il poetico tormento interiore di Djuna Barnes, di Nicole Maria Rana

Il poetico tormento interiore di Djuna Barnes

Il 18 giugno del 1982, nata il 12 giugno 1892, muore Djuna Barnes e vorremmo ricordarla per quello che rappresentato per la letteratura del Novecento: scrittrice, giornalista, poeta e drammaturga, ha attraversato l’età modernista con intensità, soprattutto con il romanzo Nightwood (1936), considerato oggi un capolavoro della letteratura queer e modernista.

Nata a Cornwall-on-Hudson, nello stato di New York, è cresciuta in una famiglia bohémien che rifuggiva ogni convenzione sociale. Suo padre credeva nell’amore libero, incoraggiando anche pratiche non convenzionali per l’epoca, mentre la madre, artista e poeta, contribuì a un’educazione improntata all’espressione artistica. Djuna visse la sua infanzia in una sorta di comune rurale, tra esperienze creative ed episodi traumatici, tra cui — secondo alcune fonti — anche abusi: un contesto irregolare e intenso che influenzò profondamente la sua sensibilità. Trasferitasi a New York nei primi anni del Novecento, Barnes si fece rapidamente notare come giornalista e illustratrice per testate come The Brooklyn Daily EagleVanity Fair e McCall’s. I suoi articoli erano provocatori, teatrali, spesso incentrati sulla vita notturna, sulle donne emancipate e sui margini della società: in uno di essi, si fece addirittura legare e nutrire a forza per raccontare il trattamento riservato alle suffragette arrestate. Parallelamente, pubblicava poesie e brevi racconti in cui emergevano già i temi della solitudine, del corpo e del desiderio che avrebbe rielaborato in seguito.

Negli anni ’20 si stabilì a Parigi, epicentro della vita culturale europea, entrando nel circolo di autori come James Joyce, Gertrude Stein, Ezra Pound e Natalie Barney. In questo ambiente libero e intellettualmente acceso, Djuna visse anche la sua relazione più significativa e tormentata con la scultrice americana Thelma Wood. Un amore tanto appassionato quanto distruttivo, che ispirò la stesura di Nightwood, romanzo che trasfigura la sua esperienza personale in un’opera lirica. Lo scritto fu pubblicato con una prefazione di T.S. Eliot, che ne lodò la potenza emotiva e l’accuratezza stilistica. Il libro esplora l’identità queer, l’alienazione e la decadenza in uno stile che fonde modernismo, simbolismo e psicoanalisi. È uno dei primi romanzi in lingua inglese a trattare apertamente l’amore tra donne, e a farlo senza moralismi né pietismi, ma con voce libera, aperta. Per decenni è stato considerato un’opera di culto, prima di essere pienamente riconosciuto dalla critica femminista e queer tra gli anni ’70 e ’90.
La protagonista Nora Flood è una chiara trasposizione di Barnes, mentre Robin Vote, enigmatica e sfuggente, rievoca Wood. Thelma, infatti, era tutto fuorché una presenza tranquilla. Scultrice americana dal talento brillante ma dall’animo inquieto, entrò nella vita di Djuna Barnes nel 1921 come una tempesta: affascinante, libera, imprevedibile. Quella che iniziò come una relazione appassionata divenne presto un vortice di emozioni contrastanti, un amore che consumava e divideva, tra Parigi e Berlino, tra notti alcoliche e silenzi strazianti. Djuna amava con intensità assoluta, mentre Thelma — affascinata dall’arte quanto dal disordine — scivolava sempre più spesso in relazioni parallele, eccessi e comportamenti distruttivi. Per anni Djuna cercò di trattenerla ma fu lei, alla fine, a uscirne devastata. Eppure, da quella ferita nacque Nightwood (1936), un romanzo che è insieme esorcismo e arte, sublimazione del dolore e affermazione. Robin Vote, la figura sfuggente e magnetica del libro, è l’ombra di Thelma. Nora Flood, invece, è Djuna: vulnerabile, lucida, piena di una rabbia che non urla, ma scrive. Barnes non si è mai definita apertamente lesbica — le categorie, per lei, erano gabbie. Ma ha vissuto amori con donne senza maschere, in anni in cui bastava questo per essere scandalosa. La sua identità queer non è mai dichiarata, ma è ovunque nelle sue pagine: è fluida, tormentata, mai pacificata. L’amore, per Djuna, è un luogo oscuro dove si entra senza difese, e da cui spesso si esce spezzati. In Nightwood, il desiderio è una forza che lacera e insieme tiene in vita. I personaggi sembrano muoversi in una realtà sospesa, onirica, dove l’amore non redime ma consuma. Il senso di alienazione è profondo, e non ha nulla di patinato: c’è solitudine, colpa, attrazione, vergogna, e quella sete d’assoluto che solo l’amore queer — ai margini della norma — sembra conoscere così bene. Djuna non cerca di spiegarsi, né chiede comprensione. La sua scrittura è un atto radicale di espressione: lirica, inquieta, rivoluzionaria. È queer non per intenzione politica, ma per verità esistenziale. E proprio per questo, oggi come allora, continua a parlare a chi si sente “altro”, a chi ha amato troppo, a chi ha perso tutto tranne la parola.

