Memory Street International, le letterate, di Sveva Fattori

Nel verso mio sono libera: è lui
il mio mare ampio, nudo di orizzonti…
Nei miei versi cammino sopra il mare
passo attraverso le onde che si sdoppiano
in altre onde e in altre onde… vado, corro
nel mio verso, respiro, vivo, cresco
nel mio verso, il mio piede in lui si fa
strada, e la strada ha direzione, e la
mano cosa afferrare, e la speranza
cosa sperare, e la vita il suo senso.
Libera io nel mio verso, lui è libero
come me. Noi ci amiamo. Ci teniamo.
Senza lui sono piccola e in ginocchio
sto innanzi all’opera delle mie mani,
soffice argilla stretta fra le dita…
Dentro di lui, mi alzo e sono me stessa.
(En mi verso soy libre, Dulce Maria Loynaz)
Poesia, narrativa, prosa… Letteratura! Non mi stupisce che siano tutti termini originariamente femminili, d’altronde non hanno tutti a che fare con la creazione?
Per le dieci letterate protagoniste del Memory Street International scrivere, appropriarsi dello strumento della scrittura, è mostrarsi al e mostrare il mondo così come loro lo percepiscono in quanto donne; è rivoluzione e libertà, resistenza, costruzione e decostruzione.
La scrittura è visceralmente donna perché, da quando abbiamo potuto apprenderla, ne abbiamo fatto il nostro megafono, strumento per parlare anche quando la voce veniva silenziata.

Religiosa e poeta messicana, Juana Ines de la Cruz (San Miguel Nepantla, 12 novembre 1648 o 1651 – Vicereame della Nuova Spagna, 17 aprile 1695) può essere considerata una vera e propria bambina prodigio: a otto anni ha già scritto un componimento a carattere religioso; a tredici si destreggia con padronanza tra il latino, la logica greca e la metafisica. Dopo la difficile esperienza vissuta presso l’ordine delle Carmelitane Scalze, a diciotto anni entra nell’ordine di San Girolamo, un istituto religioso femminile di diritto pontificio dove rimarrà per i successivi vent’anni. Nel 1689, grazie all’intervento dell’amica marchesa Maria Luisa Manrique de Lara, viene pubblicato Inundación castalida de la única poetisa, musa decima, primo volume della trilogia che si concluderà con la pubblicazione postuma del terzo libro (1700). Tra le sue opere si annoverano scritti puramente teologici come Carta Atenagórica (1690), commedie teatrali quali Los empeños de una casa e Amor es más laberinto e testi di critica sociale come Redondillas e Hombres necios, dedicati rispettivamente alla difesa per i diritti delle donne e alla critica contro il sessismo e le contraddizioni morali della sua epoca.

«Sono tutti religiosi [il fratello, la sorella e i genitori] – eccetto me». Eppure, è proprio la religione, in particolare quella protestante, ad animare l’istinto poetico di Emily Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 – Amherst, 15 maggio 1886). Sebbene fosse convinta che coltivare l’amore e il rapporto con se stessa fosse la chiave per raggiungere la felicità, la sua solitudine non fu certo una scelta: amori platonici, non corrisposti o viziati dalle tensioni familiari la destinarono a una vita solitaria e di fantasia. La condizione di isolamento in cui decise di trascorrere i suoi giorni fu dettata anche dai disturbi nervosi e dall’ansia sociale di cui soffriva.
Considerata una delle maggiori scrittrici liriche moderne, Emily Dickinson deve la sua notorietà alle donne che la circondarono in vita. Dopo la sua morte, avvenuta a soli cinquantacinque anni, sua sorella Vinnie scoprirà le sue poesie e le darà alla stampa. La nipote Martha, figlia dell’amata cognata Susan Gilbert, continuerà il lavoro avviato: grazie a lei, tra il 1924 e il 1935 verranno pubblicate altre trecento poesie dell’autrice. La natura, l’amore, la poesia e la morte sono i temi dominanti dei suoi componimenti: in essi, così come nelle opere in prosa, le sue riflessioni in materia vengono messe nero su bianco attraverso metafore, rime asimmetriche e voci multiple che si coniugano insieme dando vita a uno stile inconfondibile.

