costituzione letteraria, art. 9, di Valeria Pilone

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.
L’art. 9 è uno dei più belli sia per il contenuto che per il lessico con cui norma quel contenuto, ma ahimè è anche tra i più disattesi della nostra Costituzione.
I verbi promuove e tutela sono azioni civiche fondamentali: la Repubblica ha il compito di promuovere cultura e ricerca scientifica, sostenendo entrambe con opportuni finanziamenti, e di prendersi cura del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nostra Nazione, in un connubio che prevede la salvaguardia del passato per costruire le basi del futuro (‘promuovere’ viene dal latino promovēre, ‘muovere in avanti’).
È stato ben sottolineato che poiché «il termine Repubblica sta a indicare lo Stato ordinamento in tutte le sue possibili articolazioni, ne consegue che il compito di promuovere la cultura e la ricerca scientifica è attribuito ad ogni soggetto pubblico indistintamente nella misura e nei limiti ammessi dal proprio ambito di competenze» (Fabio Merusi, Commento all’art. 9 della Costituzione, in Commentario alla Costituzione, Bologna 1975).
È da notare anche la presenza del termine “Nazione”, che rievoca la retorica del ventennio, ma che i Costituenti hanno inserito in modo consapevole e simbolico in questo articolo, perché — come spiega Salvatore Settis — «il riferimento alla Nazione comporta che la tutela debba essere identicamente esercitata in tutta Italia, e dunque non può essere segmentata e assegnata ‘in proprio’ alle Regioni, né (a maggior ragione) a Province o Comuni. […] Nella Costituzione, “Nazione” è sempre l’Italia nel suo insieme, un concetto che coincide con quello di territorio nazionale» (Salvatore Settis, Paesaggio Costituzione cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile, 2010).
La seconda parte dell’articolo è frutto della modifica introdotta con la Legge costituzionale n. 1 dell’11 febbraio 2022, che ha inserito la tutela dell’ambiente e degli animali anche nell’interesse delle generazioni future. Con la stessa legge è stato modificato anche il testo dell’art. 41 della Costituzione, aggiungendo salute e ambiente agli elementi che in nessun caso possono subire danno dall’iniziativa economica privata.
Di generazioni future già parlava — e scriveva — in maniera lungimirante Salvatore Settis, appunto, in Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, un libro pubblicato nel 2002 in cui si rifletteva sulla Finanziaria di quello stesso anno e sulla legge Tremonti che rendeva possibile l’alienazione del patrimonio dello Stato mediante la costituzione di due specifiche società, la “Patrimonio S.p.a.” e la “Infrastrutture S.p.a.”, legge poi ritirata, ma le privatizzazioni — come lo stesso Settis ha ricordato di recente — sono proseguite in altre forme. Italia S.p.A. è un testo ancora validissimo, ne consiglio vivamente la lettura. Personalmente ho avuto la fortuna di studiare in una Università, quella degli Studi di Foggia, dove il piano di studi della Laurea in Lettere moderne prevedeva molti e variegati esami, tra cui quello di “Metodologia della ricerca archeologica”, a cura del professore e archeologo Giuliano Volpe, e tra i testi da studiare c’era il saggio di Settis, che divorai e che cito sempre volentieri: «I cittadini italiani, e a maggior ragione gli organi di governo, devono sentirsi in questo momento investiti di una grande responsabilità non solo verso la tradizione e la storia, ma più ancora verso le generazioni future». Colpisce che Settis nomini, prima ancora del governo, i cittadini come responsabili del nostro patrimonio culturale. L’archeologo e storico dell’arte ricorda, infatti, che con l’istituzione della Repubblica «titolare della sovranità non è più il re o il principe, ma il popolo, l’insieme dei cittadini. Ereditata dalle antiche dinastie e repubbliche, questa sovranità popolare si esercita anche sul patrimonio culturale, e comporta da un lato la sua massima accessibilità a tutti, e dall’altro la responsabilità, da tutti condivisa, di preservarlo per le generazioni future. […] Il patrimonio culturale assume in tal modo una notevolissima funzione civile». Rimando anche al seguente contributo di Sara Marsico, ricco di spunti e riflessioni: https://vitaminevaganti.com/2022/05/07/gli-interessi-delle-generazioni-future-sono-entrati-in-costituzione/).
