Nel sangue, di Francesca Petrizzo, recensione di Paola Naldi

Storia romanzata

Lucrezia e Cesare Borgia hanno da sempre alimentato l’immaginario collettivo: lei bellissima, considerata intrigante e immorale, lui crudele e ambizioso. Questo romanzo storico ha il pregio di rifuggire da giudizi stereotipati, per proporci un nuovo modo di considerare i due fratelli. Il titolo fa riferimento a un legame di sangue indissolubile, tormentato. Figli di un papa, immersi nelle logiche del tempo, usati come pedine per giochi di potere, senza possibilità di scelta. Si alternano le loro voci, con un cambiamento di stile che identifica le diverse personalità.

Lucrezia è ancora bambina quando diventa strumento per alleanze politiche. Viene adulata, riempita di doni, di abiti sontuosi, ma è costretta a matrimoni decisi dal padre, che distruggono la sua innocenza. Il periodo più bello per lei è quello dell’infanzia, quando può giocare ad arrampicarsi con il fratello su un albero del cortile, per scambiare speranze e sogni. Il fratello è per lei il cavaliere che le sta accanto e la protegge in ogni momento. Cesare è costretto a seguire la carriera ecclesiastica, per cui non ha alcuna vocazione e a diventare, in seguito, “il braccio armato” del padre. I due si capiscono, si conoscono profondamente, si amano: si riconoscono come vittime di un destino fatale. Li marchia il fatto di essere “i bastardi del papa”, esponenti di una famiglia potente, in cui violenza e sete di conquista segnano ogni decisione. Siamo in un periodo storico di lotte interne ed esterne, con una Chiesa profondamente corrotta, lasciva, in cui il sesso fa parte del gioco.

L’autrice riesce a far capire i loro tormenti, le aspettative e le delusioni: in un quadro sociale corrotto e negativo, il loro affetto è reciproco sostegno e non viene mai meno, sino alla fine. La scrittrice usa toni delicati nel trattare l’argomento, senza dar adito a supposizioni sulla tipologia del loro legame, che è per entrambi l’unica cosa buona delle loro vite.

“Quale inferno? Non era un uomo buono, mio fratello. In cielo non c’è mai stato un posto per lui. Se tra le fiamme riuscirò a trovarlo, è lì che voglio andare”.

Ho apprezzato lo stile quasi poetico, curato, preciso nei dettagli.

La successione degli eventi storici non è rigida e le date compaiono raramente, per dare l’impressione di una confessione dei protagonisti, più che biografia di personaggi storici.

La scrittrice parte dal presupposto che “non sono solo gli innocenti a meritare un’assoluzione.” Riesce a ridare umanità e sensibilità a due personaggi belli e maledetti.