Susanna Horenbout, di Sara Balzerano

Susanna Horenbout

Inghilterra, XVI secolo.
La corte di Enrico VIII è un ambiente, nell’Europa di questa nuova epoca moderna, tra i più folli e torbidi.
La dinastia Tudor siede sul trono del regno da meno di venticinque anni, dalla fine della Guerra delle due Rose, e questa infanzia di potere ha creato, nella testa del re, un teatro di intrighi, congiure e tradimenti per cui, anche con il minimo sospetto, si finisce per conoscere la mano del boia. Le pretese avanzate dalle antiche famiglie nobiliari, che possono vantare un lignaggio risalente a Guglielmo il Conquistatore, fanno sentire Enrico sotto costante scacco. E dunque, nelle caselle bianche e nere che è egli stesso a comandare, cavalli, torri, alfieri, semplici pedoni, o regine, cadono inesorabilmente, insieme alle loro teste, anche per un semplice quanto infondato sospetto.
Muoversi su una tale plancia richiede abilità e scaltrezza, intelligenza e spirito di adattamento. Chiunque può avanzare. Chiunque, con la stessa velocità, può venir fagocitato dalla scure capitale.
Ed è in questo esatto ambiente che vive e opera Susanna Horenbout, destreggiandosi tra regine amate e cadute in disgrazia, riuscendo a rimanere comunque una delle artiste più apprezzate dal sovrano, una delle iniziatrici della tradizione dei ritratti miniati in Inghilterra.

Un esempio degli incipit dipinti da Horenbout nel Libro d’Ore Sforza

Nata nell’allora contea delle Fiandre, probabilmente in Belgio, nella cittadina di Gand, intorno al 1503, Horenbout è quella che si dice una figlia d’arte. Suo padre Gerard, infatti, non solo gestisce una bottega nella quale lei e il fratello Lucas apprendono il mestiere, ma è talmente abile nel proprio lavoro da ottenere il ruolo di artista di corte presso Margherita d’Austria. L’uomo, inoltre, lavora alle miniature del Libro d’Ore Sforza, un volume di preghiere commissionato in principio da Bona di Savoia, vedova del Signore di Milano, Galeazzo Maria Sforza, e poi proseguito per volontà della nobildonna asburgica. Com’era solito avvenire all’epoca, non si ha la certezza che tutte le miniature siano state eseguite da Gerard Horenbout: le opere realizzate all’interno di un laboratorio venivano attribuite al maestro, rendendo così difficili le future assegnazioni. Molto probabilmente, sia Lucas che Susanna lavorano in prima persona al Libro d’Ore Sforza.

Salve Regina, possibile opera di Susanna

Certo è che Susanna è già un’artista di livello. Nel 1521, infatti, Albrecht Dürer acquista da lei, per un fiorino, un’immagine di Cristo Salvatore, scrivendo poi entusiasta del fatto che l’autrice sia una donna: «È davvero meraviglioso che il quadro di una donna sia così bello» (Ist ein gross Wunder, das ein Weibsbild also viel machen soll). Secondo Kathleen E. Kennedy, professora associata in Studi Medievali dell’Università di Bristol, lo stupore del grande autore fiammingo non è relativo al genere dell’artista quanto alla sua giovane età.
Nella prima metà del Cinquecento, intorno agli anni Venti, l’intera famiglia Horenbout si trasferisce in Inghilterra, chiamata, presso la corte Tudor, dal cardinale Wolsey.
Wolsey, figlio di un macellaio, è uno di quegli homines novi di cui Enrico VIII ama circondarsi e che rappresentano il tentativo di creare una legittimità posticcia, o comunque innovativa, che metta a tacere le voci e le critiche verso questa dinastia minore che è riuscita ad agguantare il potere. Il cardinale ha un profondo amore per l’arte, e lo stesso Enrico VIII ha tutto l’interesse a intraprendere un mecenatismo che funga da cassa di risonanza per la sua casata. Sarà quello che farà sua figlia, Elisabetta I, con William Shakespeare; è ciò che fa lui, ad esempio, con gli Horenbout, specializzati nella tecnica della miniatura, tecnica che, nell’idea del re, deve essere usata per «rappresentare l’approvazione dei Tudor da parte di Dio come famiglia sovrana dell’Inghilterra».

