contano i legami, editoriale di Giusi Sammartino

Editoriale. Contano i legami

Carissime lettrici e carissimi lettori,
sarà colpa dei social? Tutto è dovuto alla globalizzazione. Vorremmo proprio pensare di sì! Perché le notizie che ci arrivano da più parti, dai mille mezzi di informazione che ci circondano, sono molto tristi. Le nostre persone anziane non riescono ad accettare che le stesse notizie, più o meno simili o in peggio, siano state anche appartenenti ai loro tempi, certamente più poveri di mezzi informativi. Pensano, i vecchi, che questa non sia una giustificazione e dichiarano con fermezza di essere appartenuti/e a tempi migliori, meno esasperati e…cattivi. Noi, seppure non siamo più giovanissimi/e di età, con un sorriso li e le compatiamo, concedendo loro una sorta di affettuosa pietà. Il loro dire pensiamo sia appartenente a un’epoca “poco” informata proprio per la ristrettezza dei mezzi di diffusione di ciò che accadeva su questa terra. È vero: ai loro tempi, quelli attraversati dalle persone anziane, da quegli uomini e da quelle donne che comunque hanno vissuto nella prima parte del secolo scorso, c’erano soprattutto i giornali e cominciava pian piano la televisione. Senza contare che a quell’epoca esistevano, proprio per quel che riguarda i giornali, le cosiddette “veline” (ma non arrivano trasversalmente anche nel tempo attuale, per quel che il potere decide?!) che filtravano le notizie per non farle leggere ai lettori e alle lettrici o per indurre a una interpretazione mirata del testo e della realtà: un modo per mantenere o attirare consensi. Manovre di una scorretta politica! Dunque, notizie non belle. Che è un eufemismo.
Decisamente ci arrivano notizie brutte. Notizie specchio di una realtà che è problematica e sottende difficoltà sociali urgenti da affrontare (come i femminicidi, non più da considerare emergenza, ma quotidianità), proprio dalla politica, quella che governa, e dall’opposizione, al di là dei “colori” politici, per l’interesse collettivo.
Una brutta, anzi bruttissima notizia è la triste storia di due bambini, di sei e quattro anni, che hanno visto uccidere, strangolata dal marito trentenne, la mamma e chiedendo aiuto hanno mostrato il corpo di chi li aveva messi al mondo, in questo mondo da cui hanno subito una violenza atroce per la loro tenerissima età. Attraverso un’agghiacciante videochiamata hanno mostrato alla zia la “prova” della verità che portavano dentro e negli occhi: il corpo senza vita della giovane madre riverso sul letto. Questa è infanzia violata perché non ha avuto il diritto/dovere di essere vissuta e violentata per quello che di orribile ha dovuto vedere. È successo alle cinque di mattina, a San Felice al Cancello, nel casertano: un uomo ha strangolato sua moglie, albanese come lui, di appena 24 anni, uccidendola nel sonno, a mani nude, diremo: senza pietà.
Poteva accadere dovunque, e accade ovunque, purtroppo. Lì dove esiste radicato un concetto di realtà dominante e patriarcale, di possesso dei corpi e soprattutto del corpo femminile. Lì dove si decide la vita degli altri ed è decisione da una sola parte, da un’unica mente che si mostra non solo perversa, ma, e soprattutto, non educata al rispetto, al mettersi alla pari e, in questo caso, incapace di esercitare la cura verso chi ha generato. Terribile che lui, il padre e marito assassino, sia diventato afono dopo il suo atto crudelissimo. Dopo essere “fuggito” di casa e andato verso quella del fratello e dopo aver inventato con lo stesso la storia di un fantomatico “morso” di un serpente che avrebbe spaventato a morte la giovane moglie, ha risposto seccamente con un asettico «non lo so» ai carabinieri che gli chiedevano il perché della sua azione. Si dovrebbe coniare una nuova parola per questi poveri figli e figlie (ne sono davvero tanti e tante) che, spesso, dopo aver assistito alla/e violenza/e sulla loro madre fino a vederla morire per mano del padre da cui si dovrebbero sentire protetti/e, rimangono orfani di madre, con un padre in carcere e il vuoto nel cuore. Questa è vita da difendere. Quel battito del cuore è da ascoltare e in fretta. Il rumore affannato di un cuore già nato, non quello di un embrione di poche settimane. Questi sono bambini e bambine che stanno imparando come funziona il mondo. Sono loro da ascoltare…
Come da ascoltare e ricordare è la sfortunata signora Gisèle oggi settantaduenne, protagonista del terribile processo che si svolge ad Avignone contro il marito di un anno più giovane e che per dieci anni l’ha sistematicamente drogata e venduta con un carnet di orribili appuntamenti via internet, per poi farla abusare da tanti uomini (a processo ne sono andati 50 di tutte le età e condizioni sociali, per un totale di 92 stupri commessi). Ne abbiamo parlato, la scorsa volta e l’avvocato della difesa ha abusato anche lui di Gisèle osservando che non era inerme e quindi partecipava all’atto, di volta in volta: un vero doppio o triplo abuso sul corpo di una donna.

