accadde…oggi: nel 1929 nasce Ingrid Thulin

http://trovacinema.repubblica.it/attori-registi/ingrid-thulin/169823/

Nata il 27 gennaio 1929 a Sollefteaa, una cittadina ai confini della Lapponia, discende da antenati belgi che alla fine del XVIII secolo si trasferirono in Svezia. A sedici anni lascia le foreste del Nord per frequentare le scuole a Stoccolma. Interrotti gli studi, comincia subito a lavorare e contemporaneamente studia danza e dizione. Dal 1948 al 1951 frequenta la Scuola Reale di Arte Drammatica e poi viene scritturata dal Teatro di Stoccolma. Il debutto sulle scene è con un testo di Jean Anouilh, Le rendez-vous de Senlis, proprio mentre sta muovendo i primi passi nel cinema.
E’ già un’affermata attrice di teatro quando incontra Ingmar Bergman che le offre di recitare in uno dei suoi capolavori, Il posto delle fragole (1957), Orso d’Oro al Festival di Berlino. Con Alle soglie della vita (Ingmar Bergman, 1957) si aggiudica il premio come miglior attrice al Festival di Cannes, imponendosi presto come l’interprete femminile più emblematica del grande regista svedese. Con lui affronterà fino in fondo turbamenti dell’anima e pulsioni sessuali, silenzi e solitudini in bianco e nero, magicamente immortalati dalla fotografia di Sven Nykvist. Malesseri trattenuti a stento sotto la maschera dell’impassibilità, anche quando diventano Sussurri e grida (Ingmar Bergman, 1973) a colori, anche quando arriverà a compiere un gesto violento di autolesionismo. Negli anni ’60 diventa il simbolo della donna scandinava, bella, intelligente e sessualmente emancipata, l’interprete intensa e raffinata che può dimostrare il suo talento perfino all’interno di un film che fa scandalo (Giochi di notte, Mai Zetterling 1966).
Sposata dal 1956 con Harry Schein, valica presto i confini nazionali e lavora con registi come Vincente Minnelli (I quattro cavalieri dell’Apocalisse, 1962) o Alain Resnais (La guerra è finita, 1966). In seguito si stabilisce in Italia mostrando di preferire il clima caldo del Mediterraneo ai paesaggi suggestivi delle aurore boreali. Dal rigore assoluto di Ingmar Bergman passa alle atmosfere barocche e decadenti di Luchino Visconti (La caduta degli dei, 1969) o a quelle kitsch e sadomaso di Tinto Brass (Salon Kitty, 1975). Dopo gli incesti e le orgie, veste gli abiti di una lavandaia emiliana che durante l’occupazione tedesca si unisce ai partigiani (L’Agnese va a morire, Giuliano Montaldo, 1976), mentre sta per dirigere un film insieme a Erland Josephson e Sven Nykvist (Noi due una coppia, 1978), presto seguito da Brusten himmel (Cielo spezzato, 1981), scritto e diretto da sola, un ritratto autobiografico ambientato durante gli anni della seconda guerra mondiale.
Successivamente dirada l’attività cinematografica e lavora soprattutto per la televisione. Dopo essere stata la Marta infelice di Luci d’inverno (Ingmar Bergman, 1963), Ester alcolizzata ne Il silenzio (Ingmar Bergman, 1963), Marianne, Cecilia, Manda, Karin o la Thea, sessualmente insoddisfattade Il rito (Ingmar Bergman, 1969), nel 1991 si concede una passione d’amore tutta italiana all’interno di una casa di riposo per anziani (La casa del sorriso, Marco Ferreri). Nell’aprile del 2000, con un’altra grande interprete bergmaniana, Bibi Andersson, rende omaggio a Sven Nykvist nell’ambito di una rassegna a lui dedicata, mentre si avvia ad ultimare insieme ad Enzo Consoli la sceneggiatura di un film, Igloo, di cui firmerà lei stessa la regia.

Annunci