cominciano le feste, tanti auguri! editoriale di Giusi Sammartino

Editoriale. Cominciano le feste. Tanti auguri!

Carissime lettrici e carissimi lettori,
chi di noi è di Bergamo o ci vive sa di essere oggi una persona fortunata. Dopo tanto dolore seguito all’imperversare del Covid oggi la città lombarda conquista la superiorità della vivibilità divisa a metà tra la città vecchia (de hura) e quella più a valle (de hota). Bergamo «indica la possibilità, peculiare di poche città italiane, di vivere in una doppia dimensione urbana, moderna e antica allo stesso tempo». La Città Alta, chiamata anche “Berghem de sura” come dice il dialetto locale, è la parte più antica di Bergamo, posizionata sulla collina più elevata dove si trovano le due chiese principali, la cappella Colleoni e la bellissima basilica di Santa Maria Maggiore dai richiami orientali, dove si trova la tomba di Gaetano Donizetti. Nella città vecchia c’è il Campanone, da cui si ammira tutta la città: il palazzo del Podestà, la piazza Vecchia, il dedalo di viuzze piene di negozi e di palazzi sparsi da ammirare, i segni lasciati da Torquato Tasso, che è nato qui, con un famosissimo Caffè, intitolato a suo nome, che risale al 1476, da Giandomenico Tiepolo, Lorenzo Lotto. La città bassa, “Berghem de hota”, è la parte più moderna, vivace, “futuristica”. Nata dopo l’inizio del secolo scorso, non è priva di bellezze, dalle tante chiese, al museo GAMeC, al teatro Donizetti, all’Accademia Carrara, alla Torre dei Caduti.
Ritorniamo alla ricerca, portata avanti da Il Sole24ore, su benessere e vivibilità delle città italiane. Era da sottolineare che il primo posto sia andato a Bergamo perché la città lombarda non era mai stata considerata, nei trentacinque anni dell’indagine, degna di entrare tra i primi dieci posti. Più consueta, invece, l’assegnazione della medaglia d’argento e di bronzo ricevuta, quasi come da copione, da Trento e Bolzano. Passi indietro per le grandi città con Milano al 12simo posto, Firenze a 36 (l’anno scorso era al sesto) e Roma, ahinoi, che arriva al 56esimo posto, “punita”, soprattutto per la pulizia delle strade! Insomma, vince la provincia, con città come Udine, che aveva vinto l’edizione del 2023, ma che comunque mantiene una posizione ottimale (6) contornata da Verona, Vicenza, attigue in classifica, al settimo e all’ottavo posto, e Cremona, tutte nella rosa delle Top 10. Si vive meglio al nord-est, ma con nessuna grande città. Solo Bologna, tra le grandi città, è presente fra le prime dieci classificate (al nono posto). Ricorda nel suo passato, nella storia di questi 35 anni, ben cinque medaglie d’oro. Ora Bologna ha perso sette posizioni rispetto allo scorso anno.
Purtroppo, è il meridione d’Italia a posizionarsi in fondo alla classifica che vede Reggio Calabria (al 107esimo posto) ultima tra le ultime, preceduta da Napoli (106esima). Ma un quotidiano sottolinea: «Nel Mezzogiorno alcuni dati evidenziano un cambio di marcia: il trend del pil pro capite premia Palermo, Caltanissetta e Nuoro; il valore tendenziale delle presenze turistiche, con Isernia, Frosinone ed Enna a registrare i valori più elevati. L’aumento delle attrattività sul piano economico si accompagna a una maggiore accessibilità sul fronte dell’affitto e acquisto di immobili e a una minore inflazione, creando condizioni potenzialmente favorevoli per il futuro». Brutta figura in questa classifica di vivibilità per i propri cittadini e cittadine la fa proprio la capitale che si ferma al 59esimo posto, facendo come da “apripista” al resto d’Italia. Tornado al Nord: Torino perde addirittura 22 posizioni e va giù fino al cinquantottesimo gradino, appena sopra Roma. Una curiosità: Firenze che è pur calata rispetto ai posti conquistati in precedenza, ha un primato, da medaglia d’oro, che riguarda la qualità della vita delle donne.