Hodā Shaʿrāwī, all’anagrafe Nūr al-Hudā Sulṭān, nasce a Minyā (Egitto) il 23 giugno del 1879. L’iniziazione alla politica coincide con l’avvento della lotta nazionalistica del 1919: in quell’anno Hoda e le sue collaboratrici sfilano in corteo per protestare contro l’arresto e l’esilio dei quattro capi principali della resistenza egiziana e in favore dell’indipendenza dell’Egitto dalla Gran Bretagna. La marcia tutta al femminile costituisce l’antecedente politico per la costituzione della Società della donna nuova, un’associazione a sostegno dell’alfabetizzazione delle donne. Risale poi al 1920 la fondazione del Comitato centrale del Wafd, il partito nazionalista egiziano che vede tra i suoi costituenti anche Alī Shaʿrāwī, cugino e marito della donna. Di ritorno dal IX Congresso dell’Alleanza Internazionale pro Suffragio delle donne di Roma, Hodā dà vita all’Unione Femminista Egiziana con l’obiettivo di difendere i diritti delle donne, tra cui quello all’istruzione superiore. Si deve all’Ufa l’aver trasformato in legge l’obbligo per le donne di non sposarsi prima del compimento dei sedici anni.
In quello stesso anno (1923) viene compiuto il gesto politico più sovversivo e rivoluzionario: nell’affollata stazione del Cairo, lei e le sue collaboratrici si tolgono il velo dalla testa, imitate dalle centinaia di donne presenti sulla banchina. La rivista da lei fondata, L’egiziana (al-Misriyya), è un ulteriore strumento di cui la donna si avvale per sostenere la sua causa in difesa dei diritti delle donne e della Palestina. Contro la Dichiarazione di Balfour — per la creazione di una «dimora nazionale per il popolo ebraico» in Terra Santa — Hodā lancerà un appello congiunto con il Comitato delle Donne Arabe di Gerusalemme. La posizione assunta rispetto a questa causa sarà ribadita ulteriormente durante la Conferenza delle Donne d’Oriente di cui viene nominata guida nel 1938. Fondamentale sarà poi il suo contributo per la creazione del primo Congresso Femminista Arabo (1944) e la presidenza dell’Unione delle donne arabe (1945). Hodā Shaʿrāwī muore a Il Cairo il 12 dicembre del 1947. La biografia di questa pioniera è tramandata in A volto scoperto: la vita di Huda Shaarawi, prima femminista d’Egitto.

Nonostante la morte prematura per tubercolosi, in soli trentaquattro anni di vita Katherine Mansfield (Wellington, 14 ottobre 1888 – Fontainebleau, 9 gennaio 1923) riuscì ad imporsi come una delle più importanti autrici del movimento modernista. La malattia, l’esilio e l’isteria, da lei stessa definita «una grande ispiratrice», piuttosto che limiti diventano la forza motrice della sua ispirazione artistica. Dedita alla scrittura sin dal periodo del liceo — i suoi primi racconti vengono pubblicati sul giornale dell’istituto nel biennio 1898-1899 — Katherine scopre la sua vocazione solo dopo il primo viaggio a Londra e il successivo ritorna in Nuova Zelanda. Questa nuova raison de vivre la porta a trasferirsi definitivamente nella capitale inglese dove, nel 1911, viene pubblicata In a German Pension, raccolta di racconti che nascono dal ricordo delle esperienze vissute dall’autrice durante il soggiorno in Baviera. Ammalatasi di tubercolosi nel 1917, Katherine iniziò a viaggiare per l’Europa alla ricerca di una cura. Saranno le raccolte Bliss (1920) e The Garden Party (1922) a consacrarla definitivamente come una delle più influenti autrici del Modernismo.

Nata Lucila de María del Perpetuo Socorro Godoy Alcayaga, Gabriela Mistral — pseudonimo letterario ideato in omaggio a Gabriele d’Annunzio e Frédéric Mistral — è stata una poeta, insegnante e femminista cilena, nonché prima donna latinoamericana a vincere il Premio Nobel per la letteratura nel 1945. Il sogno di diventare un insegnante, spesso osteggiato per le posizioni assunte in favore di un’educazione libera e accessibile a tutte le classi sociali, si concretizza nella nomina a direttrice del liceo femminile di Santiago. Tuttavia, prima del suo Paese natale, saranno l’America e il Messico a riconoscerle i meriti dovuti sia come docente che come scrittrice di poesie: la raccolta poetica Desolación viene pubblicata a New York nel 1922; nel 1923 alcune dei suoi testi vengono inclusi in Lecturas para Mujeres, un’ontologia di autori/autrici latinoamericane dedicata alla maternità e all’istruzione femminile. Viaggiatrice per vocazione e per lavoro, nel 1946, durante uno dei suoi innumerevoli viaggi, Gabriela conosce la scrittrice statunitense Doris Dana che diventerà la sua compagna di vita. Le lettere tra le due amanti sono state pubblicate postume nel libro Niña errante (2009). Mistral morirà a New York, accanto alla sua amata, il 10 gennaio del 1957. Il rapporto complesso con il suo Paese natio e l’intimo desiderio di farvi ritorno animano l’opera Lagar del 1954. Altri temi ricorrenti sono l’amore, il dolore, la maternità e le umili origini.
A lei sono dedicati il premio Gabriela Mistral, un centro culturale e un’Università privata; porta il suo nome anche il cerro Fraile, una collina situata a Monte Grande. Dal 1981 — e poi dal 2009 in una nuova versione — la sua effige compare nella banconota da 5000 pesos cileni.

