quando nascevano mia figlia e mia madre, editoriale di Giusi Sammartino

Quando nascevano mia figlia e mia madre 

Carissime lettrici e carissimi lettori,

venire al mondo. Lasciare il ventre femminile dove si è stati e state, più o meno comodamente, per nove mesi. Nel mondo che ha cominciato a crearci, dall’incontro iniziale. Avere la vita, sentirla, per porsi per proprio conto, innescando il respiro dei propri polmoni, guardando con i propri occhi, toccando cose e persone, odorando profumi e assaporando a grado a grado i gusti offerti dal pianeta intero e chissà se oltre. Un riassunto sensoriale, una storia che si incammina verso il finito (o l’infinito)

Sono al mare. Alle nuvole e alla pioggia si alterna il sole. Ma le onde formano schiuma e rumore, di notte turba e fa pensare a rimandi e a dolore di tentativi migranti. Ma il mare è vita e dalla schiuma, forse di un mare invernale come questo, è nata una dea, la Venere latina o l’Afrodite greca da cui si coniano parole legate all’amore. Più o meno belle: Afrodisiaco, venereo…

Afrodite, dal greco antico Aphròs, significa “spuma”. Dal mare nascono le dee. Dalla spuma delle onde nasce Afrodite/Venere, generata, è detto, dai genitali di Urano castrato per punizione dal figlio Crono che li getta in mare. Acqua e sperma generano insieme la Bellezza come detta la leggenda o una parte di essa. L’amore si fa liquido e crea la dea della Bellezza che è anche dea dell’Amore, che riproduce, dal mito all’umanità, per moltiplicare la specie. Viene al mondo la Bellezza del nascere, la nascita della Bellezza. Non certo in linea con il pensiero del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer o, malinconicamente assente nel pessimismo, colmo di speranze, del recanatese Giacomo Leopardi (“dentro covile o cuna/funesto è a  chi nasce il dì natale” conclusione del suo immenso Canto di un pastore errante per l’Asia).

Sono nata d’estate, sotto quello che viene chiamato il cielo del Cancro, costellazione piccola e poco luminosa, visibile tra l’inverno e la primavera e astronomicamente situata tra quella dei Gemelli e del Leone. Al mare dovrei essere avvezza per i miei compleanni, invece adesso a febbraio, intorno ai giorni di fine carnevale e inizio quaresima purificatrice, ne sento tutta la forza riproduttrice, la corrispondenza di ciò che succede nel ventre gravido, nella messa al mondo, nella spinta reale e simbolica a cominciare, a iniziare esperienze, ataviche. Come succede a me in questo febbraio, come in un quadro secessionista di Klimt posizionata in mezzo tra chi mi ha generata e chi ho dato al mondo, percependomi in una stessa esperienza “dentro” e sentendola, da figlia a madre a  mia volta, una vita  “dentro” me stessa posta da me, come un vero miracolo, a saper ascoltare i suoi cinque sensi,  vitali interpretazioni del mondo.

Si nasce e si ascolta. Si percepiscono suoni. Musica, di cui è fatto anche il linguaggio, e forse non solo quello, degli uomini e delle donne. Ho saputo, quasi per caso, e credo molto al principio di Jakobson dell’incontro tra caso e necessità, di un uomo che con i suoi suoni stimola i bambini ele bambine ad ascoltare. Cosa? Oggetti, ma anche piante e se stessi, i loro corpi.

Lui si chiama Riccardo Milo e si fa chiamare Nandi e non è semplicemente un maestro di musica, ma ama definirsi un “musiconauta”. Il suo amore per il suono che gli viene dai genitori, musicisti entrambi, lo comunica ai più piccoli, cominciando dal nido e proseguendo con la scuola per l’infanzia e le classi della primaria. Da anni Nandi pubblica sui social le sue esperienze scolastiche così anticonvenzionali da fare innamorare grandi e piccoli. I genitori si fanno raccontare dai figli e dalle figlie le loro esperienze musicali ricevute a scuola e continuano il “gioco”. I bambine e bambini ballano al suono delle percussioni su qualsiasi materiale. Scompaiono, in queste particolari lezioni di musica, i violini o i flauti e niente solfeggio. Ragazzini e ragazzine prendono iniziative, producono anche loro suoni: con secchi, tubi, ma anche con limoni e con l’acqua attraverso i quali per esempio Nandi ha spiegato loro la Sicilia, come  ha fatto con altri frutti locali, per il Brasile. Imparano i bimbi e le bibette . Nandi appoggia due elettrodi a una pianta e i piccoli e piccole discenti rimangono incantati, come ipnotizzati perché la pianta emette un suono, è il simbolo della vita, come uno di loro esclama!

Attraverso la Techomusica Nandi fa amare ai suoi piccoli studenti la musica: «Creiamo suoni per migliorare lo stato emotivo e la percezione musicale dei bambini – ha detto in un’intervista recente su un quotidiano -. Facciamo body percussion, mentre con la biomusica utilizziamo l’energia elettrica delle piante per trasformare note musicali. Attenzione – ci tiene a precisare -, suono anche la chitarra e canto canzoni. Ma la mia è un’idea di musica libera, naturale, istintiva. Un modo per provare ad accendere il fuocherello della passione anche nei più piccoli. Il mio compito non è insegnare pentagramma, note e solfeggio. Io arrivo prima di quella fase, nello stesso modo in cui la musica arriva allo stomaco prima delle note e della teoria». Questo mi riporta al mare, alla nascita e alla nascita della dea della Bellezza e dell’Amore.

Consoliamoci con la poesia. Con l’amore cantato da Pablo Neruda (vi ricordate il Postino?) quello per una donna e per un figlio insieme.

SE…

“Se saprai starmi vicino,

e potremo essere diversi,

se il sole illuminerà entrambi,

senza che le nostre ombre si sovrappongano,

se riusciremo ad essere “noi” in mezzo al mondo

e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere.

Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo

e non il ricordo di come eravamo,

se sapremo darci l’un l’altro,

senza sapere chi sarà il primo e chi l’ultimo,

se il tuo corpo canterà con il mio perché insieme è gioia.

Allora sarà amore

e non sarà stato vano aspettarsi tanto.

Sai da dove vieni?

 M 
… vicino all’acqua d’inverno
io e lei sollevammo un rosso fuoco
consumandoci le labbra
baciandoci l’anima,
gettando al fuoco tutto,
bruciandoci la vita.
Così venisti al mondo.
Ma lei per vedermi
e per vederti un giorno
attraversò i mari
ed io per abbracciare
il suo fianco sottile
tutta la terra percorsi,
con guerre e montagne,
con arene e spine.
Così venisti al mondo.
Da tanti luoghi vieni,
dall’acqua e dalla terra,
dal fuoco e dalla neve,
da così lungi cammini
verso noi due,
dall’amore che ci ha incatenati,
che vogliamo sapere
come sei, che ci dici,
perché tu sai di più
del mondo che ti demmo.
Come una gran tempesta
noi scuotemmo
l’albero della vita
fino alle più occulte
fibre delle radici
ed ora appari
cantando nel fogliame,
sul più alto ramo
che con te raggiungemmo.

(Pablo Neruda)