il gioco dei regni, di Clara Sereni, recensione di Gabriella De Angelis

Il Gioco dei Regni

Dopo i primi tre libri, ognuno a modo suo anomalo rispetto al panorama della narrativa del tempo, Il gioco dei regni a prima vista sembra rispettare la tradizione del mémoir. Certamente il più conosciuto e apprezzato dei libri di Clara Sereni, è l’unico che quando fu pubblicato, nel 1993, ebbe una certa attenzione anche da parte della critica letteraria ufficiale, che aveva ignorato gli altri e che comunque non ne vide gli aspetti innovativi. Alberto Asor Rosa, per esempio, nella prefazione all’edizione economica uscita per Rizzoli nel 2007, lo definisce una delle «memorie familiari» più importanti del Novecento, paragonandolo all’assai più famoso Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Accennando di sfuggita a Casalinghitudine, che liquida frettolosamente come «precedente tentativo narrativo», mostra di non cogliere il profondo legame che intercorre tra le due opere e insieme la portata rivoluzionaria del Gioco dei regni che è soprattutto un grande romanzo storico, forse il romanzo storico che racconta in modo nuovo la prima metà del Novecento. Nuovo, perché osserva con occhi di donna, e racconta con parole di donna, quel mezzo secolo così gravido di eventi che continuano a condizionare la storia del mondo attuale. Quando Asor Rosa, per giunta, afferma che «i protagonisti sono fondamentalmente i tre fratelli Sereni», dichiara di considerare irrilevante l’altra metà della storia, che Sereni racconta, mettendo sullo stesso piano dell’azione dei protagonisti maschili — nell’ambito civile, politico, militare — il ruolo fondamentale che hanno in quella storia le donne che li circondano: perché sono loro che, dopo averli messi al mondo, — uomini e donne — continuano a nutrirli, a vestirli, a occuparsi delle case in cui abitano e dei bisogni, non solo materiali; rimanendo accanto a loro, vigili, intelligenti e forti, nella buona e nella cattiva sorte.

A fare da filo conduttore del Gioco dei regni è la storia delle famiglie delle due nonne di Clara, le cui vicende s’intrecciano tragicamente con i grandi eventi della storia collettiva: il racconto si snoda descrivendone in parallelo la vita quotidiana, con le sue minute necessità — cucinare, cucire, rammendare, apparecchiare, pulire, far giocare e studiare i bambini… — cui la narrazione assegna pari dignità e riserva pari spazio.
Anche questo libro è suddiviso in cinque sezioni, più un lungo capitolo finale, Dopo la storia, che ne racconta la genesi e l’evoluzione, come di un organismo vivente. Ciascuna sezione ha un titolo suo, come fosse un piccolo romanzo; ma anche ciascuno dei capitoli, numerati, che compongono ogni sezione — centocinquantotto complessivamente, alcuni molto brevi — ha una sua autonomia di racconto concluso in sé stesso: ritroviamo qui quella struttura a mosaico, quel raccontare per frammenti, che caratterizza lo stile della scrittrice. Nelle prime quattro sezioni i capitoli si susseguono puntando lo sguardo alternativamente sulla storia di ciascuna delle due famiglie, in particolare sulle due figure di donna che ne sono capostipiti — Alfonsa, la nonna paterna, e Xenia, la nonna materna — e procedono a lungo in parallelo, fino a quando la sorte intreccerà i destini di quelli che saranno i genitori di Clara: Emilio, detto Mimmo, e Xeniuska, cui è dedicata interamente la quinta sezione, Ballata a Loletta (nome d’amore inventato per lei dall’unico uomo della sua vita).
Il libro ha perciò un doppio prologo.
Il primo si svolge a Roma, nel cuore della città, dove vive quella borghesia ebraica, culturalmente ed economicamente privilegiata, cui appartengono Samuele Sereni, medico della Real Casa, e Alfonsa Pontecorvo, figlia di un ricco imprenditore tessile toscano.
Il secondo ci trasporta a migliaia di chilometri di distanza, a Mosca, dove studenti e studentesse di buona famiglia, asserragliati nell’università, si trovano a far fronte alle prime contraddizioni interne al movimento rivoluzionario che vuole rovesciare l’impero dello zar. Tra loro c’è Xenia Silberberg, di cui Clara utilizza alcune pagine del diario, fortunosamente ritrovato, per raccontare «da dove la storia ebbe inizio», come nelle favole.