Dulce Maria Loynaz (L’Avana, 10 dicembre 1902 – L’Avana, 27 aprile 1997) è stata una scrittrice, poetessa e avvocata cubana. L’inizio degli studi presso l’Università della sua città natale è la prima occasione di entrare in contatto con il mondo esterno dopo un’infanzia e un’adolescenza vissuta in una condizione di clausura. Sebbene non fosse la sua vocazione, l’avvocatura le darà comunque numerose soddisfazioni: professionista forense riconosciuta a livello internazionale, nel 1944 sarà la prima donna cubana a ricevere l’Ordine González Lanuza. Ma è la letteratura la sua grande ispirazione. Le sue prime liriche vengono pubblicate sul periodico La Nación quando la scrittrice ha solo diciassette anni. Seguiranno poi numerose collaborazioni con diversi giornali, tra cui El Mundo, Revista Cubana e Revista Bimestre Cubana.
Jardín, la sua unica novella, viene pubblicata in Spagna nel 1951. La magia che irrompe e che diventa parte del quotidiano contribuisce a connotare il testo quale antesignano del realismo magico latinoamericano.
All’indomani del trionfo della Rivoluzione Cubana (1959) la scrittrice si ritira nel silenzio vivendo, di fatto, come un’esiliata nel suo stesso Paese. Dulce Maria Loynaz morirà a L’Avana il 27 aprile del 1997. Durante la sua vita le vennero conferiti numerosi riconoscimenti: nel 1947 venne nominata dama dell’ordine di Isabella la Cattolica e nel 1992 ottenne il Premio Cervantes.

La biografia di Simone de Beauvoir (Parigi, 9 gennaio 1908 – Parigi, 14 aprile 1986), scrittrice, filosofa, insegnante e saggista francese, copre quasi tutto il Novecento. Ne abbiamo memoria nella sua autobiografia in quattro parti: Memorie di una ragazza per bene (1958), dedicato all’infanzia e agli studi; L’età forte (1960), dedicata alla sua giovinezza e alla scelta di diventare un’intellettuale; La forza delle cose (1963), in cui l’autrice riflette sulla guerra e si confronta con la storia; A conti fatti (1972), una sorta di tiro delle somme. Durante la sua vita Simone viaggiò moltissimo e fu protagonista della vita politica dei diversi paesi che visitò: il nazismo in Germania, la guerra civile spagnola del 1936, la Seconda guerra mondiale. Durante la guerra entra a far parte, insieme a Jean-Paul Sarte, suo compagno dal 1929, del gruppo socialista Resistenza e Libertà di Parigi. Tre anni dopo la liberazione, nel 1947 fa il primo viaggio transoceanico e vola negli Stati Uniti per tenere un ciclo di conferenze. In quell’occasione, Simone si confronta con la società femminile americana e in particolare con le casalinghe americane verso cui — ammetterà successivamente — assume una posizione di giudizio, considerandole incapaci e colpevoli della loro situazione di sudditanza.
Dopo il suo viaggio in America, nel 1949, pubblica il Secondo sesso, una delle prime e più importanti critiche politiche della subordinazione femminile. Analizzando i miti, la storia e i diversi passaggi che caratterizzano la vita di una donna, l’autrice mostra come il soggetto femminile è sempre stato costruito come Altro rispetto a quello maschile e ne evidenzia l’eccezionalità della posizione nella cultura: solo una donna, nel momento in cui si definisce, deve dichiarare di essere tale perché il neutro è in realtà sempre di sesso maschile e, dunque, è la donna che differisce dal dato che deve dichiarare. Da questo punto di vista, la celebre domanda che De Beauvoir si pone, «Che cos’è una donna?», è particolarmente significativa perché introduce un soggetto parlante di sesso femminile che, a differenza di quanto non riterrebbe necessario un uomo, si chiede in che consista essere una donna. Tra le altre sue opere ricordiamo Quando tutte le donne del mondo (1979), raccolta ispirata all’esperienza con il movimento femminista degli anni Settanta.

