dei delitti e delle pene, editoriale di Giusi Sammartino

Editoriale. Dei delitti e delle pene

Carissime lettrici e carissimi lettori,

che vuol dire carcere? Ne abbiamo sentito parlare tanto in questi giorni che hanno girato intorno alla data del 25 novembre celebrata annualmente per ricordare che non deve esistere la violenza contro le donne. Ne abbiamo sentito parlare per due processi “d’eccellenza” come quello verso Alessandro Impagnatiello e l’altro verso Filippo Turetta. Due femminicidi. Violenza estrema contro le donne, due giovanissime donne in questo caso. Per mano di questi maschi (sani figli del patriarcato, come giustamente ci ha insegnato e ribadito Elena Cecchettin) sono morte, uccise con determinazione, due donne con lo stesso nome: Giulia Tramontano (con il suo bambino in grembo, quasi a fine gestazione) e Giulia Cecchettin, la giovanissima ingegnera con la laurea ricevuta “post mortem”, a febbraio, ma che doveva discuterla, appena ventiduenne, qualche giorno dopo la sua scomparsa. Impagnatiello è stato condannato all’ergastolo. Stessa pena è stata chiesta per Filippo Turetta, una richiesta che è stata fortemente contrastata dalla difesa.

Cominciamo dal vocabolario: “Prigione” (dal francese prison, che è il latino pre(he)nsioatto di prendere, cattura) e il suo sinonimo carcere, rispetto a cui è più usato nel linguaggio comune, indicano propriamente la costruzione adibita alla reclusione dei detenuti, ma possono essere estesi a intendere, più in generale, anche la forma di organizzazione carceraria, caratterizzata storicamente da diversi sistemi di trattamento del detenuto, i quali, a loro volta, hanno esercitato un ruolo determinante nella stessa evoluzione della prigione come complesso edilizio. Nell’antichità non esistevano edifici costruiti appositamente per la detenzione: quanti erano in attesa di giudizio, i debitori, i rei politici erano generalmente custoditi in luoghi sotterranei, cisterne, torri. La storia della prigione nell’accezione moderna inizia non più di trecento anni or sono, anche se già Platone parlava di un sistema carcerario articolato in tre sedi: una per i detenuti in attesa di giudizio, una per i vagabondi e quanti vivevano in maniera sregolata e la terza, situata fuori dall’abitato, per i delinquenti. Anche a Gerusalemme la detenzione era articolata su tre livelli: una casa di detenzione, una casa per reclusi in catene e una casa per reclusi in catene ai piedi e alle mani. Era una suddivisione ispirata a parametri diversi rispetto a quella platonica, ma che comunque riconosceva una gradualità della pena. Molte delle prime prigioni erano cisterne sotterranee con accesso dall’alto. Il carcere Mamertino, a Roma, che si trova all’interno del Foro Romano, è di questo tipo: consta di una stanza rettangolare superiore, illuminata tramite un foro nel soffitto, con un dongione voltato sottostante. Un’ipotesi storiografica suggerisce che i detenuti attendessero il verdetto di condanna a morte nella stanza sovrastante, e, dopo il giudizio, fossero gettati nel sotterraneo dove morivano di fame oppure venivano strangolati.
Sarà il blasonato milanese Cesare Beccaria, il nonno di Alessandro Manzoni (la madre Giulia, nata da un matrimonio che non s’ha da fare, che era un fatto molto manzoniano!) che con il suo celebre trattato Dei delitti e delle pene (1764) ribalta la concezione di un atteggiamento diverso della detenzione, «tacendo sugli aspetti tecnici dell’istituzione carceraria, contribuì a rivoluzionare l’idea del castigo, privilegiando la prevenzione rispetto alla punizione, la riforma rispetto alla repressione, e denunciando pratiche come la tortura, la pena capitale, la confisca dei beni». Proprio alla luce delle nuove idee di Beccaria, un altro studioso della situazione delle carceri, John Howard (1726-1790), filantropo britannico e primo riformatore del sistema carcerario inglese, «elaborò piani e istruzioni per la progettazione di carceri moderne e funzionali, in cui il rigore metodologico si accompagnava a criteri innovativi in termini di salubrità, sicurezza, igiene, praticità e rispetto per il detenuto, pur nei limiti entro i quali la cultura più avanzata dell’epoca prendeva coscienza della questione».

