accadde…oggi: nel 1927 nasce Cecilia Mangini, di Daniela Ambrosio

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Quando Cecilia Mangini ci ha lasciato, lo scorso gennaio (2021), lo ha fatto in punta di piedi. Aveva 93 anni, molti dei quali passati dietro la macchina da presa, cercando di “acchiappare ciò che è unico”, stringendo collaborazioni proficue e stimolanti, sempre entusiasta del suo lavoro. Nata in provincia di Bari da una famiglia di piccoli industriali che sarà travolta dalla crisi economica degli anni Trenta, si trasferisce appena bambina a Firenze, pur continuando a mantenere un legame molto forte con la sua terra di origine. La passione per la fotografia arriva molto presto, ma lo scoppio della Seconda Guerra mondiale travolge un po’ tutto e tutti, e così Cecilia viene mandata a studiare in un collegio svizzero. Qui scopre il cinema di Jean Renoir e del nascente Neorealismo: resta folgorata dal mondo dalle pellicole, e ne farà il suo primo lavoro. Si trasferisce infatti a Roma per lavorare nella federazione nazionale dei cineclub, dove conosce il suo futuro marito, il regista Lino Del Fra. Nel frattempo, tra la visione di un film e un altro, scopre la fotografia: inizia a praticare la Street Photography, a girare per le strade per cogliere momenti autentici di vita vissuta.
Fin da subito, ciò che interessa maggiormente la futura documentarista è l’umanità. Un’umanità che vive, si dibatte, si diverte, soffre. In questi anni di grandi cambiamenti della società italiana – siamo negli anni Cinquanta – la Mangini comincia a collaborare con varie riviste di cinema, continuando a fotografare in giro, su e giù per la Penisola. Quando le arriva la proposta da parte di un celebre produttore italiano di realizzare dei documentari, Cecilia è entusiasta. Sarà la prima donna in Italia a occuparsi di cinema documentaristico, un genere “nuovo” per il nostro Paese, ma per molti anche poco adatto a una donna. Come era accaduto per la fotografia, Cecilia si ritrova ancora una volta a combattere contro i pregiudizi. I suoi primi lavori sono con il marito e con Pier Paolo Pasolini. La loro collaborazione nacque per caso: non conoscendolo di persona, la Mangini cercò il suo numero sull’elenco telefonico. Lui rispose e accettò di incontrarla. Affascinati entrambi dalle periferie, realizzano Ignoti alla città, ispirato al romanzo pasoliniano Ragazzi di vita. Il cortometraggio è un affresco delle borgate romane, tra espedienti, baruffe e desideri, e intende svelare il lato più oscuro del boom economico degli anni Cinquanta, che esclude le classi subalterne. L’esordio cinematografico della Mangini fu piuttosto movimentato: rifiutato alla Mostra del Cinema di Venezia, il documentario fu censurato e infine assolto dopo una battaglia parlamentare. Questo esordio segnò però anche l’inizio di una fortunata collaborazione con Pasolini: nel 1962 realizzarono insieme La canta delle Marane. Il soggetto è molto semplice: si racconta l’estate romana di una banda di ragazzini di borgata che cercano refrigerio nelle pozze d’acqua.