accadde…oggi: nel 1800 nasce Paolina Leopardi, di Francesca Allegri

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Fra gli altri motivi che hanno renduto così triste la mia vita e che hanno disseccato in me le sorgenti dell’allegrezza e della vivacità uno è il vivere a Recanati, soggiorno abbominevole ed odiosissimo; un altro poi è l’avere in Mamà una persona ultra-rigorista, un vero eccesso di perfezione cristiana, la quale non potete immaginarvi quanta dose di severità metta in tutti dettagli della vita domestica. Veramente ottima donna ed esemplarissima, si è fatta delle regole di austerità assolutamente impraticabili, e si è imposta dei doveri verso i figli che non riescono punto comodi. È questa, come facilmente si può evincere dal nome Recanati, una lettera di Leopardi, ma di chi?

Non di Giacomo, ma di Paolina, la sorella amatissima, all’amica Marianna Brighenti, il 26 maggio 1830.

Paolina era nata nel 1800, due anni dopo Giacomo e, insieme al fratello Carlo, fu la sua compagna di giochi e dell’adolescenza. Poi Lui, giovane uomo, poté andarsene a intervalli sempre meno distanziati e sempre più lunghi; Paolina invece rimase per molti anni ancora, fino alla morte dei genitori. Amava teneramente il padre, pur riconoscendone i difetti e, anche se sempre rispettosa, vedeva chiaramente il carattere della madre, forse essa stessa angosciata e chiusa nei propri fantasmi.

Tuttavia anche su quest’ultima, Adelaide Antici, merita spendere qualche parola. Certo donna di rigidissima fede e priva di affettuosità; fu però sempre estremamente corretta. In casa sua, nonostante le rigide economie, del resto impostele dallo sperpero operato dalla suocera e dal marito assai prima delle nozze, mai un servitore fu licenziato senza un motivo gravissimo, mai uno di loro fu offeso con una parola meno che corretta; sempre si cercò di privilegiare i creditori che dimostrassero di avere maggior bisogno e tutti i debiti furono pagati con i dovuti interessi, anche quelli sulla parola senza l’appoggio di documenti scritti.

Onestà e scrupolosità furono i poli di un’esistenza tesa a restaurare il patrimonio della famiglia di cui Lei mai godé, ma che, infatti, lasciò ricchissimo ai figli, che ne beneficiarono ampiamente, come anche i nipoti. Virtù queste, che certamente la famiglia apprezzò, ma non tali da meritarle un amore confidente, qual è quello che spesso si istaura fra una madre ed i figli.

Per tornare a Paolina, essa era dotata, sfortunatamente per lei, di una spaventosa chiaroveggenza, come qualche tempo più tardi avrebbe scritto qualcuno a proposito della capacità, non certo invidiabile, di guardare a se stessi e alla propria vita senza autoinganni.

Poteva andarsene solo con il matrimonio e varie proposte furono analizzate e scartate, probabilmente sempre per i medesimi motivi: scarsa avvenenza non compensata da una cospicua dote.

Una sola volta, come si ricava dal suo ricchissimo ancorché segreto epistolario, si innamorò sul serio di Raniero Roccetti, bello e sciupafemmine; ma fu lei stessa, non sopportando alcun ameno inganno, a rifiutare il partito. Era questi un giovane di belle speranze, nobile e tuttavia non molto abbiente, che l’avrebbe sposata, forse anche  apprezzandone le doti intellettuali notevoli, ma non certo per amore  e Paolina disse no, condannandosi ancora ad anni ed anni di forzata clausura nella casa paterna, o meglio materna.

Furono tuttavia anni di studio forse non matto e disperatissimo, ma certo assai intenso e non convenzionale. Del resto il padre, fin da quando era piccola, aveva chiesto per lei la dispensa papale dai libri proibiti e le aveva dato lo stesso precettore dei figli maschi.

Paolina ne aveva approfittato mostrando un gusto tutto personale per la lettura, poi in vecchiaia da suoi appunti si ricava che aveva letto più di duemila libri. Si diceva: lettrice assolutamente non convenzionale, attratta dalla modernità, così a Marianna Brighenti: Io sono così affamata di libri, che non puoi credere, e qui non si leggono che quei che si comprano, figurati quanti possono essere. Intendo libri moderni, perché la nostra libreria è abbastanza grande, ma io provo un senso di rabbia ogni volta che vedo quegli immensi tomi in folio: i S. S. Padri, e il Poliglotto, e i libri teologici e ascetici e tanti altri che per me sono inutili e tanto volentieri cambierei con tanti tomettini in dodicesimo o anche in ottavo purché fossero leggibili.

