accadde…oggi: nel 1876 nasce Amelia Pinto, di Giancarlo Landini

Soprano, nacque a Palermo il 21 gennaio 1876 al n. 5 del Vicolo Agalbato, da Giuseppe e Francesca Mancuso, in una famiglia di estrazione borghese.

Il padre, maestro di scherma, ebbe spiccata propensione per la musica ed esercitò un’incisiva influenza sulle scelte artistiche della figlia. La madre possedeva una piacevole voce di soprano. Dopo avere preso lezioni di piano con Francesco Arceri, a 21 anni Amelia entrò nel Conservatorio di S. Pietro a Majella a Napoli, ma l’anno successivo, il 1898, la famiglia decise di trasferirla al liceo musicale di S. Cecilia a Roma, dove seguì le lezioni di Zaira Cortini Falchi, apprezzato mezzosoprano, che seppe sviluppare la voce della Pinto e intuirne il potenziale drammatico.

Il debutto avvenne il 29 dicembre 1899 al teatro Grande di Brescia, protagonista nella Gioconda di Amilcare Ponchielli, dove mise in risalto singolari doti di soprano drammatico. Il 10 febbraio, sempre a Brescia, fu Zuana in Tartini o Il trillo del diavolo di Stanislao Falchi. Il 3 settembre, dopo avere rinunciato a un ingaggio a Rio de Janeiro, debuttò nella Tosca di Puccini al Giglio di Lucca, ottenendo un successo strepitoso che le valse l’ammirazione dello stesso compositore e l’invito per un’audizione alla Scala, dove debuttò il 29 dicembre 1900 nel ruolo eponimo della ‘prima’ milanese del Tristano e Isotta di Richard Wagner con il tenore Giuseppe Borgatti, direttore Arturo Toscanini.

Il 1° febbraio 1901 partecipò al concerto commemorativo in onore di Verdi con altri celebri artisti, tra cui Enrico Caruso e Francesco Tamagno, cantando, tra l’altro, il finale del second’atto della Forza del destino. Seguirono la Regina di Saba di Karl Goldmark e il Mefistofele di Arrigo Boito. In aprile partì in tournée per l’Argentina, mentre in dicembre fu di nuovo alla Scala come Brunilde, per la Walkiria, che confermò il suo felice rapporto con il repertorio wagneriano. L’11 marzo 1902, sempre alla Scala, partecipò alla prima assoluta di Germania di Alberto Franchetti; si esibì poi a Ravenna nel Tristano e Isotta. Nel settembre del 1902 partì per l’America con la Compagnia d’Opera di Pietro Mascagni, dove cantò in Cavalleria rusticana e in Zanetto. Fu poi al São Carlos di Lisbona con L’africana di Giacomo Meyerbeer e La Gioconda. Nel marzo 1903 debuttò all’Argentina di Roma nell’Otello di Verdi con Tamagno. Nel gennaio si legò ufficialmente a Nino Contino, che divenne poi un brillante medico e che nel 1905, alla morte della sorella Rosa, che aveva sposato Franco, il fratello di Amelia, nominò quest’ultima sua erede universale.

Nel 1904 debuttò a Palermo nell’Elisabetta del Tannhäuser di Wagner e nalla Gioconda; il 5 aprile, a palazzo Butera, cantò con Borgatti alla presenza di Guglielmo II di Germania. Partì in tournée per l’Egitto: ad Alessandria affrontò La Cabrera di Gabriel Dupont. Nel 1905 al Sarah Bernhardt di Parigi cantò Siberia di Umberto Giordano; fu a Madrid per L’africana e La Gioconda. Nel 1906 fu al Costanzi di Roma per L’ebrea di Fromental Halévy e La dannazione di Faust di Hector Berlioz, che in quell’anno cantò anche a Palermo, dove si produsse, sempre con enorme successo, in Tosca, mentre nell’estate fu al teatro Municipal di Santiago del Cile, per Otello, Il trovatore, Gli Ugonotti. Nel 1907 cantò Tosca al Massimo di Palermo alla presenza di Vittorio Emanuele III, e in autunno Tristano e Isotta al Comunale di Bologna. Nel 1908 fu di nuovo a Buenos Aires, dove cantò nel Don Giovanni mozartiano e nel Sigfrido di Wagner.

