tutti gli indirizzi perduti, di Laura Imai Messina, recensione di Paola Naldi

Siamo in un angolo del Giappone e questo pervade tutta l’atmosfera della storia. Il racconto parla di una giovane donna, Risa, ricercatrice universitaria, che decide di trasferirsi per un periodo sull’isola di Awashima, per catalogare le lettere custodite in un piccolo ufficio postale. Non si tratta di lettere normali, ma di quelle di cui non si può rintracciare il destinatario, perché introvabile o immaginario. Awashima è quasi spopolata, ma gli abitanti sono accoglienti e solidali: c’è un ambiente sereno, lontano dai tumulti esterni.
La vicenda personale di Risa si alterna alla riproduzione di alcune di queste lettere. «Awashima è l’indirizzo che ha preso in carica tutti gli indirizzi perduti della terra».
Ho amato molto lo scambio di lettere, ormai quasi scomparso e conservo ancora quelle che, tempo fa, mi avevano spedito persone care. Ho quindi trovato coinvolgente leggere quelle qui riportate: chi scrive al marito che non c’è più, chi al proprio cuscino, chi chiede perdono a una lucertola a cui da bambino ha rubato la coda, chi si rivolge alla vecchia vicina di casa che gli leggeva libri quando era piccolo, chi manda cartoline alla madre che diventerà, augurandosi di saper trasmettere l’allegria…
Il tema del valore della scrittura, della potenza delle parole è sempre attuale: scrivere può curare, tenere compagnia, aiutarci a decifrare il mondo o noi stessi. «Tutto il senso dello scrivere queste lettere è, precisamente, scriverle». Non è necessario che ci sia una vera corrispondenza, ma trovare spazio di libertà nella scrittura.
Risa, però, ha uno scopo preciso: cercare, tra quelle migliaia di parole, quelle che sua madre potrebbe avere indirizzato a lei. Una madre, la sua, complicata, sfuggente, poetica, incapace di calarsi nel quotidiano. Le ha trasmesso l’angoscia sottile di somigliarle: “Dicono che i traumi si ereditino in una forma invisibile e che, anche se non li si sperimenta direttamente, una traccia resti sempre nelle generazioni successive”. Questo aspetto, secondo me, rimane un po’ sospeso, perché le lettere della madre, riportate alla fine, sono piuttosto ermetiche.
Altro aspetto interessante riguarda la capacità di relazionarsi, le risposte e le attenzioni che arrivano da chi non ti aspetti, la necessità di “lasciarsi andare”, per vivere pienamente. Viene poi ripreso il tema, già esplorato in “Quel che affidiamo al vento” (della stessa autrice) del dialogo che supera la distanza e la perdita. C’è la consapevolezza della vita come ciclo, come trasformazione, legato alla cultura giapponese.
“Disponiamo dell’infinito per un tempo limitato. Dal primo momento sogniamo l’eternità e [infine] trasciniamo tutto nella nostra sparizione”. Spesso però le parole restano.
La scrittrice usa immagini delicate, la scrittura ha tratti poetici.
Questo libro però mi ha dato l’impressione di avere un filo troppo sottile per unire le varie situazioni, risultando piuttosto frammentario. Mi sembra manchi di una struttura solida, pur partendo da un progetto originale. Ho trovato invece interessanti i temi sottesi alla trama.