I ruderi del Novecento, di Carla Marchetti, Alcheringa edizioni 2021, recensione di Daniela Domenici

Ho avuto il piacere di leggere il primo romanzo di Carla Marchetti, ricercatrice del CNR che ha lavorato anche in Germania e negli Stati Uniti e che ora vive sulle alture di Genova, che è un’opera originale e avvincente appartenente al filone della narrativa distopica.

Già sin dalle prime pagine si percepisce nettamente quanto l’autrice si sia ispirata al celebre “Brave New World” di Aldous Huxley pubblicato nel 1932; anche la storia da lei immaginata è ambientata in un mondo possibile nel terzo millennio nel quale l’umanità è piombata in un baratro ambientale e sociale. Marchetti ha suddiviso la sua narrazione tra chi vive nella Città e ci lavora e chi invece nei Ruderi del Novecento, sono tantissimi/e i/le protagonisti/e, in primis Roberta ed Ester, due giovani donne amiche, e poi Tommaso, Almes, Lorenzo, Rosy, Arno, ognuno/a di loro ha un ruolo in questa favola del futuro che ha il suo focus nell’ITF, Istituto per la Tutela della Fertilità, gestito, con piglio dittatoriale, da Aidana che ha un progetto per ripopolare la Città minacciata da una catastrofe perché non nascono più bambini/e.

Ciò che angoscia di più nella visione distopica della scrittrice è la totale sparizione dei sentimenti, uomini e donne sono diventati delle macchine, e l’irreversibile cambiamento climatico che porta i/le personaggi/e a vivere praticamente sempre nel grigio e nel buio, nessuno/a ricorda più cosa sia il sole e il suo calore.

Concludo con queste parole tratte dalla quarta di copertina “è una storia di donne e uomini, di paura e di errori, di scelte e di coraggio ma, soprattutto, di una lotta contro le assurde macchinazioni del potere”; e qui è naturale collegarsi a un altro capolavoro distopico del Novecento “1984” di George Orwell: complimenti Carla!!!