Evangelina Alciati, di Barbara Belotti

Evangelina Alciati

Evangelina Gemma Alciati partecipò a una sola delle esposizioni della Secessione romana, quella del 1915, presentando un Autoritratto dell’anno precedente dalla vivace ricerca cromatica e dalla salda e sintetica struttura compositiva.

Autoritratto, 1914, olio su tela applicata su compensato, Torino, collezione privata

A Roma Evangelina soggiornò più volte nel corso del secondo decennio del Novecento, conobbe molti intellettuali e artisti/e immergendosi a più riprese nel dinamico clima culturale della capitale e allacciando significativi rapporti umani e professionali. «Anima forte» la definì Grazia Deledda che ne colse lo spirito libero, indipendente, anticonformista, un composto di capacità di anticipazione e di tenacia che ben si combinò con le istanze di rinnovamento e apertura verso l’arte europea indicate dalla Secessione. Lei stessa, che aveva a lungo soggiornato a Parigi agli inizi del secolo, era portatrice di spinte di cambiamento e onde di modernità, e non solo nell’arte.
Era nata nel 1883 a Torino e la sua era stata fin dall’inizio una vita difficile, prima per il suicidio del padre Francesco, poi per l’incertezza economica in cui cadde la famiglia.

Il mio maestro Giacomo Grosso, 1919, olio su tela, Torino, Galleria d’arte moderna, Fondazione De Fornaris

Dopo aver frequentato una scuola femminile che avviava all’insegnamento, Evangelina trovò la sua strada, un percorso per niente scontato: fu ammessa nel 1899 — prima donna a poterlo fare — all’Accademia Albertina, vincendo le resistenze del suo stesso maestro, il pittore Giacomo Grosso, che sulla carriera artistica femminile era diffidente: «Può forse (e vuole?) la donna vivere, come l’uomo da artista? […] E vivere la vita diuturnamente preoccupata dell’arte, fra artisti, una vita certo specialissima, diversissima da quella che la donna conduce nell’intimità serena del focolare, una vita talora brutalmente fervida e sofferente?». Di fronte alle prove presentate dalla ragazza però Grosso si era arreso e l’aveva seguita con rigore ma anche con affettuosa attenzione e stima, in un rapporto che andò oltre il periodo degli studi. Noncurante degli ostacoli, nel 1906 Evangelina Alciati ottenne il diploma dell’Accademia Albertina, diventando così la prima donna in quell’istituzione, e l’anno successivo esordì con successo alla mostra della Promotrice di Torino. Nel mezzo di questi anni di formazione soggiornò a Parigi alla ricerca di nuove tendenze lontane dai percorsi studiati, dalle formule accademiche, dalla tradizione ottocentesca.

La sua era una mente aperta, libera, pronta ad attraversare nuove strade e non solo professionalmente parlando. Durante gli studi in Accademia conobbe il pittore Anacleto Boccalatte con quale decise di convivere senza sposarsi. Scelta anticonvenzionale, non semplice per quel periodo, ma che Evangelina rivendicò con determinazione: «[…] io nata alla più grande libertà — scrisse al compagno Anacleto — rimarrò forse travolta dal mio stesso desiderio e tutti si troveranno in dovere di scagliarmi dietro, non addosso, la loro bava; ma certo le donne che verranno conquisteranno a poco a poco i loro diritti, non di femmine mascolinizzate, ma di libere e coscienti pensatrici e allora le donne come me saranno comuni forse».
Con la stessa determinazione mise al mondo fuori dal vincolo matrimoniale il loro bambino, Gabriele. Scelse di diventare madre e lo fece da sola, allontanandosi per diversi mesi dalla città e aspettando l’arrivo del bimbo con amore, consapevolezza e discrezione. Mise quel figlio desiderato e se stessa al riparo dalle malelingue, dagli sguardi ostili, da quella “bava” che sapeva avrebbe insozzato tutto. Il figlio era suo, un forte e inscindibile legame d’amore, centrale nella sua esistenza, di cui fu sempre orgogliosa e che riuscì ad arricchire la sua vita di donna e pittrice.

Evangelina Alciati, 1910

Quando cominciò a frequentare la comunità artistica di Roma Evangelina aveva già raggiunto importanti traguardi. Decisa nel chiudere col passato e nel togliere da pennelli e tavolozza ogni residuo di formule antiche e stantie, la pittrice cominciò a farsi conoscere come un’artista tanto certa della propria arte, quanto risoluta nei passi da fare sul palcoscenico espositivo nazionale. Nel 1912 partecipò alla Biennale di Venezia e venne consacrata come un’autentica e felice rivelazione tanto da meritare la copertina del numero del 20 luglio della rivista La donna, il supplemento quindicinale del quotidiano La Tribuna di Roma.

L’anno seguente, in occasione della II Esposizione internazionale femminile di Belle Arti di Torino, ebbe l’importante riconoscimento di veder riuniti in una sala personale ben quindici suoi dipinti, uno dei quali, Ritratto di bambina (Ornella Spano), entrò nelle collezioni permanenti del Museo civico di Torino.

