ogni mattina a Jenin, di Susan Abulhawa, recensione di Loredana De Vita

“Ogni mattina a Jenin” (Feltrinelli, 2024) è un romanzo di Susan Abulhawa che rapisce il cuore, immerge in realtà troppo spesso sconosciute, ha il pregio di non giudicare ma di raccontare la verità.
È un romanzo molto doloroso che, grazie alla storia di Amal e della sua famiglia, racconta le guerre tra Istraele e Palestina sin dalla Guerra dei sei giorni del 1948. Racconta dell’espropriazione di casa e terra, della chiusura in campi profughi dove solo la paura e la violenza e il senso di impotenza riempiono giornate sempre uguali, sempre sotto sorveglianza, sempre sottoposti a quel cielo da cui spesso piovono bombe che calpestano anche le lacrime mai asciugate di ogni uomo, donna e bambino che non conosce più che cosa significhi libertà né casa.
Eppure, in quella realtà sommersa e dolorosa, Amal e Huda diventano amiche, si salvano dall’orrore, ne restano ferite fisicamente e psicologicamente, ma non smettono di pensare alla possibilità di una vita.
Il destino sarà feroce, dividerà, ucciderà, priverà della famiglia, del presente, del passato, del futuro, della speranza, un modo per distruggere la vita di tanti che potrebbero persino dimenticare di avere un’origine, un passato, un presente, il diritto al futuro.
La famiglia di Amal attraverserà tempeste da cui non si torna indietro e solo nella voce e nell’amore dell’altro il proprio nome potrà restare come un segno del proprio passaggio.
Un romanzo che narra un altro punto di vista e che mai come oggi è necessario per comprendere verità dolorose che sembrano non aver mai fine. Un invito alla conoscenza e alla riflessione, un sussurro che dà voce al vero.
“Ogni mattina a Jenin” (Feltrinelli, 2024)di Susan Abulhawa è un romanzo che riesce a essere persino poetico nella crudezza della descrizione della tragedia, è un romanzo che fa male al cuore perché molti sono gli interrogativi che pone e che restano purtroppo senza risposta. Lo suggerisco con tutto il cuore.