un luogo dove non sono mai stato, di David Leavitt, recensione di Antonella Sacco

Un luogo dove non sono mai stato – David Leavitt * Impressioni di lettura

(Titolo originale “A Place I’ve never been”, trad. Anna Maria Cossiga; originale pubblicato nel 1990; edizione italiana da me letta Oscar Mondadori (Scrittori del Novecento) del 1996)

Una rilettura, la prima risale all’epoca in cui avevo comprato il libro, circa trent’anni fa. Ma non ricordavo niente… Mi capita spesso di non ricordare, forse dipende dal fatto che – forse – il libro non mi aveva colpita molto. E anche dalla memora? Di solito però la mia memoria non è affatto male. Chissà.

Questo volume contiene dieci racconti, abbastanza minimalisti, direi (anche se ho letto nella postfazione di Antonio D’Orrico che l’autore rifiutava questa etichetta). Molti hanno come protagonisti omosessuali, ma la narrazione è sempre pacata, mi viene da dire naturale, niente a che vedere con i toni e i modi di Busi, per esempio. A suo tempo avevo segnato con tre asterischi uno dei racconti, “Case”, ma adesso non mi è sembrato che emergesse fra gli altri; forse lo avevo segnato per il finale? Non so, non mi ero annotata niente, solo quei tre asterischi a lapis nell’indice.

Quello che volevo sottolineare è invece una cosa che ho riscontrato altre volte in testi scritti da americani (e americane): mi sembra che questi racconti non possano essere stati scritti che da americani (in realtà mi riferisco a statunitensi): per come narrano le vicende, per le abitudini che hanno i personaggi e – moltissimo – per come parlano dell’Italia e degli italiani (ci sono due racconti ambientati in Italia). C’è qualcosa nei testi di molti autori statunitensi che – per me – li fa riconoscere come tali. Non che sia un difetto, nemmeno un pregio: è una caratteristica.

Comunque i racconti di “Un luogo dove non sono mai stato” sono ben scritti e li ho riletti con interesse.