Dopo la nascita del primo figlio, Filippo, nel 1909, si ripresentò in pubblico il 27 maggio 1910 a Palermo, in occasione della visita dei reali d’Italia. Nel 1911 nacque la figlia Rosa Isotta. Non andò in porto il progetto, maturato negli anni successivi, di impegnarla per la prima assoluta del Parsifal di Wagner alla Scala nel 1914. Si fece ascoltare in concerto al Massimo di Palermo cantando Pace, pace, mio Dio dalla Forza del destino nel maggio 1913. Il 1° giugno, sempre al Massimo, partecipò alle commemorazioni wagneriane, eseguendo la preghiera di Elisabetta nel Tannhäuser e la ‘Morte di Isotta’, che ripeté nel dicembre dello stesso anno all’Augusteo di Roma. Sfumò il progetto di averla come Olimpia nell’opera omonima di Gaspare Spontini (programmata per il dicembre del 1914, poi cancellata) alla Scala, dove invece fu Isotta sotto la guida di Tullio Serafin. Nel 1916 accettò l’offerta al Real di Madrid per La Gioconda, Tristano e Isotta e La Walkiria: con questo clamoroso successo chiuse la carriera.

Nel 1917 morì la figlia Rosa Isotta e nacque il figlio Giuseppe. Si esibì in concerti caritativi nel 1922 e 1923 a Sassari, dove il marito era stato nominato professore nel locale ospedale. Cantò un’ultima volta in pubblico, per beneficenza, eseguendo nella cattedrale di Messina il 1° agosto 1936 una Salve regina, parole sue parafrasate su un brano di un compositore locale morto nel terremoto, Riccardo Casalaina (1881-1908). Negli ultimi anni visse a Palermo, dove morì il 21 giugno 1946, a seguito di una grave malattia.

La Pinto si accostò al disco per tre volte: nell’aprile del 1911 incise sei pezzi per la Red G&T a Milano, nel 1908 e nel 1914, sempre a Milano, ne incise altri ventiquattro per la Fonotipia.

Voce rigogliosa, piena nel centro e ardita nell’acuto, guidata da un temperamento acceso, capace di sostenere i grandi slanci drammatici, la Pinto fu un tipico ‘soprano Falcon’ (ossia versato tanto in ruoli di soprano drammatico quanto di mezzosoprano, con ampia estensione e buona tenuta nel grave e nei medi; il nome deriva da Marie-Cornélie Falcon, acclamata prima donna dell’Opéra di Parigi). Pertanto ebbe compiuta realizzazione in alcune parti del grand opéra come Valentina negli Ugonotti o Rachele nell’Ebrea, e nella protagonista della Gioconda, di cui diede viva lettura, capace di rinnovare i fasti di Isabella Galletti Gianoli; trovò il proprio terreno di elezione in Wagner, tanto che c’è chi, forse esagerandone l’importanza, ha ritenuto che il contributo della Pinto alla diffusione del teatro wagneriano in Italia si possa paragonare a quello dato dal tenore Giuseppe Borgatti (Gara, Celletti, 1964, p. 640). In particolare, destò sensazione nel Tristano e Isotta, dove fece valere la dizione, il fraseggio, la pienezza del registro medio, il colore della voce, le ampie arcate sonore, l’imponenza della figura. Si affermò nella Tosca, apprezzata da Puccini stesso, convinto che per la protagonista della sua opera fosse necessaria «una donna ultradrammatica» (Carteggi pucciniani, 1958). I dischi, sebbene si tratti di incisioni acustiche, offrono la conferma di tali doti e permettono di apprezzarla in brani caratteristici del suo repertorio, ma anche in pezzi desueti come la «romanza» della protagonista nell’Ero e Leandro di Giovanni Bottesini, che amava eseguire in concerto, in Ai mortali, o crudo, ai numi dalla Saffo di Giovanni Pacini (un titolo ancora popolare ai primi del Novecento) e in All’ardente desìo già rinasceva il core dalla Germania di Franchetti.

http://www.treccani.it/enciclopedia/amelia-pinto_%28Dizionario-Biografico%29/

http://forgottenoperasingers.blogspot.it/2012/03/amelia-pinto-palermo-1878-palermo-1946.html

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