la passione di una figlia ingrata, di Saveria Chemotti, recensione di Paola Naldi

Un romanzo che, come dice il titolo, presenta quattordici stazioni di una Via Crucis laica, attraverso cui la protagonista ripercorre la propria vita e quella della madre, persa nella malattia dell’Alzheimer. “Passione” è lo struggimento da parte di Gilda, la protagonista, verso questa donna, che non ha capito sino in fondo e il dolore per un inevitabile addio. Gilda si sente “ingrata” per aver spesso preferito il rapporto affettivo con nonna Linda, piuttosto che con una madre spesso sentita fredda e distante.
Si ripercorrono le vite di Gilda, di sua madre e di sua nonna, in un intreccio di sentimenti contrastanti e di segreti rivelati troppo tardi. Questo romanzo, che ha una certa parte di spunti autobiografici, pone la domanda “chi è la vera madre, quella che ti ha partorito o quella che ti ha cresciuto?”.
” Le ho amate entrambe, separando le stagioni del loro amore per me. Come posso trattenerle sotto la mia pelle senza confondermi irrimediabilmente con loro? Schiacciata dal peso di una duplice presenza materna, dai vincoli irriducibili, dai conti in sospeso, passo in rassegna le età della mia vita, ma non arrivo mai a una forma compiuta, piena. Cammino senza tregua lungo i viottoli e tra gli arbusti, nelle radure in pieno sole, come in una lunga digressione, in una divagazione mai finita, per allontanarmi dai luoghi enigmatici che mi tormentano Sono vittima e carnefice insieme, chiusa in un dolore irrisolto”.
La mamma di Gilda, Maria, è figlia di una ragazza madre, che ha dovuto abbandonarla per lo scandalo conseguente e che si è poi rifatta una vita in Argentina. Maria è stata adottata, ma lo struggimento per questa madre irraggiungibile condiziona pesantemente la sua vita: la cerca e la aspetta disperatamente per tutta la vita. Sono rivolte a questa madre lontana gli ultimi pensieri di Maria. Il passato, per quanto nascosto e negato, ritorna sempre, così come ciò che viene represso, imponendosi con forza nelle nostre vite, chiedendo di farne i conti, di accoglierlo e comprenderlo. Per la prima volta Gilda entra nella vita della madre e la conosce veramente.
Nel contempo in questo romanzo si parla della fatica di ottenere la propria indipendenza, di seguire la propria vocazione (in questo caso gli studi), di rivendicare diritti e libertà: il desiderio di vivere la propria vita senza dover sottostare a condizionamenti esterni. Gilda rappresenta molte donne di una generazione, che ha vissuto le battaglie femministe a partire dagli anni ‘70 del secolo scorso. Viene da un paese del Trentino, in cui tutti si conoscono e sono solidali, ma in cui vigono anche rigide regole morali. “Quando ero partita per l’università, temendo le insidie di una cultura più permissiva, mia madre mi aveva consegnato un imperativo morale assoluto: Io le gambe te le fatte, io te le rompo prima che entri dalla porta.”
Il luogo dell’infanzia è anche quello del presente, in cui riconoscersi completamente. Gilda cammina molto nella storia, insieme alla nipote Diana, s’ immerge in un paesaggio che sente parte di sé. Il tema di fondo è la difficoltà e l’urgenza di ridisegnarsi, capire il percorso che ha portato la protagonista ad essere la donna che è diventata. Un libro coraggioso, perché non è facile guardarsi allo specchio: la protagonista si trova di fronte a un’ immagine di sé, che non sempre corrisponde a quella che ha costruito da sola.