Settis riflette coraggiosamente anche sul lessico, sulle parole che sono sempre importanti perché sono il riflesso del pensiero: ci ricorda che un tempo la Direzione generale del ministero della Pubblica istruzione (da cui dipendevano soprintendenze e musei, in un virtuoso legame tra cultura e istruzione che è stato reciso da riforme distruttive ai danni sia della cultura che dell’istruzione) si chiamava “Antichità e belle arti”, poi diventata nel 1974 il ministero a parte dei “Beni culturali”: «Le etichette contano. “Antichità e belle arti” era un’etichetta incentrata solo sui contenuti di ciò che era soggetto a speciali norme di tutela; “Beni culturali”, al contrario, allude non solo al significato culturale di ciò che va tutelato, ma anche al suo valore patrimoniale in senso stretto, alla sua traducibilità in termini monetari. […] Poteva essere una buona idea — rilevava Settis — lo sarebbe stata, se alla creazione del nuovo ministero si fosse accompagnata una crescita degli investimenti sul nostro patrimonio culturale, e una piena consapevolezza istituzionale della centralità del suo significato. Al contrario, il nuovo ministero fu da subito visto come un dicastero “minore”, e infatti affidato quasi sempre a figure deboli, di secondo piano […] o fu inteso come un “inizio di carriera” per ministri magari ambiziosi». Impressiona il contenuto profetico di queste parole vergate ventidue anni fa: oggi a capo del MiC, Ministero della Cultura, abbiamo il gaffeur Gennaro Sangiuliano, la cui celebrità in termini di profondità culturale non è necessario che qui si approfondisca, essendo arcinota ai più. E verso la fine, Settis cita made in Italy e turismo come esclusivi interessi dell’allora compagine di governo: oggi a entrambe le espressioni corrisponde un ministero, quello del Made in Italy (e delle Imprese) guidato da Alfonso Urso, e quello del Turismo a guida Daniela Santanchè. Come dimenticare la campagna pubblicitaria “Open to Meraviglia” del 2023, in cui la Venere di Botticelli (definita sul sito del Ministero del Turismo “il personaggio italiano più famoso al mondo”) diventa un’influencer virtuale a disposizione dei turisti. Mi viene voglia di lanciare l’hashtag #piùSettismenoSantanchè, ma tant’è.
Ogni singola parola dell’art. 9 è di fondamentale importanza per comprendere la bellezza e l’importanza del progetto di società civile insito nella Costituzione, tutti ingredienti essenziali per costruire una società più giusta, più equa, più felice. Dunque:
- Cultura e ricerca: «Cultura — scriveva Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere — non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri». Cultura e ricerca, e dunque scuola e università pubbliche, meriterebbero una consistente linea di investimento, perché «la coltura — scriveva Salvemini in Che cos’è la coltura? (1954) — è la somma di tutte quelle cognizioni che non rispondono a nessuno scopo pratico, ma che si debbono possedere se si vuole essere degli esseri umani e non delle macchine specializzate. La coltura è il superfluo indispensabile». Nuccio Ordine dirà «l’utilità dell’inutile», forgiando un manifesto oggi quanto mai necessario.
- Paesaggio, ambiente, biodiversità: «La crescente antropizzazione del nostro pianeta è la causa della graduale riduzione della biodiversità, che è fondamentale per la conservazione dell’ambiente» (Margherita Hack). La cura dell’ambiente è un’alta forma di amore, minacciata ogniqualvolta esso viene deturpato dalla mano umana, come ci ricordano i versi di Giorgio Caproni: «L’amore/finisce dove finisce l’erba/e l’acqua muore» (da Versicoli quasi ecologici). Henry David Thoreau, antesignano dell’ambientalismo e del pacifismo, ricordava lucidamente e profeticamente a metà Ottocento: «Ai nostri giorni quasi ogni cosiddetto miglioramento a cui l’uomo possa por mano, come la costruzione di case e l’abbattimento di foreste e alberi secolari, perverte in modo irrimediabile il paesaggio e lo rende sempre più addomesticato e banale».