Non capisco perché sia nata tanta solidarietà intorno a un cantante che nei suoi testi nomina la donna sempre in maniera offensiva, come se fosse soltanto una “troia” da sputare in faccia e da trattare come oggetto (parole testuali). Arte? L’arte non si censura: è vero. Ma si può dire anche che se un testo letterario, una canzone, una pittura incitano alla violenza e, soprattutto all’odio verso una parte sociale o una persona, è lecito, direi obbligatorio, escluderlo da un evento che, tra l’altro, è inclusivo e dedicato a tutti e tutte. In più posto a inaugurare l’apertura di un nuovo anno. Sta accadendo a Roma dove la notte di San Silvestro il Comune organizza il cosiddetto Concertone di fine anno, al Circo Massimo, a un passo dal centro storico e dal Colosseo. Tra gli e le invitate di quest’anno c’era anche un cantante rap. I testi delle sue canzoni sono pieni di misoginia, di disprezzo, oltre che di oggettivazione della donna che dovrebbe essere la sua compagna di vita, almeno in quel momento da lui descritto nel testo. C’è chi dice che piaccia molto, soprattutto alle ragazze. Quali ragazzine? Quelle che ti rispondono che si sentono appagate e felici quando il proprio ragazzo, coetaneo, esige (più che chiede) di controllare il loro cellulare? Che la gelosia sfrenata (ma di per sé sempre brutta) è segno di amore dei ragazzi verso la propria ragazza? Dove sono andate a finire le lotte delle donne per la loro indipendenza? Dove sono le discussioni sulla parità di genere? Come si parla ancora di patriarcato, di machismo, di sottomissione di genere, anche economica? Dopo l’uccisione di Giulia Cecchettin si è parlato, soprattutto con la creazione della Fondazione a suo nome, di educazione sentimentale, educazione dei rapporti tra generi (non solo in senso binario) nelle scuole. Ma ora se un cantante (e non è l’unico, purtroppo soprattutto nel suo genere) si fa idolo di ragazzini e ragazzine che negano tutti valori del rispetto, si fa una campagna, una crociata (che brutta parola che evoca brutti ricordi) a favore del cantante in difesa, dicono, dell’arte e della libertà di parola. E purtroppo si schierano con il cantante/artista anche le colleghe donne, troppe. Forse viene in mente che sono solo i soldi a muovere tutto questo chiasso, altro che contrasto alla censura!
Le parole sono importanti. Andiamo verso il Natale e sta per finire l’anno vecchio e aprirsi, seppure metaforicamente, l’anno nuovo. Le parole pesano e il loro uso dà un significato al contesto in cui vengono usate, lo sapevano bene gli strutturalisti, da De Saussure a Wittgenstein, passando per il Carroll di Alice delle meraviglie. Ogni anno l’enciclopedia Treccani “elegge” una parola e la fa “parola dell’anno”. In questi 366 giorni di guerre, incomprensioni e sopraffazioni tra popoli, di campagne elettorali piene di machismo e di continue violenze, soprattutto verso le donne, la parola scelta sembra adattissima: Rispetto, è questa per l’enciclopedia Treccani la parola di questo 2024 scelta, come dicono, per la sua estrema attualità e rilevanza sociale: «Questa parola — spiegano Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, codirettori del Vocabolario Treccani — dovrebbe essere posta al centro di ogni progetto pedagogico, fin dalla prima infanzia, e poi diffondersi nelle relazioni tra le persone, in famiglia e nel lavoro, nel rapporto con le istituzioni civili e religiose, con la politica e con le opinioni altrui. Il termine rispetto, continuazione del latino respectus, va oggi rivalutato e usato in tutte le sue sfumature, proprio perché la mancanza di rispetto è alla base della violenza esercitata quotidianamente nei confronti delle donne, delle minoranze, delle istituzioni, della natura e del mondo animale…È molto significativo — aggiungono — che le espressioni della lingua italiana che contengono questa voce siano numerosissime: da avere rispetto per qualcuna, qualcuno o qualcosa a mancare di rispetto, da di tutto rispetto a col rispetto dovuto, via via fino alla formula “con tutto il rispetto”, purtroppo usata spesso impropriamente nella polemica politica come premessa di attacchi verbali aggressivi, offensivi e violenti, o all’espressione uomini di rispetto, tristemente nota per aver indicato gli affiliati alla mafia». Il rispetto dell’altro/a è alla base di ogni convivenza civile, di ogni situazione paritaria che sia di genere o altro. É questo, secondo noi ciò che si dovrebbe apprendere in famiglia e che si deve insegnare a scuola nella trasmissione di quel “sapere” che fa parte della produzione e trasmissione umana. Questo è alla base di un vero spirito, religioso o laico, del Natale come festa di nascita, di inizio vitale.
Natale presuppone pace, almeno così ci insegnavano da bambine e bambini. Allora consoliamoci con due poesie che parlano di rispetto e del messaggio che dovrebbe arrivarci. La prima è di Gianni Rodari per condividere un momento di uguaglianza umana e universale. L’altra è una poesia in dialetto romanesco scritta da Trilussa (al secolo Camillo Salustri). La recitò magistralmente Gigi Proietti.

Il cielo è di tutti
Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.
È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
del re, dell’ortolano,
del poeta, dello spazzino.
Non c’è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.
Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.
Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.
Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.

(Gianni Rodari, in Filastrocca in cielo e in terra, Einaudi, 1960)

Er Presepio
Ve ringrazio de core, brava gente,
pé ‘sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,
si de st’amore non capite gnente…
Pé st’amore sò nato e ce sò morto,
da secoli lo spargo dalla croce,
ma la parola mia pare ‘na voce
sperduta ner deserto, senza ascolto.
La gente fa er presepe e nun me sente;
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l’amore
è cianfrusaja che nun cià valore.

(Trilussa)

Buon Natale e buona pace a tutti e a tutte.