Ancora violenza. Potrebbe sembrare inspiegabile. Di nuovo inspiegabile? È accaduto davvero, a metà settembre, lontano, al di là dell’oceano. Un uomo, un rapper, P. Diddy, come viene chiamato Sean ‘Diddy’ Combs, è ormai ogni giorno tra le notizie più diffuse dai media degli Usa. Il rapper americano è stato arrestato lo scorso 16 settembre con l’accusa di presunti abusi e traffico sessuale. Nelle ultime settimane diverse vittime si sono fatte avanti, denunciando il rapper e il suo impero musicale per i famigerati white party. «Diddy, all’anagrafe Sean John Love Combs — scrive l’agenzia Ansa — lo scorso 16 settembre è stato portato in una cella del Metropolitan Detention Center di Brooklyn a New York, dove ancora oggi si trova, prima del processo che decreterà la sua sorte. Il rapper statunitense e produttore discografico è accusato di presunte aggressioni sessuali e cattiva condotta. Lo scorso novembre l’ex fidanzata lo aveva citato in giudizio presso una corte federale accusandolo di anni di abusi fisici e sessuali. La donna ha affermato che l’ex la picchiava spesso e che l’aveva costretta a compiere atti sessuali con prostituti, incontri favoriti dalla droga che Combs chiamava “freak off“. Nel 2018, mentre Ventura (la fidanzata) stava cercando di porre fine alla loro relazione, lui si è introdotto con la forza in casa sua e l’ha violentata. A maggio la Cnn ha diffuso un video in cui si vedeva Combs che prendeva a calci, pugni e gettava Ventura a terra in un corridoio di Los Angeles. Dopo il video il rapper si è scusato in un altro video su Instagram in cui ha detto che il suo comportamento era senza scuse e che aveva cercato una terapia. Il video è stato poi rimosso dalla sua pagina». Però questa non è solo una terribile storia che appartiene a un vissuto familiare. Le denunce contro il rapper non si fermano a quelle fatte dalla fidanzata: «Il processo per Sean Combs non è ancora cominciato — continua l’articolo — ma le denunce aumentano: 21 sono quelle ufficiali al momento, a queste bisogna aggiungere più di 100 dichiarazioni di donne e uomini che hanno segnalato abusi da parte del rapper. In attesa anche una lista di possibili complici che insieme al rapper potrebbero essere accusati per crimini di violenza sessuale avvenuti durante i famosi festini a luci rosse. Nomi che potrebbero far crollare gran parte del colosso di Hollywood. Così ha dichiarato l’avvocato delle vittime, Tony Buzbee: «I nomi vi scioccheranno», ha tuonato il legale invitando i soggetti coinvolti a farsi avanti da soli. Diddy, infatti, sarebbe solo uno dei grandi potenti coinvolti nel caso». Ancora tanta tristezza. L’universo criminale del cantante è immenso e diabolico. Ha coinvolto atrocemente bambine, in tenerissima età, ragazzi e ragazze stuprate e un numero esorbitante di bottiglie di vasellina trovate nella sua casa. In sospeso la notizia di una bambina probabilmente adottata da lui e inspiegabilmente scomparsa nel nulla. Ma almeno questo è tutto da provare.

Brutte tutte le guerre che si gonfiano su questo continente, sul mare celebrato come nostrum, ma che è macchiato del sangue di tutte quelle persone che implorano salvezza. Si continua a mietere morti, soprattutto tra i bambini e le bambine, ultimi/e a decidere sul proprio destino. Brutto il fatto che un ministro, pubblicamente confesso come prossimo alla laurea (!) tenga un indecifrabile discorso di insediamento farcendolo di frasi che lui dice troppo alte per la platea («farò un discorso teoretico»!). Lui, dopo il ministro ricattato, si occuperà della Cultura in Italia! Poi gli insulti alla senatrice Segre e la richiesta di 30 mila euro a chi la difende.
Cosa proveranno poi i 77 dipendenti di una azienda vinicola che si sono trovati licenziati attraverso una semplice (!) e-mail? Disumanità nell’uso della tecnica?