Il carcere, continuiamo a dirlo, è chiaramente sofferenza. Come sicuramente lo è stato per gli 83 suicidi (quasi tutti uomini e due sole donne) accaduti durante questo 2024 che sta per finire. Tra questi un ragazzo di 27 anni. Lui, che ci viene raccontato con le iniziali del nome e del cognome (G.O.) era recluso in un carcere della Sardegna. Si è impiccato (non ultimo di questi giorni), ma prima ha lasciato scritto di donare gli organi. Irene Testa, garante dei diritti dei detenuti della Sardegna, ha scritto al ministro della Giustizia Nordio perché: «comprenda che ogni giovane che evade dal carcere togliendosi la vita è anche e soprattutto un suo fallimento». Testa ricorda al ministro che durante la visita al carcere di Uta il ventisettenne non aveva chiesto niente, «era seduto pensieroso davanti alla finestra della sua cella»: «Gli ho domandato se stava bene — prosegue la garante — Sembrava spaesato, come se quella dimensione non fosse per lui. Occhi azzurri e volto pulito, lo facevano apparire come un corpo estraneo all’interno di un contenitore di dolore. Mi ha detto che stava leggendo un libro che teneva sulla branda e che aspettava il nulla osta per poter andare in comunità — racconta ancora Testa — Il compagno di cella si preoccupava per lui, ripeteva in continuazione che non stava bene e che aveva già tentato il suicidio. G. O. era in custodia cautelare e si trovava in carcere per il fallimento a vari livelli anche delle agenzie territoriali». Un appello giusto, necessario, che speriamo salvi la vita ad altri se al ministero di via Arenula sapranno ascoltarlo.
Ma il carcere sta tra le udienze dei tribunali, tra le richieste di assoluzioni o condanne che qui si compiono. Non tutto rientra nell’umanità. Ritorniamo ai due processi d’eccellenza. Tante arringhe possono essere molto crudeli per le vittime o per chi è familiare e soffre la mancanza incolmabile. Non è legge del taglione, non è lecito parlare così. Ha pianto alla sentenza la madre di Giulia Tramontano che ha perso la figlia e il nipote ancora non nato. È inorridito Gino Cecchettin alle parole della difesa ad oltranza del reo confesso Turetta: «Voi non dovrete emettere una sentenza giusta, dovrete pronunciare una sentenza secondo legalità. Filippo non è Pablo Escobar, non merita l’ergastolo — Così ha parlato l’avvocato di Filippo Turetta, davanti alla Corte d’Assise di Venezia — E la legalità vi impone di giudicare Filippo Turetta con una mano legata dietro la schiena, che non risponde alla legge del taglione. Questa è la vera legalità, questa è la civiltà del diritto». Ma Cecchettin ha risposto su un social: «Io mi sono nuovamente sentito offeso e la memoria di Giulia umiliata —. La difesa di un imputato è un diritto inviolabile — e aggiunge — credo sia importante mantenersi entro un limite, che è dettato dal buonsenso e dal rispetto umano. Travalicare questo limite rischia di aumentare il dolore dei familiari della vittima e di suscitare indignazione in chi assiste».

Non si tratta di legge del taglione. Non si vuole, e non lo vuole neppure l’ingegner Cecchettin, avere il fine di “rovinare” una vita ancora giovane. È umanità e non spirito di vendetta quello che deve ispirare un’arringa, seppure di difesa e di un giovane uomo.

Un Canto delle donne della grande mai dimenticata poeta dei Navigli, Alda Merini. Per denunciare la violenza di genere. Il femminicidio è un grande problema non ancora sradicato nelle società. Questi versi sono carichi di dolore e non possono che farci riflettere al di là di qualsiasi 25 novembre o 8 marzo. Per tutte le donne.

Canto delle donne

Io canto le donne prevaricate dai bruti
la loro sana bellezza, la loro “non follia”
il canto di Giulia io canto riversa su un letto
la cantilena dei salmi, delle anime “mangiate”
il canto di Giulia aperto portava anime pesanti
la folgore di un codice umano disapprovato da Dio.

Canto quei pugni orrendi dati sui bianchi cristalli
il livido delle cosce, pugni in età adolescente
la pudicizia del grembo nudato per bramosia.

Canto la stalla ignuda entro cui è nato il “delitto”
la sfera di cristallo per una bocca “magata”.

Canto il seno di Bianca ormai reso vizzo dall’uomo
canto le sue gambe esigue divaricate sul letto
simile ad un corpo d’uomo era il suo corpo salino
ma gravido d’amore come in qualsiasi donna.

Canto Vita Bello che veniva aggredita dai bruti
buttata su un letticciolo, battuta con ferri pesanti
e tempeste d’insulti, io canto la sua non stagione
di donna vissuta all’ombra di questo grande sinistro
la sua patita misura, il caldo del suo grembo schiuso
canto la sua deflorazione su un letto di psichiatra,
canto il giovane imberbe che mi voleva salvare.

Canto i pungoli rostri di quegli spettrali infermieri
dove la mano dell’uomo fatta villosa e canina
sfiorava impunita le gote di delicate fanciulle
e le velate grazie toccate da mani villane.

Canto l’assurda violenza dell’ospedale del mare
dove la psichiatria giaceva in ceppi battuti
di tribunali di sogno, di tribunali sospetti.

Canto il sinistro ordine che ci imbrigliava la lingua
e un faro di marina che non conduceva al porto.

Canto il letto aderente che aveva lenzuola di garza
e il simbolo-dottore perennemente offeso
e il naso camuso e violento degli infermieri bastardi.

Canto la malagrazia del vento traverso una sbarra
canto la mia dimensione di donna strappata al suo unico amore
che impazzisce su un letto di verde fogliame di ortiche
canto la soluzione del tutto traverso un’unica strada
io canto il miserere di una straziante avventura
dove la mano scudiscio cercava gli inguini dolci.

Io canto l’impudicizia di quegli uomini rotti
alla lussuria del vento che violentava le donne.

Io canto i mille coltelli sul grembo di Vita Bello
calati da oscuri tendoni alla mercé di Caino
e canto il mio dolore d’esser fuggita al dolore
per la menzogna di vita
per via della poesia.

In memoria di Lucio Dalla con il coraggio di Gino Cecchettin: «Attenti al lupo»!

Buona lettura universale