giù nel cieco mondo, di Jesmyn Ward, recensione di Loredana De Vita

“Giù nel cieco mondo” ( NNE, 2023) di Jesmyn Ward è un romanzo di rara bellezza per la capacità dell’autrice di descrivere anche il dolore e le umiliazioni più atroci, come quelle della schiavitù, in una forma poetica alta che ne sottolinea lo spasmo, ma, al tempo stesso, ne libera attraverso la parola e la mitopoiesi la profonda dignità.
È una storia al femminile, i personaggi maschili che vi compaiono hanno il ruolo di “stupratori” se bianchi e di “schiavi inermi” se neri. Tutti, eccetto Sebastian, che sceglie per sé la libertà sebbene sia solo una libertà limitata. Anche le violenze più atroci, nel romanzo, sono attibuibili a una donna, “la signora”, moglie del padrone.
È la storia di Annis, il cui vero nome è Arese, ma che lei non corregge mai, nella convinzione che chi possa impossessarsi del tuo nome diventi anche tuo padrone. Annis, dunque, figlia di schiava a sua volta figlia di una guerriera schiavizzata, Aza, nel suo racconto in prima persona fa attraversare ai lettori tutti i gironi dell’Inferno della sua schiavitù.
Non è un caso il titolo del romanzo, “Giù nel cieco mondo” in riferimento ai versi di Dante nella Divina Commedia tratti dal IV canto dell’Inferno, quando Virgilio, sua guida, lo prepara alla discesa negli inferi dicendo: «Or discendiam qua giù nel cieco mondo» (Inferno, IV, v. 13). Come Virgilio guida Dante, così gli spiriti, in particolare Aza, guidano Annis nel suo percorso di dolore attraverso il vuoto e la cecità del mondo.
Sì, perché, cosa che mi ha sempre colpito molto nel Dante di questo verso, la discesa non è verso un mondo buio, oscuro per mancanza di luce, ma “cieco” per la cecità di coloro che, pur avendo possibilità e conoscenza dell’intelletto, rifiutano di impiegarla per amore dell’umanità.
Insieme ad Annis e alle sue compagne, intraprendiamo questo viaggio nel mondo cieco e privo di umanità, calpestiamo il dolore dei morti, ci aggrappiamo alla resistenza dei vivi, ma, soprattutto, ci affezioniamo alla protagonista che, attraverso il suo amore per la natura, compie un atto di redenzione e riscatto inimmaginabili.
Tutto è narrato con il fascino della poesia che rappresenta e crea nello stesso momento fino a quell’ultima possibilità, come nel XXXIV canto dell’Inferno dantesco in cui, infine, «uscimmo a riveder le stelle» (Inferno, XXXIV, v. 139). Una poesia che sveglia la mente, desta il pensiero e inneggia alla vita.
Si può rimanere incantati dinanzi alla poesia del dolore che travolge, interroga, segna, marchia a fuoco il destino dell’altro come se quei segni fossero sulla tua stessa pelle? Sì, lo dimostra la Ward in questo eccellente romanzo.
La sua è una poesia che non ostenta ma rivela la nudità del dolore quanto quella di chi lo perpetua. È una poesia che sconvolge perché trafigge il velo dell’ovvio e mostra la verità dietro ogni maschera, è una poesia che rifiuta l’oblio e determina il corso del cammino dell’uomo nella sua disumanità cieca. È quella poesia che fa comprendere che non c’è bisogno di rabbia e di rancore per sussurrare i nomi e le colpe di ogni responsabile, non c’è bisogno di declamare e urlare perché l’evidenza è “evidente”, tutto è chiaro allo sguardo quanto al pensiero della memoria.
È una poesia che fa male perché non inventa storie, ma semplicemente mostra la Storia dell’umana follia, non scivola sul ghiaccio viscoso della cattiveria, ma lo frantuma rivelando che quella presunta forza non è potere ma la più grande debolezza della natura umana.
“Giù nel cieco mondo” ( NNE, 2023) di Jesmyn Ward è un romanzo che trascina, dobbiamo solo lasciarci andare e seguire quella poesia che può apparire difficile da comprendere, ma che, in realtà, è l’unica storia vera.