continuiamo a fare rumore, ascolteranno, editoriale di Giusi Sammartino

Editoriale. Continuiamo a fare rumore. Ascolteranno

Carissime lettrici e carissimi lettori,
ascolteranno il “rumore” delle donne. Lo ascolteremo tutte e tutti. Le donne che non accettano più la violenza dovuta al maschilismo e al patriarcato. Non lo vogliono più subire, né a parole né, realmente, sulla loro pelle. Di violenza le donne non vogliono più soffrire. Dicono “basta” alle loro morti di non-amore, per forsennato possesso.
Non è un fatto di fiori, ma di rispetto. Una donna, una persona non si tocca. La sua integrità fisica e, non si metta mai in secondo piano, quella psicologica sono un cardine importante per la vita di ciascuna/o di noi. Purtroppo, la violenza è soprattutto contro le donne.
La questione di genere è tutt’altro che risolta. Con il “rumore” reale e metaforico iniziato nelle piazze della protesta dopo l’uccisione della ventiduenne Giulia Cecchettin pensavamo a una svolta e a un fermo, seppure parziale, della vera e propria carneficina sulle donne di tutte le età e condizioni sociali e culturali da parte di uomini, spesso compagni o ex compagni di vita.
Un padre, proprio il padre di Giulia Cecchettin, ha rifiutato il cliché dell’esposizione pubblica del dolore, che non permette parole di futuro, costruzione e speranza. Gino Cecchettin, insieme alla figlia Elena hanno voluto altro. Hanno voluto pensare ad “aprire” la loro terribile esperienza alle altre donne, a trasformare, proprio come aveva detto Elena Cecchettin, il silenzio in rumore.
Meravigliosa per questo la presentazione al pubblico della Fondazione Giulia, creata a nome di questa ragazza che è morta ammazzata per mano di un suo coetaneo, a una manciata di giorni dalla laurea in ingegneria, con i sogni da disegnatrice nel cassetto, e un suo disegno, un mazzolino allegro di fiori colorati, è diventato il logo della Fondazione. È stata voluta e resa pubblica proprio a ridosso di una data, il 25 novembre, importante per la lotta alla violenza contro le donne, alla violenza di genere. Fino al femminicidio.
Meravigliosa la presentazione (si è svolta lunedì scorso 18 novembre nella sala della Regina della Camera dei deputati a Montecitorio) che è avvenuta a un anno esatto dal ritrovamento del corpo della ragazza (uccisa l’11 novembre) sulle sponde del lago di Barcis a Piancavallo, vicino a Pordenone.

Infelice e inopportuno per la situazione in cui si è presentato, l’intervento di Giuseppe Valditara ministro dell’Istruzione e del merito. Nulla di meritevole abbiamo trovato nelle parole del ministro. Un discorso che mostra ancora di più il suo carattere propagandistico, perché era un intervento registrato e quindi preparato e con possibilità di essere rivisto in tempo per accorgersi, quanto meno, dell’inadeguatezza e delle parole da dedicare in occasione di un femminicidio, di quello di Giulia Cecchettin in particolare.
Il ministro ha iniziato il suo “saluto” negando l’esistenza attuale del patriarcato. È vero, ha parlato di una non esistenza giuridica, cancellata, teoricamente, dalla riforma del diritto di famiglia del 1975. Ma de facto, lo sappiamo, né il patriarcato, né il maschilismo e, tanto meno, le differenze di genere e la violenza verso le donne si sono placate. Forse, con la predominanza dei social si sono addirittura ulteriormente caricati di sentimenti odiosi. Ma nel discorso, ribadiamo registrato, di Valditara si aggiunge un altro rimando e un’ulteriore accusa. Davvero qui, come non mai, fuori luogo. Il rimando e l’accusa il ministro li fa nominando l’immigrazione, irregolare o no che la si voglia citare, che avrebbe un ruolo importante riguardo ai reati di violenza sulle donne, sottintendendo stupri e femminicidi compresi. Ora il ministro dove ha preso i dati per affermare ciò? Perché in effetti i numeri ufficiali riguardanti chi agisce con violenza verso le donne pendono vertiginosamente verso i maschi italiani, benestanti o no (il 73%). Chiaramente, come sta avvenendo da ormai troppo tempo nella vita politica italiana, è arrivata la smentita, il «sono stato male interpretato».