Una notizia bella la dobbiamo dare: il 10 ottobre, dopo tante celebrazioni al maschile (purtroppo sempre nel campo scientifico), è stato assegnato a una donna il Nobel per la letteratura. La scrittrice sudcoreana Han Kang, a cinquantatré anni, ha vinto il riconoscimento svedese. «Uno dei temi costanti della sua scrittura è il trauma, il disagio psicologico ad eventi esistenziali; le sue protagoniste sono quasi sempre donne». La motivazione dell’assegnazione del premio Nobel a lei è coerente con le tematiche più frequentate dalla scrittrice: «per la sua intensa prosa poetica che affronta traumi storici ed espone la fragilità della vita umana. Nella sua opera Han Kang affronta traumi storici ed insiemi invisibili di regole e, in ciascuna delle sue opere, espone la fragilità della vita umana. Ha una consapevolezza unica delle connessioni tra corpo e anima, i vivi ed i morti, e nel suo stile poetico e sperimentale è diventata un’innovatrice nella prosa contemporanea» (Il Soe24Ore). Figlia d’arte, il padre era il famoso romanziere Han Seungwon. Vincitrice del Man Booker International Prize per la narrativa nel 2016 per La Vegetariana, un romanzo su una donna che vuole trasformarsi in una pianta, diventato un caso letterario che l’ha fatta conoscere nel mondo e del Premio Malaparte nel 2017 con Atti Umani, Han Kang ha iniziato la sua carriera nel 1993 con la pubblicazione di cinque poesie sulla rivista Letteratura e società. «Il corpo è protagonista nei suoi libri. Un corpo sempre abusato, attraversato, violentato. Considera il corpo il campo di battaglia, come scriveva Etty Hillesum, da offrire al mondo per comprendere e raccontare? Onestamente ha detto: «essendo cresciuta come buddista e avendo praticato fino ai vent’anni, non sono abituata a dividere il corpo dalla mente. Ma certamente il corpo umano è al centro della mia riflessione. Un corpo amato, malato, addolorato. La sua fragilità. La mortalità. La dignità. La bellezza»..
Triste, ma dolce la notizia della scomparsa di Sammy Basso, il ragazzo che aveva fatto conoscere la progeria, la malattia di cui era affetto, che provoca l’invecchiamento precoce senza intaccare la mente. È andato via in un momento di festa, durante un matrimonio di amici, quasi con l’allegria con quale era vissuto. Aveva 28 anni e la vita gli aveva regalato altri anni grazie alla sua forza e alle cure. È stato il più longevo malato al mondo di progeria. Ma era, soprattutto, «un meraviglioso essere umano capace di trasformare la malattia in un’occasione di crescita per sé e per tutti noi, un uomo di un’intelligenza e una determinazione fuori scala, un biologo, un ricercatore, uno studioso, uno che avresti ascoltato parlare per ore senza smettere di imparare qualcosa, e molte altre cose che gli sopravviveranno». Così lo hanno salutato da una pagina social.
Come non consolarsi con due voci importanti, ormai, di fatto ambedue Premi Nobel per la Letteratura: Jorge Luis Borges (1899- 1986) che non vinse mai il Premio Nobel, ma ne fu sempre molto vicino “quasi” ottenendolo nel 1967 ed escluso con la motivazione che è tra le più particolari: «Borges si era dimostrato eccessivamente esclusivo o artefatto nella sua ingegnosa arte miniaturistica». Del grande scrittore argentino leggeremo insieme una breve ma intensa poesia dedicata all’importanza nella vita dei legami tra persone. D’obbligo ci sembra poi riportare una citazione da La Vegetariana dall’attuale vincitrice del Nobel. Un omaggio a Han Kang.

Contano i legami

Non sai bene se la vita è viaggio,
se è sogno, se è attesa, se è un piano che si svolge giorno
dopo giorno e non te ne accorgi
se non guardando all’indietro.
Non sai se ha senso.
In certi momenti il senso non conta.
Contano i legami.

Jorge Luis Borges

Una foresta buia. Non un’anima viva. Le foglie aguzze sugli alberi, i miei piedi tutti graffiati. Questo posto mi pareva di ricordarlo, ma adesso mi sono persa. Ho paura. E freddo. Dall’altra parte del burrone ghiacciato, una costruzione rossa simile a un granaio. Una stuoia di paglia sventola floscia davanti all’ingresso. La arrotolo verso l’alto e sono dentro; è dentro. Una lunga canna di bambù da cui pendono enormi quarti di carne rosso sangue, ancora gocciolanti di sangue. Cerco di passare oltre ma la carne… non c’è fine alla carne, e nessuna via d’uscita. Ho del sangue in bocca, i vestiti intrisi di sangue appiccicati alla pelle. (p. 21) […] Quello che mi fa male è il petto. Qualcosa si è bloccato all’altezza del plesso solare. Non so che cosa può essere. Adesso è perennemente conficcato lì. Lo sento sempre, anche se ho smesso di portare il reggiseno. E per quanto faccia respiri profondi, non vuole andarsene.
Un grumo formato da urla e gemiti aggrovigliati, intrecciati fra loro uno strato dopo l’altro. È per la carne. Ho mangiato troppa carne. Le vite degli animali che ho divorato si sono tutte piantate lì. Il sangue e la carne, tutti quei corpi macellati sono sparpagliati in ogni angolo del mio organismo, e anche se i resti fisici sono stati espulsi, quelle vite sono ancora cocciutamente abbarbicate alle mie viscere. (p. 54)