E così impara bene il francese e adora Stendhal, traduce anche Xavier De Maistre Viaggio intorno alla mia camera, niente di più appropriato per chi desiderava ardentemente evadere dal palazzo di Recanati.

E con Giacomo condivideva, quindi, non solo l’amore per gli studi, ma anche l’amaro sarcasmo che esprimeva nelle lettere alle amiche; amiche di penna perché la sua fitta corrispondenza con le sorelle Marianna e Anna Brighenti avviene in gran parte prima che si conoscano di persona, sempre di nascosto dalla madre che condannava le amicizie di qualsiasi genere perché qualunque distrazione poteva allontanare dalla fede. Ecco ancora come si esprime sulla madre: Non vuol soffrire ch’io faccia amicizia con qualcuno, perché ( dice essa) ciò distoglie dal’ amore di Dio; e non può vedere  nessun sopra scritto di lettera a me diretta, fosse anche del suo Santo protettore.

La solita lucidità e il solito sarcasmo.  Il pessimismo, poi, e una visione tragica della propria vita e del mondo, doveva essere caratteristica di famiglia, non è dato sapere se legato a un qualche oscuro fattore genetico o alla presenza oppressiva di Adelaide. Questo quanto scrive il fratello Carlo a Giacomo: mi pareva di essere dentro un sepolcro, e di camminare dentro un’aria cieca e pesante…eppur sentiva di esistere, ma come può un asfissiaco, un sepolto vivo.

L’atmosfera in cui si vive nell’avito palazzo doveva essere, dunque, assai cupa e lo era tanto più per Paolina che, se pure amatissima dal padre e dai fratelli, familiarmente e affettuosamente la chiamavano Pilla, non aveva speranza di sottrarvisi.

Donna dalla cultura vivace e moderna non lo era altrettanto dal punto di vista sociale, mai volle rinunciare al suo ruolo di discendente di una grande e nobile famiglia, pare che a chi le proponeva nozze al di sotto di quella che riteneva essere la sua posizione rispondesse: Il conte …è uno spilorcio e io non sono fatta per alzarmi di notte  a spegnere i lumi e all’amica Marianna scrive: Prima di tutto la sua casa non può stare alla mia per suola di scarpa… Poi egli non conosce letteratura affatto, ed io dovrei passar la vita con uno, con cui non potrei mai dir nulla di quelle poche cose che so io.

Intelligente, colta, ma anche superba e snob. Ecco Paolina, che sembra rivivere e aprirsi solo dopo la morte dei genitori; allora la musica cambia: grandi lavori di ammodernamento del palazzo, nuovi abiti lussuosi e colorati, viaggi; viaggi soprattutto alla ricerca di Giacomo, ormai scomparso anche lui da anni, ma di cui rimane la fama e di questa la sorella gode e molto.

Certo per amor fraterno che fu sicuro e forte fra i due, ma anche con una punta di civetteria. Non sembra si dispiacesse di incontrare sindaci, professori, scolaresche, di ricevere mazzi di fiori, inviti e cortesie nel rappresentare il fratello sempre più gloria nazionale e a questa gloria partecipare, ora sì riccamente dotata di mezzi.

Si stabilirà nell’ultimo periodo a Pisa, la città tanto amata dal fratello, e qui dopo una brevissima malattia, una polmonite fulminante, morrà nel 1869, sempre assistita dalla cognata, seconda moglie di Carlo, Teresa. Tra le due donne era nato, infatti, un sodalizio da quando Teresa Teja, giovane vedova priva di mezzi, si era stabilita dalla natia Torino a Recanati come governante di una famiglia amica dei Leopardi, qui aveva incontrato Carlo; fra Teresa ed il maturo vedovo era scoppiato un idillio e la stessa Paolina  aveva favorito le nozze.

Dopo la morte di Paolina e di Carlo, in lite con i figli dell’altro fratello Pierfrancesco, Teresa si atteggerà a vestale delle memorie della casata, fatta segno da una parte di grande rispetto e dall’altra di aperto spregio degli studiosi e dei letterati. E Paolina, morendo, non la dimenticherà lasciandole mobili, vestiario e gioielli, mentre l’intero suo notevole patrimonio passerà al nipote preferito: Luigi.

Ricordiamola con le parole del settimanale Gazzetta di Pisa, del 20 marzo 1869 pochi giorni dopo la sua morte: Ebbe molta e varia cultura, specialmente delle favelle latina, spagnuola e francese, notabile drittura di giudizio, salda religione, gentilezza di maniere e molto cuore.

Per una volta un necrologio assai vicino al vero.

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