«Diciamo che ci sono dei valori condivisi e altri sui quali ci dovremo confrontare» ha replicato a margine Gino Cecchettin, come racconta un articolo di un quotidiano. Più netta la reazione della sorella Elena che, da sempre, ha parlato con chiarezza della necessità di un cambio radicale di paradigma: «Dico solo che forse (come scrive Elena su Instagram, ndr) se invece di fare propaganda alla presentazione della fondazione che porta il nome di una ragazza uccisa da un ragazzo bianco, italiano e per bene, si ascoltasse, non continuerebbero a morire centinaia donne nel nostro Paese ogni anno».
Sono in molti/e a protestare contro le affermazioni del ministro nel suo video-messaggio. «Imbarazzante», «Parla come la peggiore destra mondiale» (Chiara Braga), «Non resta che commiserarlo» (Gianni Cuperlo), «Delirante e inopportuno» (Vittoria Baldino). Il Ministro, però, a ben vedere, non si è scomposto, anzi, non è assolutamente ritornato sui suoi passi in questa doppia “figuraccia” che è risultata basata su notizie false. Il 73 per cento dei reati contro le donne e dei femminicidi sono commessi da italiani e “solo” il 28% da cittadini stranieri, semmai pure irregolari, si macchiano di questo reato che, è doveroso aggiungerlo, è commesso molto spesso in ambito casalingo, dunque, verso donne dolorosamente appartenenti alla stessa etnia che, in questo modo, si sentono ancora più sole e indifese. Il ministro, da parte sua se l’è presa con le opposizioni: «Non si capisce perché la sinistra la butti sempre in rissa e non sappia ragionare in termini pacati», ha detto. «Mi viene il dubbio che vogliano solo condurre altre battaglie». Ma non si è reso conto che il suo discorso è stato davvero inopportuno. E il governo ha finito per appoggiarlo.

Elena Cecchettin, sorella maggiore di Giulia, ha mostrato, come abbiamo detto, di nuovo il suo coraggio già palesato un anno fa. Contesta direttamente Elena le parole del ministro e la loro inadeguatezza a dirle in quella occasione. Ricorda che Giulia non è stata uccisa barbaramente da un immigrato clandestino, ma da un ragazzo bianco, italiano e cresciuto in una famiglia giudicata “per bene”, con una certa agiatezza economica: «Non un mostro, ma un figlio sano del patriarcato», come questa ragazza ci ha insegnato.
Veniamo però alla Fondazione Giulia. Nella presentazione è scritto: «Giulia era una giovane donna piena di vita, speranza e amore. Il suo tragico destino non può essere vanificato; la sua luce continuerà a illuminare il cammino di coloro che combattono contro la violenza di genere. Fondazione Giulia si propone di mantenere viva la sua memoria e di diffondere il suo messaggio di amore e speranza…La prevenzione – continua — è fondamentale nella lotta contro la violenza di genere. Fondazione Giulia — è dichiarato — si impegna a promuovere l’educazione per sensibilizzare sul tema del linguaggio di genere, della violenza contro le donne e aumentare con questo la consapevolezza legata ai temi della violenza domestica, della relazione abusiva e dei diritti delle vittime. La prevenzione passa anche attraverso percorsi formativi dedicati alle persone che entrano in contatto con le donne che vivono situazioni di violenza per far nascere una società preparata a riconoscere ed affrontare la violenza di genere…Le vittime di violenza di genere hanno bisogno di sostegno, comprensione e risorse per uscire da situazioni pericolose e ricostruire le proprie vite. Fondazione Giulia si impegna a valorizzare e supportare, in una logica di rete, le organizzazioni già presenti nel territorio che sostengono le donne vittime di violenza con strutture protette, supporto legale, consulenza psicologica e accompagnamento socioeconomico».