Siamo all’inizio del secolo ventesimo e le protagoniste dei due racconti affiancati sono due giovani donne diversissime, tranne che per un particolare: sono tutt’e due incinte e l’attesa occupa i loro pensieri e i loro sogni.
Alfonsa si aggira insieme alla serva tra le botteghe del ghetto, alla ricerca della stoffa più resistente per i materassi necessari a una prole che vuole numerosa; mentre con una mano sul ventre ascolta i primi segni della vita che le germoglia dentro: «Alfonsa entrò in una porticina, salutò e fu salutata, Dalinda la raggiunse con l’involto. Discussero con l’artigiano di tipi modelli e misure, lui mostrò materassi già confezionati e poi le stoffe, perché Alfonsa scegliesse a proprio gusto. Lei sorrise dentro, riconoscendo sulle cimose il marchio della fabbrica di suo padre, poi esibì la pezza che Dalinda aveva srotolato: appena ruvida, resistente. Per molti materassi, per molti figli. Il materassaio ne riconobbe la qualità superiore (il marchio era, s’intende, lo stesso), si inchinò, la ossequiò. Di nuovo nel vicolo, fra gli scoli putridi delle case, la nausea la prese alla gola. L’avevano educata alla forza, e allo spettacolo della povertà aveva dovuto avvezzarsi presto: il disagio che l’assediava aveva altre cause. Ma non voleva coprirsi il naso, né mostrare in alcun modo il fastidio che provava. Soltanto, accelerò il passo, con la mente ai cuscini della carrozza: insofferente, distratta, impacciata dagli abiti tutti nuovi del corredo, l’unica cosa di cui Alfonsa fosse acutamente consapevole era il suo ventre, quella zona calda dove — ancora invisibile — stava crescendo una vita nuova».

Un anno dopo l’altro Alfonsa ne metterà al mondo cinque, tra figli e figlie; alla morte precoce della prima femmina, vestirà il lutto e sarà per sempre. Negli stessi anni Xenia Silberberg, giovane rivoluzionaria russa che viaggia per l’Europa nascondendo la dinamite sotto le sue ampie gonne eleganti, progetta di lasciare alla nonna paterna il bambino di cui è in attesa, per proseguire la sua battaglia per un mondo più giusto accanto al marito. Senza sospettare che di lì a breve la condanna a morte di Lev, che ha fatto appena in tempo a veder nascere la figlia, la costringerà a cambiare tutti i suoi piani e a stabilirsi da esule nel Sud d’Italia, dove tra stenti e difficoltà, lottando per non rinunciare ai suoi ideali, crescerà da sola la sua bambina: «La nostra villa è appollaiata sul fianco di una collina rocciosa. La mia camera e quella del mio compagno sono al piano superiore. Sulla terrazza si apre una grande vetrata. Giù, dal giardino, salgono fino a noi le rose rampicanti: ogni mattina si schiude e fiorisce una corona di fiori nuovi e vivi. Oltre la scala c’è la stanza del compagno Bilitt, il laboratorio segreto della dinamite. Tutti noi, qui, apparteniamo alla formazione di combattimento del partito social-rivoluzionario: mio marito Lev, io, Bilitt, Rachel Lurié, Volodia Azav. Qui ho concepito la mia bambina, la mia unica figlia. Da ogni finestra vedo il mare, grande e azzurro. Voglio che la mia bambina abbia occhi così: azzurri alla luce del sole e grigi, freddi come l’acciaio, nella tempesta… Il fragore delle onde, il frusciare dei pini, il profumo dei fiori, acri vapori velenosi di acidi e l’odore dolciastro e soffocante della dinamite. Così anche dentro di me: tenerezza e trepidazione della prima maternità, felicità gioiosa di sposa, il lavoro in laboratorio assieme ai preparativi per il viaggio in Russia. Questa creatura amata, tanto desiderata e cara — fiamma azzurra dell’amore —, è abbandonata già prima di nascere, condannata ad essere orfana. Non abbiamo dubbi né esitazioni: siamo abituati ad essere sinceri con noi stessi come lo siamo con gli altri. Siamo certi che la nonna potrà allevare quest’esserino nuovo e nostro, come già allevò suo figlio. Io lo amo, suo figlio: alle mani di lei affiderò la mia creatura».

