Luce d’estate ed è subito notte, romanzo di Jon Kalman Stefansson, recensione di Paola Naldi

Atmosfere nordiche

La trama è abbastanza semplice: siamo in un paesino di 400 anime nei fiordi occidentali dell’Islanda, fatto di fattorie sparse nella campagna e pochi edifici pubblici: una Cooperativa, un Centro Civico, un Maglificio. Non ci sono neppure la chiesa e il cimitero e Sólrún, la direttrice della scuola materna, ha provato per due volte a raccogliere firme con una petizione che per poterli ottenere, insieme ad un pastore.
“Siamo più o meno in mezzo al distretto, circondati a nord, sud ed est dalla campagna e dal mare a ovest. È bello guardare il fiordo, anche se praticamente non dà pesce e non l’ha mai dato. In primavera richiama uccelli acquatici contenti e fiduciosi, a volte si trova qualche strombo sulla spiaggia e in lontananza spuntano migliaia di isole e isolotti come una dentatura irregolare dal mare – la sera il sole vi sanguina e allora pensiamo alla morte.”

Abbiamo descrizioni del gelido paesaggio islandese e introspezione profonda dei personaggi. Le vite degli abitanti sono intrecciate tra loro e sono alla fine conosciute da tutti. C’è l’Astronomo, l’ex- direttore del maglificio, che, imbattutosi in sogno in una frase latina, molla tutto quello che per gli altri è il massimo che si possa avere dalla vita: una bella moglie, una famiglia unita, una situazione economica agiata. Spende tutti i risparmi in corsi e libri in latino e si mette a osservare le stelle.

Ci sono storie d’amore, passione e tradimenti, le donne impetuose, gli uomini attraenti e inaffidabili. “Chi suona il violino sembra avere un cuore più grande degli altri”.

Tutti sono informati di tutto grazie ad Ágústa, che gestisce l’ufficio postale e ha un’innata curiosità nel sapere cosa succede nelle vite degli altri. Per fortuna c’è lei, che, con le informazioni che riceve, aiuta a salvare matrimoni e a mettere il cuore in pace a chi non ha speranza di recuperare un rapporto.

L’Astronomo è aiutato da Elísabet, ragazza dalla conturbante bellezza, che scatena le fantasie di tutti gli uomini e le maldicenze di molte donne del paese. Lei ama Matthías, di origine slava, che per anni ha girato il mondo e che torna da lei.

Hannes lascia solo al mondo il figlio Jónas, che altro interesse non ha se non studiare e dipingere uccelli. Le menti più razionali subiscono il fascino del soprannaturale: così Kjartan e Davíð finiscono col credere che il Magazzino sia abitato da fantasmi, perché, come è stato raccontato, esso sorge su un suolo maledetto dove si compì un omicidio passionale. Anche loro rivelano storie di vita: Davíð non riesce a dimenticare Harpa, la donna sposata con cui ha la prima esperienza amorosa al termine di un concerto. Kjartan nasconde, dietro un improvviso trasferimento in città, il tradimento con Kristín e la vendetta efferata della moglie, che ha distrutto tutto ciò che aveva costruito.

Si fatica in alcuni momenti a seguire tutti i personaggi. Le vite di persone che potrebbero essere considerate insignificanti, rivestite dalle parole dello scrittore, diventano importanti, interessanti perché ogni vita ha un proprio valore, anche se a volte ben nascosto. Lui lo trova e lo descrive.

A volte nei posti piccoli la vita diventa più grande”. La lontananza dal frastuono del mondo ci apre al richiamo del cuore, dei sensi, dei sogni.

“È’ un bene per noi avere il mare, perché a volte i giorni passano senza che accada un bel niente, e allora guardiamo il fiordo che diventa blu, e poi verde, e poi scuro come la fine del mondo“. Poi basta alzare lo sguardo per vedere “le montagne così bianche che si confondono con i sogni”.

Non mancano drammi e tragedie: “Chi piange a un funerale, piange nondimeno la propria morte e quella del mondo, perché tutto muore” e “quello che è stato è stato e non si cancella, e ti cambia il paesaggio interiore”.

“Ci sono ferite così profonde e vicine al cuore che fin la pioggia contro i vetri può essere fatale.”

La felicità, la solitudine, la dignità, l’incoerenza, i sogni tessono le esistenze di questo paese. Ciascuno ha una storia da raccontare: «Parliamo, scriviamo, raccontiamo di piccole e grandi cose per cercare di capire, di arrivare a qualcosa, di afferrare l’essenza che però si allontana sempre più come l’arcobaleno».

Nella narrazione di Stefánsson non si scade nella trappola di un quadro idilliaco, perché, pur con tutta la poesia e lo struggimento che una terra come l’Islanda può ispirare, non ci si dimentica di quelli che sono gli inevitabili aspetti cupi. Con accenni ben mirati, che sottendono a tutta la narrazione, si ricorda il problema dell’alcolismo, piaga sociale di tutti i paesi del Nord Europa, la depressione che può colpire chi vive in questi centri così piccoli e sfociare nel suicidio, le sventure che capitano per separare chi si cerca da una vita.

In questi paesi, dove la luce dura poco, anche le cose belle sono effimere: bisogna goderne finché ce n’è e prepararsi ai lunghi mesi di buio. “Forse nasciamo di nuovo ogni volta che apriamo gli occhi, e probabilmente muore qualcosa ogni volta che li chiudiamo.”

Un romanzo corale sulla varietà della vita, sull’importanza di darle un senso, un sogno:

Mi chiese
cosa avrei portato su un’isola deserta

Una barca e te

Dissi

e la barca la bruciamo sulla spiaggia

Poi me ne andai

lasciandola lì

per tenermi il sogno