Ritratto di bambina (Ornella Spano), 1910, olio su tela, Torino, Galleria civica d’Arte moderna e contemporanea

Evangelina Alciati quindi si affermò presto nel mondo artistico come una brillante professionista, apprezzata dalla critica, capace di vivere del proprio lavoro e mantenere se stessa e il piccolo Gabriele. Furono soprattutto i ritratti a essere il cardine della sua ricerca pittorica e a farne la fortuna. A differenza di quelli dipinti da Amalia Besso, che spesso raffiguravano con dovizia di particolari le caratteristiche dell’abbigliamento (https://vitaminevaganti.com/2025/02/22/la-secessione-romana-amalia-besso/), i ritratti di Evangelina Alciati, più sintetici, puntavano dritti al mondo interiore delle persone, espressioni, come ebbe a dire nel 1912 la scrittrice ed esperta d’arte Enrica Grassi, di una «acuta investigatrice di anime». Un’indagine psicologica condotta attraverso un linguaggio personale in cui si sommavano echi e ricerche postimpressioniste, espressioniste, secessioniste.

Il secondo e terzo decennio del Novecento sono per Evangelina anni di grandi soddisfazioni, di ricorrenti impegni espositivi e di successo di critica e pubblico: la mostra dell’associazione Probitas a Roma nel 1914, accanto a Emma Alciati, Giulio Aristide Sartorio e Giacomo Balla, giusto per citarne alcuni, in occasione della quale Vittorio Emanuele III acquistò il dipinto Maternità per settecento lire; la terza Esposizione della Secessione nel ‘15, come già accennato, la LXXXVIII Esposizione della Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti del 1919, dove presentò il ritratto che fa da copertina a questo articolo; sempre nel ’19 la Promotrice di Torino, in cui spiccarono i dipinti Mia madre, e Uomo Seduto, acquistato dal Ministero della Pubblica Istruzione per quattromila lire; la prima Biennale di Roma (1921), la Biennale di Venezia (1922), la seconda Biennale romana e la Quadriennale di Torino (1923) segnano un percorso artistico di tutto rispetto.

Mia madre, 1919, olio su tela, Roma, Galleria d’Arte moderna
Uomo seduto (stilista torinese Defraia), olio su tela, Torino, Galleria d’Arte moderna e contemporanea

Oltre al genere del ritratto Evangelina Alciati cominciò ad affrontare opere paesaggistiche, composizioni floreali e nature morte in cui la scelta del naturalismo fu arricchita sempre di riferimenti alle tendenze pittoriche contemporanee e in cui alla tecnica dell’olio si affiancò l’uso del pastello.

Processione in campagna, 1923

La sua vita fu segnata da un tragico evento nell’estate del 1938 quando il figlio Gabriele, brillante musicista e concertista, appassionato di montagna e considerato uno degli scalatori italiani più esperti ed eleganti, rimase ucciso in un incidente durante l’ascesa lungo l’inviolata parete sud dell’Aiguille de Triolet sul Monte Bianco. Dal suo strazio di madre, ma anche dal suo legame con l’arte, nacque il dipinto Compianto sul figlio morto.

Compianto sul figlio morto, 1938

Una scena di muto dolore in cui Evangelina, auto raffiguratasi china in primo piano coperta da un manto nero, le mani al volto e la bocca aperta in un gemito, concentrò gli elementi fondamentali del dramma: il corpo disteso del figlio, la moglie Ninì Pietrasanta, una delle prime donne alpiniste, abile scalatrice e spesso compagna di cordata di Gabriele, con in braccio il piccolo Lorenzo di quasi due anni, la finestra sullo sfondo da cui si scorgono le creste dei monti che assomigliano molto ai reali profili dell’Aiguille de Triolet.
È il volto del nipotino Lorenzo, sereno perché inconsapevole della tragedia avvenuta, a catturare l’occhio di chi osserva la scena: uno sguardo che, nella cupezza silente e immobile della scena, appare come un’apertura alla vita.

Autoritratto, 1945

Nonostante il dolore, che non la abbandonò mai più, Evangelina non chiuse con la vita e tantomeno con l’arte, anzi quest’ultima fu uno strumento di salvezza e di forza, un modo per procedere in avanti e superare le avversità, comprese quelle giunte col secondo conflitto mondiale. L’Autoritratto del 1945 sembra dimostrarlo: lo sguardo diretto, le labbra curvate in un leggero sorriso, «senza rughe, un incarnato fine color porcellana, i capelli lisci castani divisi da una scriminatura e raccolti in un piccolo chignon, gli occhi scurissimi e penetranti che quando ti guardavano sembrava che ti volessero carpire l’anima» come ha ricordato la nipote Anna Maria Fracchia; né perse la capacità di costruire le scene col colore: il quadro Pianista in rosso (L’amica Rosina) del 1943 ne è una brillante prova.

Evangelina Alciati, Pianista in rosso (L’amica Rosina), 1943
Pamela Villoresi in una scena del film La libertà allo specchio, regia di Vanni Vallino, 2014

«Mi sono caricata la vita sulle spalle, ho voluto viverla con tutti senza paura» confessa Evangelina nelle ultime scene del film La libertà allo specchio. Ritratto di Evangelina Alciati, interpretato da Pamela Villoresi per la regia di Vanni Vallino, che ricostruisce la figura della pittrice torinese (il film è visibile a questo link https://www.youtube.com/watch?v=sJ-JVqhWYI4).

Dopo la morte, avvenuta a Torino il 2 gennaio 1959, la figura di Evangelina Gemma Alciati si è offuscata, il suo ricordo si è appannato. Lei, che la vita se l’era caricata sulle spalle, che seppe fare scelte coraggiose, che interpretò l’arte e la professione di pittrice affermando se stessa, che testimoniò in modo personale e anticipatore il ruolo femminile, per molti anni ha subito l’oblio che colpisce la memoria delle donne.