni a causa della non piena comprensione della lingua. Nel caso della scuola vicina alla nostra, inizialmente le classi erano miste, ma alcuni genitori hanno deciso di chiedere il nulla osta per spostare i propri figli in una sezione o in un istituto diverso». Come se non ci si rendesse conto di due aspetti fondamentali: che quando si è molto giovani l’integrazione e l’apprendimento sono velocissimi (a che varrebbe allora lo ius scholae di cui la politica sta tanto parlando?) e che la fusione di diverse culture è un arricchimento per tutte e tutti le e gli studenti (anche a mensa) e che i ghetti, più o meno metaforici, hanno sempre causato, questi sì, rallentamenti, se non fermi e soprattutto seminano i germi dell’odio e della diffidenza.
L’Ufficio scolastico regionale ha immediatamente inviato una nota alla dirigente dell’Aspri, chiedendo di riequilibrare le classi prime «con l’obiettivo di ristabilire un giusto bilanciamento tra studenti italiani e stranieri». Ivana Barbacci, segretaria della Cisl scuola giustamente ha osservato: «Mai si può consentire di strutturare le classi secondo l’estrazione sociale, la religione, né tanto meno la cittadinanza». I presidi di Anp poi hanno sottolineato che il Ministero dell’Istruzione ha disposto che nelle classi dove gli studenti di origini straniere che abbiano importanti carenze nella conoscenza della lingua sono uguali o superiori al 20%, dal 2025 arriverà un docente che affiancherà con lezioni di potenziamento il lavoro di classe. Dove sta allora il problema? Ci si domanda: esiste un problema o una situazione da gestire?

Avrà immaginato l’ormai ex ministro che poteva iniziare il progettato evento culturale con il festeggiamento del suo onomastico? Gli avrebbe anche portato bene, come si dice, perché alle 10,01 del mattino il prodigio, (non miracolo secondo quanto decretato dalla chiesa romana) si è realizzato e il sangue del Santo, di cui l’ex ministro porta il nome, si è sciolto con l’applauso corale di rito. Dunque Gennaro Sangiuliano, se non fosse stato imbrigliato in un pruriginoso fatto di cronaca, avrebbe festeggiato in bellezza il suo onomastico e inaugurato il G7 della cultura che aveva pensato di riunire tra Napoli e la chiacchierata Pompei (sempre bella però) i grandi e potenti del mondo su cultura, clima, beni artistici. Sì, perché Gennaro Sangiuliano il 19 settembre ha festeggiato, ora in convento o altrove, il suo nome, molto importante a Napoli perché riferito al santo patrono della città; un santo chiamato dal popolo anche Faccia gialla, faccia ‘ngialluta, forse perché ricoperta d’oro o con una leggera osservazione ironica all’aspetto… malaticcio e comunque decretato tale per la confidenza con il suo popolo di credenti. Ora, la festa del Santo patrono (Benevento 272 d.C — Pozzuoli 302, celebrato anche dalla chiesa ortodossa) è il 19 settembre, giorno del suo martirio da parte dell’imperatore Diocleziano. Questa data coincide con il secondo scioglimento (oppure l’eventuale nefasto non scioglimento) dei tre previsti durante l’anno del sangue raccolto, come vuole la tradizione, sul luogo del martirio e conservato in tre ampolle. Si comincia a maggio, il sabato precedente la prima domenica del mese, poi si aspetta l’appuntamento del 19 settembre e si finisce il 16 dicembre anniversario della traslazione del suo corpo. Se non si diluisce il segno è nefasto per la città di Partenope e si nominano guerre, eruzioni del Vesuvio e, per ultima l’epidemia di colera del 1973.
Dunque, il G7 della cultura è iniziato in una Napoli rilassata dal buon esito del prodigio che invece dell’onomastico di Sangiuliano ha festeggiato il debutto di Alessandro Giuli, ministro nuovo di zecca. Giuli è arrivato al Mann, il museo archeologico nazionale di Napoli, per accogliere la delegazione dei ministri che hanno preso parte al vertice: dalla Francia alla Germania, dal Regno Unito al Canada, dagli Usa al Giappone. Con un arrivo, voluto dal neoministro, del rappresentante ucraino a cui l’Italia della cultura promette aiuti per la ricostruzione. Ma, secondo l’antico detto, «non tutto è oro quello che luce»: ad accogliere i sette in una delle piazze più belle di Napoli, piazza Plebiscito, la città ha sfoderato una serie di bagni pubblici, mostrati da più foto su parecchi quotidiani, cosa che rimanda, seppure casualmente, a una storiella popolare sulle statue che adornano le nicchie del palazzo reale (edificio di accoglienza del summit). Sembra un destino legato ai bisogni corporali! Dunque ecco cosa si è inventato il popolo di Napoli di un possibile dialogo tra le statue: «Si racconta che Carlo V D’Asburgo con aria sdegnosa indichi col dito verso un punto della strada e urli: «Chi ha pisciat ca nterra?» (Chi ha fatto la pipì per terra?). Carlo III, con aria solenne e indignato, risponde: «Nun saccio nient» (non so niente). Gioacchino Murat, appoggiando una mano sul petto, esclama spavaldo: «So’ stat io, e mo ch’ fai?» (sono stato io e ora che mi fai?). A questo punto interviene Vittorio Emanuele II. Adirato, sguaina la spada e minaccia: «Mo’ to tagl accussì te liev o vizio» (ora te lo taglio così ti levi il vizio). Davvero una simpatica storia in una città che oltre a inventarsi il Caffè sospeso per chi non è nella possibilità di pagarselo, ha pure proposto nei suoi bar la Pipì sospesa a quelli/quelle a cui scappa ma che non possono permettersi una consumazione che darebbe il lasciapassare verso la toilette.