- Patrimonio storico e artistico: Maurizio Bettini, da filologo classico, ci invita a riflettere sull’etimologia della parola patrimonio: «l’immagine usata dai costituenti non è delle più aggressive. La parola italiana deriva infatti da patrimonium, il termine latino che indicava il complesso dei beni che passano dai “padri” ai figli. Come tale questa espressione — “patrimonio storico e artistico” — evoca piuttosto una bonaria atmosfera di tipo familiare, da asse ereditario, non specificatamente legata al mondo del mercato o della finanza». Peraltro, ricorda Bettini, «l’espressione “patrimonio artistico” sembrava “inadeguata e goffa” a Piero Calamandrei, in quanto la parola “patrimonio” dai giuristi è riferita precipuamente “alle cose, ai beni materiali, alla ricchezza”, mentre le opere d’arte “riguardano l’Essere, la civiltà, lo spirito di un popolo”» (in Bettini, A che servono i Greci e i Romani?).
- Future generazioni: «Non ereditiamo la Terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli» (proverbio nativo americano). Più chiaro di così…
Per questa settima tappa del nostro viaggio di interconnessione tra il dettato costituzionale e la letteratura, il libro che mi ritorna alla memoria questa volta è una raccolta di poesie di Mariangela Gualtieri intitolata Bestia di gioia.
Sui temi cruciali che il contenuto dell’art. 9 richiama, i consigli di lettura sarebbero davvero tanti, e mi ripeterei se cercassi di presentare libri (saggi o romanzi che siano) in cui ci sono appelli che conosciamo ormai drammaticamente bene. Di fronte alle crisi multiple che attraversano il nostro tempo, tutte interconnesse tra di loro, le parole a volte mancano, prevale a volte la sensazione del vuoto, della precarietà dei nostri destini, dello smarrimento. E allora ho come sentito il bisogno di ritornare alla poesia, perché — come scrive Franco Arminio, inventore della ‘paesologia’ per riscoprire e valorizzare il patrimonio culturale dei borghi italiani — «Sacra è la poesia,/ma solo quando è ladra,/quando ruba un poco di miseria al mondo» (dalla raccolta Sacro minore, 2023). Bestia di gioia è una raccolta intrisa di felicità istintiva, bestiale — per l’appunto — che pacifica l’io con la natura che lo circonda, al ritmo di un canto gioioso, francescano, panico.
È una raccolta che ho divorato nell’arco di una serata, che mi ha travolta con la forza dei suoi versi inneggianti alla bellezza e alla unicità della natura che è fonte di vita:
Ogni frutto
stringe il seme come giurando.
Cadendo giura e in forma di radice risponde
alla terra che chiama. Alla terra che canta
la promessa infinita. C’è solo vita
niente altro. Solo vita.
Forte è la consapevolezza dell’essere umano di essere infinitesimamente piccolo rispetto alla natura che ci accoglie (evidenti le lezioni di Leopardi e Pascoli nella tessitura dei versi di Gualtieri):
Il cielo ci tiene ancora
non espelle dalla rotazione
questa nostra casa rotonda
e siamo in sponda finale
con una luce articolata in stelle
non più guardate se non per dirne
il nome. […]
Per compassione di noi
che non guardiamo ciò che viene splendido
in dono.
La dittatura del progresso, del consumismo, del capitalismo si oppone drasticamente alla bellezza dell’ambiente, ai valori ancestrali del mondo, alla semplicità dei sentimenti:
Ciò che non muta
io canto
la nuvola la cima il gambo
l’offerta il dono la rovina
apparente d’acqua che tracima
di tempeste e di onde.
[…]
Io le canto a voi
vivi con me ora sull’orlo
mentre sferragliano veleno
fra idoli potenti e gracili
nella cospirazione del bene
battagliati fra le catene
d’una dittatura che impera.
Noi non adoreremo le sue merci.
Non piegheremo la schiena
alla sua greppia.
Quando ci desteremo dal torpore della modernità, di una società ipertecnologica che sacrifica la natura sull’altare del progresso e dello sviluppo esponenziale e irrefrenabile, forse ci renderemo conto che nulla sarà più come prima, sedotti dall’inganno:
Vi sarà un’insonnia generalizzata
quando il pane sarà
così lontano da sembrare un incendio
mentale il ricordo delle farfalle
un corpo estraneo il miele una parola
che non avrà più senso.
