accadde…oggi: nel 1902 nasce Luciana Peverelli, di Sabina Ciminari

http://www.treccani.it/enciclopedia/luciana-peverelli_%28Dizionario-Biografico%29/

https://ilcalendariodelledonne.wordpress.com/le-donne-nate-a-milano-women-born-in-milan/

Nacque a Milano il 16 febbraio 1902 da Gino, intellettuale, critico musicale e imprenditore, ed Ernesta Monzini, giornalista e insegnante.

Notizie sulla sua famiglia sono desumibili dall’Autobiografia, se pur incompiuta, che permette di ricostruire la giovinezza della scrittrice, dagli anni dell’infanzia in via San Marco, segnata da artisti, cantanti e musicisti che frequentavano casa Peverelli, ma anche dalla malattia della sorella minore Siglinda (cui dedicò un romanzo nel 1942). Dopo la morte della bambina la famiglia si trasferì poi in via Moscova, sempre mantenendo le frequentazioni artistiche dovute al lavoro del padre, all’epoca critico musicale del quotidiano La Perseveranza, il quale spinse le figlie – Luciana e Maria Giorgetta – a coltivare i propri interessi artistici: la danza, l’opera e la musica, la pittura e la letteratura.

Luciana si dedicò dapprima alla passione per il teatro, ma l’insuccesso della rappresentazione tratta dal suo dramma La donna senza nome, al teatro Manzoni di Milano, la spinse ad abbandonare la scrittura per le scene. Una sua novella per Il Secolo illustrato nel 1930 fu segnalata da Giuseppe Marotta e le permise di vincere il primo premio di un concorso indetto da Rizzoli, editore al quale rimase poi legata tutta la vita. La svolta, sul piano lavorativo, avvenne agli inizi degli anni Trenta quando, dopo la delusione sentimentale che le costò la rottura del fidanzamento con il suo primo amore, si dedicò alla scrittura del suo primo romanzo Signorine e giovanotti (Milano 1932). Seguirono, a breve distanza, L’amore del sabato inglese (ibid. 1934), Inverno d’amore (ibid. 1934), Piacere agli uomini (ibid. 1936), Ragazze in libertà (ibid. 1938), Incendio a bordo (ibid. 1939), che costellarono il decennio di successi e la consacrarono come «la dama rosa», accanto all’aristocratica Liala.

Rizzoli la legò a sé con un contratto che durò per decenni, e che si estese alla collaborazione con i rotocalchi femminili sui quali stava investendo in quegli anni, come Novella o Lei, per la quale pubblicò una serie di ritratti delle colleghe scrittrici.

I suoi romanzi incontrarono i gusti di un pubblico prevalentemente femminile, attirato dall’attenzione verso l’attualità e dalla capacità di proporre racconti realistici – con protagoniste, spesso, ragazze della piccola borghesia che cercano, nel matrimonio, una via per cambiare il proprio destino – segnati però da intrecci sentimentali perlopiù complessi e insolubili, caratterizzati da finali anche tragici, dettati dalle scelte anticonformiste delle protagoniste, e da una insistita conflittualità fra i personaggi maschili e femminili.

Alla stessa epoca risale l’incontro con i fratelli Del Duca, che segnò la svolta da feuilleton che prese la sua scrittura, oltre all’inizio di un lungo sodalizio e alla scoperta, da lei stessa confessata, di una vocazione verso questo filone narrativo. Severa nel giudicare il suo lavoro, che da questo momento in poi si fece continuo e intenso – la diffusione fu settimanale per oltre due anni – Peverelli si dedicò al feuilleton risorgimentale con Cuore garibaldino, firmandolo con lo pseudonimo «Anna Luce», che riutilizzò più volte anche in seguito, accanto a quello di «Myriam» che più avanti contraddistinse alcune rubriche fisse. Un ruolo importante fu svolto dallo spirito imprenditoriale dei fratelli Del Duca, e in particolare di Cino, che seppe attrarre e sollecitare la creatività della scrittrice offrendole compensi a pagina, oltre che a dispense.

Proprio grazie alla collaborazione della scrittrice esordiente, che aveva risposto a un annuncio sul giornale, il giovane Del Duca costruì la sua fortuna, a partire dalla Maderna, casa editrice specializzata in romanzi popolari d’amore e d’avventura a dispense, di cui era piazzista, fino alle Éditions mondiales, fondate dopo aver riparato in Francia, nel 1932, per motivi politici.

Dal 1933 Peverelli prese la direzione della rivista per ragazzi Il Monello e del giornale cinematografico Stelle (fino al 1937); collaborò negli anni Cinquanta a Grand Hôtel, settimanale di fotoromanzi, e diresse Stop, il settimanale dedicato alle vicende, soprattutto «di cuore», di personaggi della cronaca.