Marcel Moore e Claude Cahun. Da Canale ITV

Sebbene Nightwood sia il suo capolavoro indiscusso, Djuna Barnes ha lasciato un’eredità letteraria cospicua e sorprendente, fatta di opere sperimentali, dall’ironia tagliente ma in cui intravediamo facilmente la sua profonda inquietudine esistenziale: ogni suo testo è un mondo a parte, spesso difficile da penetrare, eppure capace di affascinare.

Il suo primo romanzo, Ryder (1928), è un’esplosione di forme e provocazioni. Fortemente autobiografico, racconta le vicende di una famiglia caotica e fuori dagli schemi, ispirata chiaramente alla sua. Qui Barnes si diverte (e si accanisce) a smontare la famiglia patriarcale, l’amore romantico, la religione, i ruoli di genere. Non raccontare e basta: cambia tono, stile, formato. Passa dalla prosa alla poesia, dai canti ai sermoni; alcune parti furono persino censurate per oscenità, cosa che la fece infuriare e la spinse a scriverne versioni alternative. Nello stesso anno pubblica anche Ladies Almanack, un piccolo gioiello satirico mascherato da almanacco in stile rinascimentale. È una sorta di omaggio ironico (e un po’ crudele) alla cerchia lesbica che frequentava a Parigi, in particolare a Natalie Barney. Il linguaggio è volutamente arcaico e criptico, i personaggi sono celati dietro nomi bizzarri, ma chi conosceva l’ambiente non faticava a riconoscerli, un’opera densa di humour queer. Molto diversa, e molto più cupa, è la raccolta The Book of Repulsive Women (1915), pubblicata quando Djuna era ancora agli esordi. Il titolo è già un programma: le poesie, accompagnate da sue illustrazioni, ritraggono donne marginali, decadenti, sofferenti. È un libro che parla di corpi e desiderio, di morte e vergogna, con un tono barocco e disturbante. Anche se ancora acerbo, anticipa già le ossessioni e le ombre che attraverseranno tutta la sua scrittura. Infine, c’è The Antiphon (1958), il suo unico dramma teatrale, scritto in tarda età: è un’opera difficile, in versi, ambientata in una villa inglese dove si consuma il dramma di una famiglia devastata da violenze e tradimenti dove il linguaggio si fa denso, allegorico, e il tono tragico. Non fu capita né amata all’epoca (tranne da Eliot che ne fu colpito e la incoraggiò a pubblicarla), ma oggi è oggetto di rilettura da parte di chi apprezza la Barnes più ermetica e simbolista.

Negli anni successivi, però, Barnes si ritirò progressivamente dalla vita pubblica. Tornata a New York, visse gli ultimi decenni della sua vita in un appartamento a Greenwich Village, da cui usciva raramente, rifiutando inviti, interviste, e qualunque tentativo di farla uscire dal guscio che si era creata. Continuò però a scrivere e a riflettere, difendendo con ostinazione la propria solitudine e indipendenza creativa.

Morì nel 1982, a novant’anni, dopo essere diventata — senza mai volerlo — un’icona letteraria per intere generazioni di lettori, scrittrici e artisti queer. Figura enigmatica e potente, Djuna Barnes ha attraversato la storia del Novecento lasciando dietro di sé un’opera intensa, spigolosa e profondamente libera, che ancora oggi interroga i confini tra amore, identità e parola.