fermata: Colosseo, editoriale di Giusi Sammartino

Fermata: Colosseo

Carissime lettrici e carissimi lettori,

è successo come sempre, come tutti gli altri anni. Alla mezzanotte esatta ci sono state le consegne simboliche: un anno è passato e ne è arrivato un altro, segnato da un numero in più del precedente. Nulla è cambiato e tutto scorre. Dal punto in cui si era lasciato, prima delle “feste”. Anche le novità sono state stabilite prima, come il passaggio della Bulgaria alla moneta europea, in vigore dal capodanno 2026. Dunque, l’adagio si trasforma, come in effetti si è sempre saputo: “anno nuovo, vita come prima”. Con qualche guaio in più, nelle prospettive future, di un aggravio sui prezzi della spesa, del problema amaro di tante pensioni non aumentate, di difficoltà lavorative, soprattutto per il mondo giovanile.

Inizia l’anno nuovo, comunque. Se non altro per scrivere la data in modo diverso. Ogni inizio, poi, richiama una nascita, a un avvio. Allora mi viene in mente il rimando suggerito da una storica dell’arte e divulgatrice, la professoressa Raffaella Arpiani, che, dando a tutti e tutte gli auguri per l’anno che verrà, parla della vita, che simbolicamente un anno solare rappresenta, raccontata dal mito. Ci ricorda che il nostro tempo, inteso empiricamente al di là della filosofia, è ciò che abbiamo di più prezioso e non dobbiamo sprecarlo. “Nel mito greco e poi in quello romano – scrive – il destino degli esseri umani non è nelle mani degli dèi olimpici ma di tre figure femminili più antiche e più implacabili. Sono le Moire per i greci le Parche per i romani”. Poi Arpiani le analizza nei loro compiti singoli: “Cloto è colei che fila il filo della vita, non sceglie chi nasce, comincia l’inizio del nostro tempo individuale. Lachesi è invece colei che misura, che decide la lunghezza del filo, cioè quanto tempo spetta a ciascuno, non interviene dopo, assegna il tempo all’inizio, il destino diventa irreversibile. Atropo è, invece, colei che taglia. Il suo nome significa l’inesorabile. Non anticipa, non ritarda, non spiega. Quando arriva, il filo si interrompe, ha finito la sua corsa. La cosa più inquietante è questa. Le Parche non sono malvagie né giuste, non puniscono e non premiano, distribuiscono soltanto. Nemmeno Zeus può contraddirle. Il mito dice in modo molto chiaro che la vita non è una promessa: è una quantità finita di tempo che ci viene data senza istruzioni. Tutto il resto, il senso, la direzione, il valore, dipende da cosa facciamo dentro quella misura”. Insomma, il mito, come suo compito, ci spiega la vita. Ci insegna il conto e ci fa pensare che dobbiamo riempirlo. Poi lo hanno preso in carico le religioni insistendo sul libero arbitrio e, però, anche sul destino inesorabile e imprevedibile dello scorrere temporale, dall’inizio alla fine, quasi spietato, dove c’è espiazione o gloria.

“Riempiamolo bene il nostro tempo” ci dice Raffaella Arpiani. Ma a noi è dato anche il compito obbligatorio di guardarci intorno. Il filo dell’anno nuovo che nasce, steso dalla prima Parca, Cloto, è passato subito a Atropo. La Parca Lanchesi non ha quasi avuto il tempo, non è riuscita a dipanare per ciascuna e ciascuno delle vittime (almeno 40) del bar discoteca di Crans-Montana, in Svizzera, la sua matassa. La giovane età delle vittime, non ha dato tempo alle scelte e l’anno nuovo è letteralmente iniziato, proprio allo scoccare della mezzanotte, come in una favola dai toni forti dell’horror,  tra il fuoco di un tetto, forse troppo basso, forse troppo incendiabile, che ha bruciato il filo della vita per tanti ragazzi e tante ragazze. Per alcuni di loro, rimasti fortunatamente vivi, e speriamo il maggior numero di loro, cambierà sicuramente direzione. Anche per chi la vita l’ha preservata e, speriamo, la preserverà, le scelte future da fare su quel filo suggerito dalla mitologia antica e uscito dalle mani della Parca Lanchesi, si direzionerà diversamente alle ipotesi del tempo se non fosse accaduto così.