Autrice incredibilmente precoce (fin da giovanissima si dedica alla scrittura di racconti brevi, favole e filastrocche), Elsa Morante si rivela letterariamente solo dopo la Prima guerra mondiale, a partire dal 1933. Gli otto anni successivi la vedranno impegnata in varie collaborazioni con diversi periodici fino a quando, nel 1941, uscirà il suo primo libro con il titolo Il gioco segreto, una raccolta di racconti giovanili. Saranno però i suoi romanzi a consacrarla una delle più importanti narratrici del secondo dopoguerra: Menzogna e sortilegio (1948) le varrà il Premio Viareggio e con L’isola di Arturo (1957) vincerà il Premio Strega, diventando la prima donna insignita del prestigioso riconoscimento. La scrittura metaforica che la contraddistingue emerge in questo secondo romanzo in tutta la sua bellezza: Procida, l’isola in cui è ambientata la storia di formazione del protagonista, è metafora dell’adolescenza; alla fine, l’abbandono materiale del luogo sarà simbolicamente anche quello della giovinezza.
Con il suo ultimo romanzo, Aracoeli, l’autrice vincerà il Prix Médicis nel 1984. Elsa Morante muore a Roma il 25 novembre del 1985. Tra le opere postume ricordiamo: Diario 1938 (1989), Racconti dimenticati (2002) e L’amata (2012). Oltre che romanziera di incredibile talento, Elsa Morante fu anche una saggista, poetessa e traduttrice.

Nadine Gordimer (Johannesburg, 20 novembre 1923 – Johannesburg, 13 luglio 2014) è stata una scrittrice sudafricana, autrice di romanzi e saggi. L’esperienza universitaria — durata solamente un anno — la porta a confrontarsi con le disparità esistenti tra studenti bianchi/e e neri/e. Questa nuova sensibilità la induce a schierarsi a favore della lotta contro le discriminazioni razziali e la politica sudafricana di apartheid. La posizione assunta rispetto a tali tematiche si rinviene anche in opere quali A world of strangers (1958) e A sport of nature (1987). Militante nell’African national congress di Nelson Mandela fin dai tempi universitari, nel 1987 Nadine è tra le/i fondatori del Congress of South African writers, un’associazione con lo scopo di promuovere la letteratura tra le comunità discriminate. Tra i tanti premi di cui è stata insignita ricordiamo: il Booker Prize (1974), il Premio Malaparte (1985) e il Premio Grinzane Cavour (2007). Nel 1991, inoltre, le è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura. Nonostante le ricorrenti censure, Nadine non lascerà mai il suo Paese e resterà a osservarlo nei suoi mutamenti sociali e politici, contribuendo con la sua scrittura al cambiamento desiderato.

Kamala Markandaya, pseudonimo di Kamala Purnaiya Taylor, nasce a Chimakurti, nel distretto di Prakasam dello stato indiano dell’Andhra Pradesh, il 23 giugno del 1924. Terminati gli studi universitari, inizia a lavorare come giornalista presso alcuni quotidiani indiani. Negli articoli pubblicati in quegli anni torna sovente il tema dello scontro tra i valori della cultura occidentale e quella del suo paese natale. La partenza per la Gran Bretagna, dove si trasferisce dopo la liberazione dell’India (1947) e dove vivrà per il resto della sua vita, segna la conclusione della sua esperienza giornalistica: arrivata a Londra, Kamala comincerà a dedicarsi esclusivamente alla narrativa. Il primo romanzo, nonché opera più conosciuta e apprezzata della scrittrice, viene pubblicato nel 1954 con il titolo di Nectar in a Sieve (Nettare in un setaccio). Nel libro il tema dell’incontro con l’Occidente torna latente nella narrazione, intrecciandosi con la denuncia delle drammatiche condizioni di vita dei contadini. La dicotomia tra i valori del ponente, visti come moderni e materialistici, e quelli indiani, considerati tradizionali e spirituali, viene esaminata nel romanzo Possession (1963). Nelle opere successive, tra cui si annoverano The coffer dams (1969), The golden honeycomb (1977) e Pleasure city (1983), l’autrice continua a rappresentare la composita realtà del suo paese. Kamala Markandaya muore a Londra il 16 maggio del 2004.