come l’arancio amaro, di Milena Palminteri, recensione di Loredana De Vita

Milena Palminteri: Come l’arancio amaro

Ci sono romanzi che nella delicatezza della narrazione irrompono nella vita lasciando segni profondi di significato e senso, “Come l’arancio amaro” (Bompiani, 2024) di Milena Palminteri è senza dubbio uno di questi.
Ne ho finito ieri la lettura e ancora mi sembra di poter sentire il profumo amaro di quell’arancio che, nell’impossibilità di essere mangiato, diventa però fonte di vita e di innesto per le altre arance, quelle buone, quelle che soddisfano il gusto e il pensiero. Mi sembra ancora di poter immaginare la bellezza talvolta rude della natura siciliana, gli aromi dei suoi cibi, il fragore del mare che racconta storie di partenze e di ritorni ma, più spesso, di addii. Mi sembra ancora di poter udire il suono di quel dialetto talvolta strascicato, cantilenante, un po’ “molle” che, però, d’improvviso diventa rude e austero e colpisce l’orecchio come se fosse la staffilata di un coltello aguzzo. Mi sembra di poter vedere le protagoniste, Sabedda, Nardina, Carlotta, gna Bastiana e le tante altre accompagnate da compagni spesso antagonisti o “padroni” come don Calogero, zù Peppino, Carlo, Stefano, in una Sicilia che dall’epoca del Fascismo fino agli anni ’60 segna di tradizioni, usurpazioni, violenza e tradimento la vita di chi dalla bellezza della Sicilia è spesso condannato al silenzio e alla solitudine.
Il romanzo narra la storia di Carlotta che, a ritroso nel tempo e grazie a una serie di atti notarili cui perviene per caso mentre lavora nel suo ufficio, ricostruisce la propria storia fino a scoprire le sue origini. In questo viaggio, grazie all’uso di flash-back che portano dagli anni ’60 al 1924, il lettore sarà informato della “storia vera” persino prima che Carlotta possa conoscerla. Un espediente narrativo, questo, di notevole sagacia e bravura perché opera un totale coinvolgimento del lettore nella narrazione.
È una storia dolorosa, certo, ma è anche la storia di un riscatto che le protagoniste, Sabedda, Nardina e Carlotta, opereranno una accanto all’altra senza neanche accorgersene. Ciascuna, a suo modo, sarà vittima del silenzio, dei lughi comuni e della sottrazione di una vita che a ciascuna persona spetta per diritto di nascita, ma che spesso viene negata per pregiudizio e sopruso.
Non meno importante è il ruolo degli uomini in questo romanzo, don Calogero, Carlo e Stefano, ciascuno chiamato a rappresentare proprio quella forma di relazione che può rappresentare un sopruso oppure la liberazione.
Non voglio raccontare la trama perché sarebbe una interferenza nella libertà del lettore di immergersi in questo romanzo e riuscire ad ascoltarlo dentro di sé, ma assicuro che è avvincente, multiforme, senza sosta e non lascerà il lettore deluso.
Inoltre, molto accurata la ricerca linguistica che in maniera precisa riesce a toccare ogni aspetto della narrazione e della complessità dei personaggi lasciando che essi rivelino se stessi per la verità di ciò che sono, nel bene e nel male e, talvolta, il male si rivela migliore di quello che si ritenga essere il bene.
“Come l’arancio amaro” (Bompiani, 2024) di Milena Palminteri è un romanzo bellissimo che sicuramente consiglio.