Dovevamo parlare di cinema e di nuovo dell’ex ministro con l’onomastico del patrono di Napoli. Dovevamo parlare dell’urlo di Nanni Moretti e di Muccino che denunciano, il primo al festival di Venezia, l’orrore della riforma di quest’arte. Dovevamo parlare della bravissima Maura Delpero che con il suo Vermiglio ha vinto il Leone d’argento. Dovevamo parlare del suo intervento a favore delle donne che devono scegliere tra famiglia e lavoro e ricordare che, se questa legge sul cinema fosse stata già attiva dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano, il suo film, in dialetto, non sarebbe potuto esistere. Ma avremo occasione di riparlarne.

Una donna, Gioconda Belli (nicaraguense di origini italiana, classe 1948) è la poeta della nostra consolazione di oggi. «Ha al suo attivo quattro libri di narrativa, nei quali vengono esplorati alcuni temi ricorrenti, come le vicissitudini politiche del suo paese e la lotta sandinista, il femminismo e l’emancipazione della donna, il rapporto tra l’America precolombiana e il Sud America attuale, e un certo livello di misticismo. È anche autrice di diverse raccolte di poesie, caratterizzate da una poetica sensuale e femminile».

Se sei una donna forte
proteggiti dalle bestie che vorranno nutrirsi del tuo cuore.
Usano tutti i travestimenti del carnevale della terra:
si vestono da sensi di colpa, da opportunità,
da prezzi che si devono pagare.
Non per illuminarsi con il tuo fuoco
ma per spegnere la passione
l’erudizione delle tue fantasie
Non perdere l’empatia, ma temi ciò che ti porta a negarti la parola,
a nascondere chi sei,
ciò che ti obbliga a essere remissiva

e ti promette un regno terrestre in cambio
di un sorriso compiacente.
Se sei una donna forte
preparati alla battaglia:
imparare a stare sola
a dormire nella più assoluta oscurità senza paura
che nessuno ti tiri una fune quando ruggisce la tormenta
a nuotare contro corrente.
Educati all’occupazione della riflessione e dell’intelletto.
Leggi, fai l’amore con te stessa, costruisci il tuo castello, circondalo di fossi profondi però fagli ampie porte e finestre.
E’ necessario che coltivi grandi amicizie
che coloro che ti circondano e ti amano sappiano chi sei,
che tu faccia un circolo di roghi e accenda al centro della tua stanza
una stufa sempre accesa dove si mantenga l’ardore dei tuoi sogni.
Se sei una donna forte proteggiti con parole e alberi
e invoca la memoria di donne antiche.
Fai sapere che sei un campo magnetico.
Proteggiti, però proteggiti per prima.
Costruisciti. Prenditi cura di te.
Apprezza il tuo potere.
Difendilo.
Fallo per te:
Te lo chiedo in nome di tutte noi.