il volume finale decorato da uno degli Horenbout

Nemmeno in terra inglese si hanno notizie certe dell’operato di Susanna. Nel 1529, quando muore la madre Margaret, il suo è l’unico nome della famiglia ad apparire sul memoriale in ottone a lei dedicato. Oltre ad averlo commissionato, si pensa che l’artista ne abbia anche disegnato il modello. A parte questo episodio, le attestazioni di Horenbout non riguardano tanto la sua carriera di pittrice e miniaturista, quanto piuttosto il suo ruolo di dama di corte e segretaria della regina. Fatto questo, stando almeno alle parole della già citata Kathleen E. Kennedy, che si spiega con facilità: Susanna Horenbout è una donna e tanto basta affinché le sue opere, le sue eventuali attribuzioni, vengano fagocitate dal nome del padre prima e del fratello poi. Eppure di lei parla Giorgio Vasari nel capitolo Di diversi artefici fiamminghi, all’interno del trattato Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, del 1568: «Susanna sorella del detto Luca, che fu chiamata perciò ai servigi d’Enrico Ottavo re d’Inghilterra e vi stette onoratamente tutto il tempo di sua vita»; e di lei parla anche Lodovico Guicciardini, discendente del più famoso Francesco, che, nell’opera Descrittione di Lodovico Guicciardini patritio fiorentino di tutti i Paesi Bassi altrimenti detti Germania inferiore del 1566, afferma: «Susanna sorella di Luca Hutembout prenominato: la quale fu eccellente nella pittura, massime nel fare opere minutissime oltre a ogni credere, et eccellentissima nell’alluminare, in tanto che il gran’ Re Henrico ottavo con gran doni et gran provvisione, la tirò in Inghilterra, dove visse molti anni in gran favore, et gratia di tutta la Corte, et ivi finalmente si mori ricca, et honorata.»

Hans Holbein il Giovane, probabile ritratto di Susanna Horenbout

Ciò che era dunque evidente alla contemporaneità è stato via via taciuto dal trascorrere del tempo, come se una balbuzie avesse colto la penna stessa della storia. E così, quello che sappiamo con certezza di Susanna Horenbout è che, poco dopo il suo arrivo in Inghilterra, si sposa con John Parker, custode del palazzo di Westminster, addetto al guardaroba e yeoman, coltivatore benestante con piena autonomia sul podere che lavorava. Alla coppia, riportano i documenti, il sovrano regala per il Capodanno 1532-1533 una coppa dorata con coperchio e cucchiai. Queste sue nozze con un uomo di corte sono forse ciò che la introduce nell’ambiente che ruota attorno alla famiglia reale. Sono, però, solo le sue capacità che le permettono di passare indenne attraverso la follia assoluta con la quale Enrico VIII gestisce i suoi matrimoni.
Diventa gentildonna al seguito di Jane Seymor, terza moglie del sovrano Tudor. E quando la regina muore di setticemia, undici giorni dopo aver partorito l’unico figlio maschio di Enrico, a breve distanza peraltro dallo stesso Parker, Susanna Horenbout si trova in gravi ristrettezze economiche.
Sposa in seconde nozze, il 22 settembre 1539 a Westminster, John Gilman (o Gylmyn), freeman di un’azienda vinicola che, di lì a breve, diventerà sergente del King’s Woodyard. Quindici giorni dopo, la donna si reca a Cleves per scortare in Inghilterra la quarta moglie del re, Anna, della quale, forse per la conoscenza della lingua fiamminga, forse per la sua abilità nello svolgere in maniera eccellente anche il lavoro di segretaria, sarà «prima delle sue gentildonne», avendo anche un piccolo gruppo di servitori alle proprie dipendenze.

O Intemerata, possibile opera di Susanna

Intorno al 1540, i Gilman hanno il loro primo figlio, Henry, il cui padrino è lo stesso re.
Oltre a Jane Seymor e Anna di Cleves, la vita di corte di Susanna prosegue tra le cerchie di Catherine Parr e, probabilmente, della regina Maria — dalla quale pare abbia ricevuto in dono due iarde di raso nero — fino alla sua morte, avvenuta intorno al 1550. La data precisa non è conosciuta: si sa solo che nel 1554 il marito si risposa.
L’afasia del racconto si accontenta di tramandare questo. Non un accenno alla sua tecnica, alla sua bravura, alla sua innovazione. Niente che parli della sua arte. Nessuna opera che porti il suo nome e il suo cognome.
Tutto sembra sparito nel nulla.
La vita e l’agire di Susanna Horenbout paiono limitarsi al ruolo di dama di corte; al suo essere figlia e sorella di. Eppure i diversi ruoli sanno convivere e potrebbero alimentarsi l’un l’altro. Ne è un esempio la vicenda di Levina Teerlinc. Figlia d’arte anche lei (suo padre, Simon Bening, è un pittore fiammingo di estremo valore), come Susanna impara il mestiere nella bottega paterna. Giunta in Inghilterra, diviene dama di corte sia di Maria I che di Elisabetta I. Pur non avendo sue sicure attribuzioni, abbiamo però notizie di ritratti in miniatura, doni più che commissioni, realizzati per entrambe le sovrane. E nella ricerca, il suo nome è annoverato con chiarezza tra coloro che innovano la tecnica della miniatura inglese.
Cosa è dunque accaduto a Susanna Horenbout nel percorso della memoria che l’ha quasi fatta cadere nell’oblio? Cosa le è mancato? Cosa, è forse più giusto chiedersi, le è stato tolto?
Domande, queste, ovviamente tendenziose.
A ben vedere, il proprio posto Susanna Horenbout se l’è costruito e guadagnato. Ce lo dicono, tra gli altri, Vasari e Guicciardini, Dürer e lo stesso Enrico VIII. Sta quindi a noi, donne e uomini dell’oggi, guardare oltre funzioni e relazioni precostituite per iniziare finalmente a conoscere l’altra parte della Storia. Una parte bellissima, che aspetta solo di essere scoperta, ricordata e raccontata.