Cosa promuove la Fondazione a cui partecipa tutta la famiglia Cecchettin (Gino, Elena e Davide)? Si va dalle Borse di studio per studentesse in Stem (perché Giulia era una ragazza che aveva scelto studi scientifici), alle campagne di sensibilizzazione nelle scuole. «Essere un supporto all’empowerment delle donne nonché condurre ricerche sulle cause della violenza di genere e attivarsi per promuovere cambiamenti legislativi e fornire supporto immediato e a lungo termine alle vittime. Attivare centri antiviolenza e progetti di reinserimento professionale. Sviluppare reti di collaborazione tra enti per condividere risorse e buone pratiche. Promuovere la propria missione attraverso comunicazione e iniziative di raccolta fondi».

L’avvocato penalista Iacopo Benevieri in Cosa indossavi? (Edizioni Tab), un libro in cui, come detta il sottotitolo, tratta delle «parole nei processi penali per violenza di genere» spiega: «Non apparirà insolito come la stessa parola violenza contenga la radice latina di una virtus, che è la vis, privilegio virile per eccellenza: è la radice del destino dell’uomo nella tensione e nello scontro permanenti come manifestazioni, appunto della propria virilità. Vis e vir sono lemmi che si impongono nel registro dei valori maschili come semanticamente densi della capacità riproduttiva, dell’attitudine alla lotta e all’esercizio del dominio, dell’accrescimento dell’onore maschile».

Ecco l’importanza del linguaggio. Ancora secondo Benevieri: «Le parole sono lo specchio della società soprattutto quando descrivono i rapporti tra uomo e donna» Poi si chiede: «Quali stereotipi si nascondono dietro certi termini? Quali concezioni patriarcali sono racchiuse in domande apparentemente cortesi. Il silenzio può essere strumento di dominio comunicativo? Il linguaggio — spiega riguardo al suo uso nei processi per violenza di genere —è strumento di attuazione dei diritti e di esercizio di poteri nel processo, argomento su cui si scrive su numerose riviste giuridiche».
Ecco perché le parole del ministro dell’Istruzione e del merito stanno ancora più male nel contesto della presentazione della Fondazione creata a nome di Giulia Cecchettin che è stata voluta dai fondatori soprattutto per mandare un messaggio di educazione sentimentale da condurre nelle scuole con la collaborazione dei e delle docenti delle università italiane disposte/i a collaborare per la formazione degli e delle insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado. Un quotidiano scrive: «Giulia Cecchettin è stata uccisa un anno fa e da allora tante sono state le manifestazioni e iniziative rivolte alla necessità di sensibilizzare le coscienze per un cambiamento strutturale della società italiana. Per questo è nata la Fondazione in suo nome e per questo si concentrerà sull’educazione all’affettività nelle scuole. Un progetto che, stando alle promesse, sarebbe dovuto partire dal ministero e che invece viene lasciato all’iniziativa di singole realtà. Valditara – osserva l’articolo, polemizzando – prendendo la parola proprio alla presentazione dei progetti per Giulia Cecchettin, ha deciso di non entrare nello specifico delle mancanze o ritardi del ministero, ma di parlare genericamente del fenomeno. A far discutere innanzitutto, la scelta di evocare l’immigrazione illegale, mentre si ricorda il femminicidio commesso da un ragazzo italiano». E poi ricorda le parole, davvero ideologiche e propagandistiche del ministro che tira in ballo addirittura la Costituzione: «Deve essere chiara a ogni nuovo venuto, a tutti coloro che vogliono vivere con noi, la portata della nostra Costituzione, che non ammette discriminazioni fondate sul sesso». E fin qui potrebbe, anzi, va bene. Ma poi il ministro ha specificato: «Occorre non far finta di non vedere che l’incremento dei fenomeni di violenza sessuale è legato anche a forme di marginalità e di devianza in qualche modo discendenti da una immigrazione illegale». Ideologico e fuori luogo, tanto da risultare offensivo per Giulia e per la sua famiglia.
C’entrerà poco, forse, con le donne e con la violenza troppo spesso rivolta verso di loro da certi maschi (per dirla tutta, anche femmine che “pensano” in modo patriarcale), ma molto è pertinente al valore che si deve dare alle parole, al linguaggio che interpreta la realtà. Parliamo dell’infelicissima espressione di Andrea Delmastro Delle Vedove che è sottosegretario alla Giustizia del governo attuale. Mercoledì scorso, due giorni dopo l’uscita fuori luogo di Valditara ha mostrato “gioia” per il fatto che i detenuti in regime di 41bis (cioè con gravi reati, spesso di mafia o terrorismo) «respirassero male» durante il loro eventuale trasporto su un’auto robocop con cellula detentiva per la sicurezza che si stava in quel momento presentando al ministero e alla stampa: «L’idea di vedere sfilare questo potente mezzo che dà prestigio, con il Gruppo operativo mobile sopra, l’idea di far sapere ai cittadini chi sta dietro a quel vetro oscurato, come noi incalziamo chi sta dietro quel vetro oscurato, come noi non lasciamo respirare chi sta dietro quel vetro oscurato, è sicuramente per il sottoscritto una intima gioia». Eppure il ministero per il quale Delmastro lavora è intitolato alla Grazia prima che alla Giustizia. Vale a dire al concetto implicito e necessario di una possibilità, se non di un impegno alla rieducazione di chi lì è finito per scelte fatte. Il carcere, lo dovrebbe sapere il vicesegretario, non è punizione, ma luogo di ri-pensamento, di riflessione. Dovrebbe saperlo anche la premier che insiste sul significato metaforico delle parole di Delmastro. Ci mancherebbe altro che non siano state metaforiche!