Altri fuochi terribili, lontani dalle montagne svizzere, sono apparsi dietro le alture che danno il dorso alla città venezuelana di Caracas. Hanno sorpreso il sonno dei cittadini e delle cittadine, come in un agguato, un’imboscata di inizio di anno che ha in sé l’avviso e il potere di direzionare altrove o spezzare i fili prodotti dal mito che, chissà come appaiono e si saranno formati in quel mondo lontano degli Incas, dominato poi da linguaggi neolatini. Anche stavolta l’anno non depone bene per la specie umana. La guerra dovrebbe evitarsi, sempre, ma ha le sue regole. Se si infrangono non può dirsi (e si dice malamente) esportazione di democrazia. La parola, che ci viene sempre dal tempo lontano, indica il governo del popolo, quello che vive sulla terra su cui si vuole metterla in atto. Un pensiero ancora alla sorte di Alberto Trentini ormai imprigionato da oltre 400 giorni in questa terra. Ci si chiede per quali motivi, per quali reati commessi?

La Bellezza però conduce il titolo di questo mio appuntamento con voi. Fermata: Colosseo. La Bellezza che viene a Roma, dalla città latina dei miti e della Storia portata fino a qui, nella quotidianità attuale.

Al Colosseo ci sono due fermate di metropolitana, una più antica e l’altra appena inaugurata, distinta dalla terza lettera dell’alfabeto nostrano. L’altra è la prima metropolitana della capitale, seppure a definirla è la lettera B, la seconda dell’alfabeto, e funziona da quando io sono venuta al mondo (1955)  portando le persone che la frequentano, un tempo solo dal quartiere metafisico dell’Eur, nato per un’esposizione mai realizzata a causa del sopravvento della guerra. Poi, in tempi più recenti, sempre la stessa metropolitana si è divisa, staccata in due parti che dalla fermata “Bologna” si divide verso il capolinea di Rebibbia (dove c’è il carcere ma anche l’arte della matita vivace di Zerocalcare, alias Michele Rech, e chissà quanto altro, oltre la periferia) e verso la via Nomentana delle belle architetture del mausoleo di Santa Costanza e della chiesa di Sant’Agnese, fino alla via Salaria di piazzale Ionio.

Un museo archeologico alle fermate della metropolitana C. Cominciando da quella di Porta Metronia, proseguendo con la fermata Colosseo Fori Imperiali, che ora è capolinea temporaneo in attesa dell’altra fermata-museo di piazza Venezia per dirigersi fino a piazzale Clodio/Mazzini  e Farnesina passando per la Chiesa Nuova e i Musei Vaticani. Un tragitto di arte che porta nell’arte la periferia romana.

Il capolinea provvisorio della Fermata Colosseo Fori Imperiali è stata inaugurata da pochi giorni, il 16 dicembre, come un omaggio alla città di fine anno. Esposti, sistemati in vetrine, i reperti venuti alla luce durante lo scavo. Storia che parte da 100 o 200 anni prima dell’era moderna con capitelli, anfore e statue e pozzi dell’antica Roma. Da fuori Roma, dal comune di Monte Compatri-Pantano, dove è l’altro capolinea, si arriverà fino a piazzale Clodio/Mazzini con la aspettativa di giungere a Farnesina, al ministero degli Esteri. Dalla periferia in centro e oltre: venticinque e passa chilometri di rotaia che per ora non superano i quaranta minuti di viaggio e con 24 stazioni già aperte. Tre fermate-museo, due già aperte tra Porta Metronia e, appunto, il Colosseo. Qui in questo scorcio di fine anno ho visto il bisogno, la necessità di cultura di tantissimi cittadini e cittadine. Tante persone che vanno a visitare l’archeo-fermata sono di Roma. Questo deve far riflettere. Di tutte le età e, secondo me, tante persone scendono, passano i tornelli, senza necessariamente prendere il treno.

L’anno ci attende intero. Allora consoliamoci ancora con la poesia. Un caro amico mi ha suggerito l’umanità degli auguri di Erri De Luca, universali e particolari. Io aggiungo, per leggerli insieme, alcuni versi del grande Omero. La Grecia risuona in noi.

Prontuario per un brindisi

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,

allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,

a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.

(Erri De Luca)

 

 

 

Così hanno decretato gli dèi.

Che, nel perdersi,

ciascuno

ritrovi se stesso

(Odissea)