racconti di Pietroburgo, di Nikolaj Gogol, recensione di Paola Naldi

Abituati a scritture rapide, storie lineari, rileggere i classici è sempre un immergersi in altri mondi, altre dimensioni stilistiche e densità di significato…
Questa pregevole opera viene pubblicata nel 1843 ed è composta da cinque racconti. Il punto di unione tra le storie è l’ambientazione (come dice il titolo) a San Pietroburgo, allora capitale dell’impero russo. Questa, costruita con enormi sacrifici e lavori in una zona paludosa, viene celebrata da Pushkin come una magnifica costruzione, baluardo contro le intemperie, mentre Gogol la vede in negativo, come un luogo di alienazione.
Gogol utilizza la città come simbolo delle difficoltà e delle disillusioni dei suoi personaggi.
Vi sono le strade illuminate, lussuose, con meravigliosi palazzi e poi vie tortuose, scarsamente illuminate, fangose, con abitazioni a basso prezzo, scale maleodoranti e stanze dall’arredo scarno.
La prospettiva Nevskij emerge per le carrozze, le vetrine dei negozi, le dimore signorili, ma anche per l’indifferenza della gente. Essa dà il titolo al racconto di un artista, che si innamora di una giovane incontrata per strada, la insegue e la idealizza, sino a scoprire che è una prostituta. La disillusione lo porta a un tragico epilogo…
Ne Il naso siamo in una situazione assurda: il barbiere Ivan Jacovlevic scopre un naso tagliato nel pane della colazione. Contemporaneamente il maggiore Kovalëv si accorge, guardandosi il mattino allo specchio, di non avere più il naso. Inizia una ricerca movimentata, che lo porta in diversi ambienti, incompreso e frustrato, sino al ritorno imprevisto del naso al suo posto…
Il cappotto è un vero capolavoro. Akakij Akakievic è un umile e timido funzionario pubblico, oggetto di scherno da parte dei colleghi, preciso e puntuale nel lavoro di copiatura di testi burocratici. Costretto a comprare un cappotto nuovo, per il freddo intenso, fa tanti sacrifici, fino ad avere la somma necessaria perché il sarto Petrovic gliene faccia uno. Fiero del nuovo cappotto, partecipa a una festa organizzata dai colleghi, ma per somma sfortuna, tornando a casa viene assalito da due loschi individui, che gli rubano il prezioso cappotto. Disperato, sollecita un alto commissario perché lo aiuti a trovare i ladri, ma viene trattato malamente. Il povero Akakij, non potendo permettersi un altro cappotto, prende una polmonite e muore di freddo. Un fantasma si aggira in città a rubare cappotti, anche quello dell’alto funzionario…
Il ritratto ha come protagonista il povero ma talentuoso pittore Cartkov, che con gli ultimi soldi rimastigli acquista un ritratto, che lo colpisce per l’intensità dello sguardo. Questo quadro sarà la sua fortuna, facendolo diventare ricco, ma anche la sua disgrazia, perché perde la vena artistica…Muore disperato e il quadro viene venduto all’asta. La transazione si interrompe quando un uomo si alza e racconta la storia del soggetto del quadro…
Il diario di un pazzo ci immerge nella progressiva pazzia di un umile funzionario statale, Aksentij Ivanovic Popriscin, il cui compito è fare la punta ai lapis del suo superiore. Ha l’abitudine di tenere un diario, in cui racconta gli eventi della giornata, i rapporti con colleghi e direttore e l’amore per Sophie, la figlia del suo capo. I primi segni di follia si hanno quando immagina le conversazioni della cagnolina di Sophie, sino a pensare di essere il re di Spagna…
I protagonisti appartengono al mondo grigio della città: dipendenti statali di basso grado, confinati in compiti ripetitivi e poco importanti o artisti costretti a precarietà e dipendenza dai capricci dei compratori. Siamo in un mondo in cui il rango e i suoi aspetti sono più importanti dell’uomo stesso. Fino al 1917 l’intera società russa viveva sotto l’ossessione del rango, codificato nella Tavola dei ranghi da Pietro il Grande nel 1722. Il rango diventa un valore assoluto, l’unico degno di essere rivendicato e protetto. Indica il posto di ognuno nella vita in generale e nelle relazioni sociali.
Il denaro e il rango diventano fattori essenziali nella vita dei personaggi, segnando sia il rapporto con se stessi, che con il mondo esterno. L’apparenza sostituisce il vero senso dei valori.
Gogol è considerato un iniziatore del realismo in Russia, ritraendo la gente comune, prima i contadini e poi gli appartenenti ai ceti medio-bassi delle città.
Interessante notare come le donne siano relativamente poche e non abbiano un ruolo importante. La donna ideale esiste “solo nel vuoto”, la donna perfetta non ha realtà in questi racconti. Spesso le ragazze non hanno un nome. Solo Sophie, dell’ultimo racconto, sembra avere delle preferenze e un minimo di personalità. Il pessimismo verso le donne è abbastanza marcato, considerando i personaggi secondari di queste storie.
Il sarcasmo e l’ironia sono mescolati con una tenue melanconia. Gogol indaga la natura umana fatta di contraddizioni, conflitti banali, preoccupazioni e patimenti quotidiani, insistendo sul fatto che siamo tutti in balia del destino, di eventi casuali, che possono sconvolgere anche la più regolare delle esistenze. I suoi sono antieroi, che non vincono mai, ma raccontati senza cadere nel patetico. Lo scrittore utilizza elementi stravaganti, strani, fantasiosi, che ci fanno uscire dall’opprimente realtà. Ci fa stare tra sogno e realtà.
“passo, m’avvolgo sempre più stretto nel mantello, e mi sforzo di non guardare gli oggetti che mi vengono incontro. Tutto è inganno, tutto è sogno, tutto è differente da quel che appare!”
Dostoevskij aveva pronunciato la leggendaria frase «siamo tutti usciti dal Cappotto di Gogol’».