Consoliamoci. Hwang Jin YI (o Myeongwol, il suo nome d’arte che significa luna luminosa) è una poeta che viene da lontano sia in senso temporale (la sua nascita è pensata tra il 1506 o il 1520) che geografica: nata a Songdo, l’attuale Kaseong, una città oggi situata in Corea del Nord e che ha una grande importanza storica perché fu la capitale del Regno Koryo. Luogo al quale era molto legata e che riporterà nei suoi sijo. Di questa grande artista si dice: «Oggi la riconosce come la più famosa poeta vissuta in epoca Joseon, ma che non ha i mezzi per studiarla approfonditamente perché quella stessa epoca non le ha riconosciuto il diritto di sopravvivere a questo tempo per il solo fatto di essere una donna e per giunta una kisaeng. Se molte delle sue opere sono andate perse nel corso delle varie invasioni straniere, moltissime altre sono state distrutte di proposito, data la natura e l’appartenenza dell’autrice che non rispecchiava sicuramente l’immagine che il confucianesimo designò della donna nel suo tempo. Opere create da una donna, peggio ancora non aristocratica e dalla condotta non appropriata secondo i canoni del tempo, erano delle vere e proprio espressioni di lascivia».

Figlia illegittima di uno Yangban (funzionari aristocratici che ricoprivano cariche pubbliche) che la leggenda vorrebbe vittima del fascino di sua madre, con la quale ebbe una relazione extraconiugale, che in realtà non è ben chiaro se fosse consensuale. «Questo dettaglio a dire il vero poco importa, perché già solo per il fatto di essere una figlia femmina illegittima non le prometteva certo un futuro di agio e privilegio». Noi da parte nostra la ringraziamo per questi suoi bellissimi versi arrivati fino a noi.

Spero che danzerai

Spero che non perderai mai il senso di meraviglia.
Sentiti sazia mangiando, ma non perdere mai quella fame.
Possa tu non dare mai per scontato neppure un singolo respiro.
Spero che tu ti senta ancora piccola, quando stai di fronte all’oceano.
Quando una porta si chiude, io spero che un’altra si apra.
Promettimi che darai a ciò in cui credi una possibilità di lottare.
E quando ti si presenterà la scelta di star seduta in disparte, o di danzare, io spero che danzerai, spero che danzerai.
Spero che non avrai mai paura delle montagne che vedi in distanza, non prendere mai il sentiero più facile.
Vivere può voler dire fare scelte, ma vale la pena di farle. Amare può rivelarsi un errore, ma vale la pena di farlo.
Non lasciare che qualche inferno ti pieghi il cuore, ti lasci amareggiata.
Quando ti senti vicina a mollare tutto, riconsidera, dai ai cieli sopra di te qualcosa di più di uno sguardo fuggevole.
E quando ti si presenterà la scelta di star seduta in disparte, o di danzare,
io spero che danzerai,
spero che danzerai,
spero che danzerai.

Buona lettura a tutte e a tutti con la speranza di essere, ciascuna per ciascuno, compagne e compagni di strada.