quaderno proibito, di Alba De Cespedes, recensione di Paola Naldi

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Ci sono libri che, anche a distanza di anni, sanno parlarti, aprire orizzonti e riflessioni. Rileggerli fa riscoprire il loro valore senza tempo.
Quaderno proibito esce nel 1952, usando la forma del diario per un romanzo di finzione, ma che analizza le necessità più profonde della scrittura privata nella vita di una donna.
La storia è narrata in prima persona da Valeria Cossati, impiegata d’ufficio, moglie e madre di due figli, che una domenica mattina in tabaccheria viene attratta da un quaderno. Lo compra quasi sia qualcosa di proibito e giorno per giorno, di nascosto dalla famiglia, comincia a registrarci i propri pensieri.
«Ho fatto male a comperare questo quaderno, malissimo. Ma ormai è troppo tardi per rammaricarmene, il danno è fatto»
Scrivere, con difficoltà, nei pochi momenti di solitudine che riesce a ritagliarsi, le fanno comprendere aspetti della propria vita, che prima non aveva considerato. Impara a fare i conti con le proprie contraddizioni, con desideri sopiti, con una femminilità che a 43 anni sembra soffocata. Due figli grandi, un marito disattento, un lavoro d’ufficio che svolge senza apparente passione, Valeria è assorbita dal ritmo “naturale” di una quotidianità piccolo-borghese, schiacciata, senza quasi rendersene conto, tra i ruoli di moglie, madre, impiegata.
Sposatasi in giovane età, ha affrontato con il marito i disagi di una guerra, che ha condizionato i loro destini e i loro sogni. Michele, il marito, lavora in banca, con il desiderio segreto che un suo scritto diventi un soggetto cinematografico. Le difficoltà economiche impediscono di dare ai figli quanto desiderano, anche perché i genitori si sono sacrificati per farli studiare. I figli hanno altri riferimenti ideali. Mariella inizia una relazione con un giovane avvocato già sposato, cercando una realizzazione personale diversa da quella materna. Riccardo, il figlio, rinuncia a un lavoro oltreoceano, perché è rimasta incinta la fidanzata Marina. Sarà proprio questa maternità a bloccare di nuovo Valeria, quando sta per fare un passo importante, un viaggio tanto desiderato con un uomo di cui si è innamorata…
Quanti sogni fatti: Pensavo “Valeria” e vedevo una ragazza diciottenne, bella, alta, con un vestito lungo, di organza, e un morbido cappello di paglia di Firenze, una ragazza quale io non sono stata mai perché ho compiuto diciotto anni nel ’25, quando si usavano le brevi gonne, la vita bassa, i capelli tagliati in foggia mascolina. In questi giorni spesso mi accade, pensando a me stessa, di immaginarmi in quell’aspetto giovanile e romantico, anche se ho una figlia grande e un figlio che…sì, insomma, anche se tra poco sarò nonna. Saprei essere quella ragazza, come soltanto le nonne sanno esserlo nei ritratti… (p.222)
L’opera della scrittrice spiega come la scrittura diaristica sia un modo per le donne per affermare il proprio diritto a passare del tempo in solitudine, diventando un mezzo di autocoscienza ed emancipazione. Questo lavoro di autoanalisi aiuta a prendere maggiore coscienza di sè, per cui, anche se il destino non cambia, ne è mutata la percezione.
Adesso io mi domando dov’è che sono stata più sincera, se in queste pagine o nelle azioni che ho compiuto, quelle che lasceranno di me una immagine, come un bel ritratto. Non lo so, nessuno lo saprà mai. (…) Bisogna che bruci il quaderno al più presto, subito, senza neppure rileggerlo, senza dire addio. Questa sarà l’ultima pagina: in quelle seguenti non scriverò e le mie giornate future saranno, come quelle pagine, bianche, lisce, fredde. (p.251)
Molti gli aspetti evidenziati della vita di una donna di quegli anni e tante le considerazioni ancora attuali. Una scrittura elegante ed espressiva.