A mano a mano che il racconto procede, l’autrice deve farsi aiutare dall’immaginazione per riempire i vuoti che le memorie scritte dai protagonisti stessi e le testimonianze raccolte in lunghi anni di ricerca non bastano a colmare e soprattutto per arricchirlo di quei mille dettagli di vita quotidiana che lo rendono unico.
Gli eventi tragici del Novecento travolgono la famiglia Sereni: Enrico, il primogenito di Alfonsa, parteciperà alla prima guerra mondiale e ne uscirà sconvolto, fino a morirne. Né sopravviverà a quegli eventi il legame strettissimo fra il padre di Clara, Emilio, e suo fratello Enzo: affascinati ambedue, in un primo tempo, dal progetto di ritornare nella terra degli avi per costruire là, insieme alle popolazioni arabe, quel mondo più giusto che socialismo e sionismo di sinistra prefiguravano, si divideranno poi dolorosamente, quando il primo deciderà di proseguire il suo cammino aderendo al marxismo e accettandone ogni dogma.
Per gli stessi motivi la figlia di Xenia, detta Xeniuska, troncherà a lungo ogni relazione con la madre, che, pur senza essere ebrea, si era trasferita in Palestina per dare il suo contributo alla realizzazione del sogno di Enzo. E scegliendo il nome di battaglia di Marina Sereni, con il quale firmerà la sua autobiografia, la moglie di Mimmo ribadirà il rifiuto delle sue origini e il desiderio di cancellarle.
Facendo rivivere per noi, a mezzo secolo di distanza, quelle vicende, quegli uomini e quelle donne d’eccezione, Clara Sereni — ebrea per scelta, più che per destino, utopista e ultimista, come si definirà di lì a qualche anno nell’introduzione al Taccuino — scrive parole dolenti e lucide che ancora oggi possono aiutarci a riflettere in modo non scontato sui conflitti contemporanei:

Sionismo, comunismo. Parole che hanno assunto negli anni significati e sfumature diversi: e per chi ha oggi vent’anni il sionismo viene identificato con l’ideologia mortifera della Grande Israele, e il comunismo nel disordine sanguinoso di cui l’Unione Sovietica li ha fatti eredi.
I vent’anni di Enzo e di Mimmo, i febbrili vent’anni di chi era nato con il secolo, trovavano in quelle e in altre parole un denominatore comune: la speranza di un mondo diverso, più giusto ed umano.
Lotte feroci dilaniavano i due gruppi, e non soltanto sul piano verbale: fra i sionisti, il rapporto con le popolazioni arabe era già una discriminante; fra i comunisti, la cultura del silenzio e del sospetto già mieteva le prime vittime. Ma per chi cercava un sogno da vivere, per chi voleva essere parte attiva della forza che porta avanti il mondo, una scelta si imponeva comunque: fra potenti e umiliati, fra vittime e carnefici, fra oppressi ed oppressori.
Quale che fosse il nome che si dava agli oppressi, quale che fosse l’ambito in cui si identificavano gli oppressori. In ogni scelta, entrarono per ciascuno inclinazioni e sentimenti, esperienze patite e nodi psicologici irrisolti, passioni e timori: ma di questo ben poco è dato sapere, perché chi allora scelse di agire usò le parole per cambiare il mondo, e non per raccontare di sé.
Più o meno visibili, restano oggi gli effetti che quelle scelte produssero. E i molti errori, che tutti commisero: perché — come dice un proverbio popolare — chi non fa, non sbaglia.

Gli anni erano spietati, il nemico appariva invincibile: nell’affrontarlo a viso aperto, nel decidere della propria vita tutta intera ci fu chi seppe mantenersi laico, e chi mutuò dalla religione il senso dell’unità indissolubile, e del dogma.