[…]
Ci sarà un vento di turbolenza
e con l’inganno un plotone
ti ruberà la morbidezza.
[…]
Tutto era un tempo polvere di pietra
pozza di fango molle
era natura mondo pianeta
e nel silenzio ancora si sente
la rotazione di particelle antiche
dentro le cose.
La via per la salvezza dell’umano e della natura è riconoscere e riconoscersi in un’unica famiglia che contiene in sé un afflato verso l’infinito:
Noi tutti non siamo solo
terrestri. Lo si vede da come
fa il nido la ghiandaia
da come il ragno tesse il suo teorema
da come tu sei triste
e non sai perché. Noi,
nati, noi forse ritornati,
portiamo una mancanza
e ogni voce ha dentro una voce
sepolta […].
Quanta vastità
dentro l’umano.
Penso che tra le parole più dense di profondità dedicate negli ultimi anni al nostro pianeta ci siano quelle scritte da papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, in cui la Terra viene definita casa comune e si prospetta un’interessante visione, quella dell’ecologia integrale che mette insieme tutti gli aspetti della nostra società, ambientali, culturali, generazionali: «”Laudato si’, mi’ Signore”, cantava san Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia […] Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. […] Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr. Gen. 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora». E poi, come un grido disperato rivolto alle nostre coscienze obnubilate dal ‘capitalismo cannibale’, è presente un evidente richiamo all’humanitas latina di Terenzio (Homo sum, humani nihil a me alienum puto, sono un essere umano, nulla di ciò che è umano lo reputo a me indifferente, estraneo): «Niente di questo mondo ci risulta indifferente».
Sono passati nove anni dalla Laudato si’ e, nonostante il susseguirsi di summit e conferenze, ambiente, patrimonio culturale e generazioni future non se la passano affatto bene. I potenti della Terra preferiscono investire i nostri soldi in morte e distruzione, sotto gli occhi — questi indifferenti purtroppo — del mondo che resta a guardare mentre produce, consuma e crepa.
Pillola di bellezza ri-costituente.
16 agosto 2024, la star musicale Madonna festeggia il suo sessantesimo compleanno con un evento (festa) privato, nel sito archeologico di Pompei.
La versione ufficiale è che si sia trattato di una visita privata, con annessa beneficenza di 250 mila euro per un progetto che vede i giovani impegnati in un percorso creativo per la messa in scena di una commedia classica nel Teatro Grande della città antica. Ma in realtà «c’erano anche casse e fari nelle domus, un piccolo palco nella Case del Menandro, una tavolata nel teatro e un ricco buffet — a cura di un noto ristorante stellato di Nerano — allestito nella cavea del Teatro. Insomma, visita e incontro con gli adolescenti era solo una parte dell’evento, protrattosi fino a tarda notte». Il direttore Gabriel Zuchtriegel spiega: «Quello che ci interessa è il sostegno al progetto dei ragazzi. La loro emozione nell’esibirsi è stata bellissima. Non volevamo una cosa del tipo ‘chi paga fa quello che vuole’, ci interessava l’aspetto etico, culturale e sociale». Tomaso Montanari riflette (denunciando): «La crisi della democrazia, la distruzione dell’eguaglianza, il disprezzo per il lavoro (vedi il precariato osceno su cui poggia il patrimonio) e il culto della rendita sono ora accompagnati dalla legittimazione della bellezza per pochi: se sei Madonna puoi goderti Pompei da sola e di notte, e puoi perfino ballare in una domus romana (così pare). Può darsi che il senso comune trovi tutto questo normale, perfino giusto: la legge del Marchese del Grillo è fatta propria dal popolo che torna plebe. E poi, in un tempo che confonde prezzo e valore, l’importante non è forse che i ricchi paghino? Non importa se poco, pochissimo, quasi nulla. Tanto, poi, tra reticenze e silenzi stampa, chi sa con esattezza come è andata?» (dal “Fatto Quotidiano” del 18/08/24).