Ma il settore nel quale l’impegno di Peverelli si fece più assiduo fu quello cinematografico. Dal 1935 collaborò a Cine Illustrato, e dal 1939, quando questo confluì in Cinema Illustrazione, ne assunse la direzione, firmando novelle cinematografiche ambientate a Hollywood e tenendo la rubrica «Luciana al microfono». Collaborò, inoltre, all’Almanacco cinematografico italiano e, dai primi anni Quaranta, a Film. Oltre a cineromanzi, a novellizzazioni di film, alle rubriche di posta con le lettrici, alle pagine dedicate ai divi del cinema e alle cronache come corrispondente della neonata Mostra del cinema di Venezia, Peverelli si dedicò, facendo la spola fra Milano e Roma, alla scrittura di soggetti cinematografici.

La prima occasione le fu data dal romanzo di successo Violette nei capelli, uscito in volume nel 1940, dopo essere apparso a puntate su Gemma. La pellicola, diretta da Carlo Ludovico Bragaglia, uscì nelle sale nel febbraio del 1942. Nello stesso anno uscirono Signorinette, per la regia di Luigi Zampa, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Wanda Bontà, e La principessa del sogno, diretto da Maria Teresa Ricci e Roberto Savarese e ispirato a un racconto dai toni fiabeschi con il quale Peverelli rivisitò la figura di Cenerentola. Nel 1944 uscì il più realistico Gran Premio, di Giuseppe D. Musso, ispirato a un altro suo racconto e, anche in questo caso, Peverelli partecipò alla sceneggiatura con il regista Belisario L. Randone. Il bacio dell’aurora, tratto dall’omonimo romanzo di Peverelli e scritto con Umberto Fioravanti, segnò l’esordio alla regia di Gianfranco Parolini nel 1953. L’ultimo lavoro cinematografico risale al 1955, quando Peverelli firmò, insieme con Alessandro De Stefani e Carlo Musso, la sceneggiatura di Non c’è amore più grande, diretto da Giorgio Bianchi.

Dall’Autobiografia incompiuta viene fuori il ritratto di una giovane donna che, formata da un’educazione paterna contraria a ogni conformismo, fu spinta all’indipendenza e alla libertà, e poté coltivare innamoramenti e amori: dopo un paio di fidanzamenti, si legò a Henry Molinari, ingegnere antifascista, per oltre un decennio, in una relazione che fu segnata dalle continue infedeltà di lui. A questo legame va ricondotto l’impegno della scrittrice nella Resistenza, rimarcato in alcune sue note biografiche, nonché il trasferimento a Roma, dove anche Molinari riparò dopo l’8 settembre. I bombardamenti del ’43 distrussero la casa milanese di Peverelli che, in ristrettezze economiche tanto più marcate in confronto alle spese alle quali si era abituata negli anni di maggior successo e di benessere, si spostò a Roma, stabilendosi in viale Bruno Buozzi. Nella capitale liberata fondò e diresse, dal 1944 al 1947, Bella, in cui diede voce alle giovani lettrici e narratrici che, spinte dagli eventi bellici, vollero raccontare vicende sentimentali sullo sfondo della guerra e dei nascenti problemi dovuti alla ricostruzione.

Il lungo periodo di attesa degli alleati è raccontato anche in La lunga notte, sempre edito per Rizzoli (1944), seguito da Sposare lo straniero (ibid. 1946), romanzo corale che racconta il convergere e il sovrapporsi, nella Roma appena liberata, di storie e schermaglie sentimentali fra militari stranieri e donne italiane.

Dopo un fidanzamento con un capitano canadese, Robert B. Edwards, Peverelli si unì in matrimonio dopo la fine della guerra, a 45 anni, con un lord inglese, Philip Ashley Carter. Il matrimonio durò solo cinque anni e fu segnato da incomprensioni dovute anche a differenze culturali, ma le permise di consolidare, con tutta probabilità, le sue conoscenze della lingua inglese: fu traduttrice, fra gli altri, di John Steinbeck (La luna è tramontata, Roma 1944).

Oltre alle riviste di Rizzoli e dei Del Duca sopra citate, collaborò con i principali rotocalchi femminili, fra cui Lidel, Excelsior, Piccola, Mamme e bimbi, Amica, Bimbe d’Italia, Telesette, Intimità, La donna, e con i quotidiani La Gazzetta del Mezzogiorno, Stampa sera, Paese sera, Il Tempo. Negli anni Sessanta e Settanta, e fino alle soglie degli anni Ottanta, continuò a pubblicare romanzi inediti in volume, mentre alcuni fra i più grandi successi degli anni precedenti uscivano in nuove edizioni, a testimonianza della presenza di una platea di fedeli lettori.

Morì a Milano, nella sua casa di via Senato, la mattina del 5 agosto 1986, assistita dalla fedele collaboratrice, ex governante, Adriana, che le restò vicina negli ultimi anni, resi difficili a causa della malattia e delle crescenti difficoltà economiche. I costi delle esequie furono onorati dalla vedova Del Duca.

Opere: data l’ingente produzione della scrittrice, ancora difficilmente quantificabile, non è possibile proporre un elenco, neppure parziale dei titoli dei suoi romanzi, che ammontano a circa 300 (Soldani, 2004, p. 296). L’Autobiografia è apparsa postuma, in R. Verdirame, Narratrici e lettrici (1850-1950). Le lettura della nonna dalla contessa Lara a L. P. Con testi rari e documenti inediti, Padova 2009, pp. 273-325.

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