Le streghe di Manningtree di A.K. Blakemore e Vardô dopo la tempesta di Kiran Millwood Hargrave, recensione di Paola Naldi

Libri per capire

Tra le storie che hanno donne come protagoniste, quelle sulla caccia alle streghe offrono molti spunti di riflessione. Anche se i tempi sono cambiati, l’avversione verso il diverso in senso lato si manifesta in vari modi, meno crudeli, ma più “sottili”. Anche i femminicidi, che fanno parte della nostra cronaca, dimostrano come una donna libera, che vuole decidere della propria vita e dei propri sentimenti, sia da annientare da parte di chi vorrebbe controllarla

La caccia alle streghe ha una lunga storia: accusare di fare malefici per danneggiare qualcuno, era un modo per spiegare quello che risultava incomprensibile. Diffusa anche ai tempi di Roma e nel Medioevo, la troviamo molto praticata nel XVI-XVII secolo e oltre.

Questi due romanzi sono particolarmente interessanti e si riferiscono a fatti realmente accaduti.

Le streghe di Manningtree di A.K. Blakemore (Fazi editore) è una storia molto particolare. L’inizio non è immediato, perché bisogna prendere dimestichezza con il nome dei personaggi e la loro situazione. È un racconto corale, che riguarda un paese dove sono rimaste donne, vecchi e bambini, perché molti uomini sono coinvolti nella guerra civile, che sconvolge l’Inghilterra nei primi decenni del XVII secolo. Poi il ritmo della storia si fa più intenso e coinvolge maggiormente. I personaggi sono realmente esistiti: duecento persone sono state denunciate per stregoneria, una quarantina le impiccagioni. Tutto comincia con la misteriosa ed inspiegabile malattia di un bambino e l’arrivo di un inquisitore in paese. Basta poco per accusare una donna di stregoneria… è quello che succede alla protagonista, Rebecca West e a sua madre. Le streghe di Manningtree è il racconto di un processo, ma anche la fotografia della condizione della donna a quei tempi, un amaro ritratto di povertà, ingiustizia e violenza.

Rebecca è colpevole di essere la figlia della vedova Beldam, una donna abituata a bere, rude e senza peli sulla lingua. Una colpa gravissima per una donna del 1600.

Si alternano come voci narranti quella di Rebecca, protagonista principale e quella della scrittrice.

“Penso a mia madre e alle sue stranezze. L’amore spericolato per la sopravvivenza che la fa somigliare a un animale, selvatico e inconoscibile. L’orgoglio, che non le fa difetto, e che intende trasmettermi, così come altre donne tramandano alle figlie un bel corredo e un paio di orecchini di perla. Vuole donarmi l’orgoglio, ma io non intendo accettarlo, perché ho visto quanto ha dovuto lottare per mantenerlo. Lo spirito di sopravvivenza, invece, questa sì che è una dote più interessante. E se siamo destinate a sopravvivere, sopravvivremo solo insieme.”

Quando Rebecca viene catturata insieme ad altre donne, tutte indifese e povere,  comincia il vero inferno e la descrizione delle condizioni cui sono ridotte ci dà il senso della crudeltà cui porta il fanatismo:

Non sono superstiziosa, sono pratica. Ho insegnato a me stessa a osservare e ascoltare. Ho visto abbastanza sofferenza in vita mia da sapere che una mente malata è incline a inventarsi ogni genere di spettro. Meglio incolpare un folletto o uno spiritello maligno per il latte andato a male o per i nodi nella criniera di un cavallo anziché ammettere che la propria sbadataggine possa aver contribuito al problema.

L’autrice sceglie stili diversi: sono mescolati termini ricercati ad altri popolari. Nasce così una storia tristemente reale. Una lettura cruda, straziante e amara!

Vardô dopo la tempesta, di Kiran Millwood Hargrave, edizione Beatseller fa anch’esso riferimento a fatti realmente accaduti. Anche se le protagoniste (Maren, Ursula e altre donne) sono invenzioni letterarie, nella realtà 77 donne sono finite sul rogo in Norvegia nel 1600. A Vardo, per ricordare l’orrore, è stato realizzato un memoriale, sulla collina su cui si svolgevano le esecuzioni, il Steilneset Memorial.

Siamo nel 1617, una tempesta porta alla morte mariti, figli e padri delle donne di un’isola al largo delle coste norvegesi. Dopo un iniziale smarrimento, alcune decidono di darsi da fare, per mantenere la comunità: escono a pescare, macellano la carne, conciano pelli, coltivano i campi…Imparano quello che prima facevano gli uomini. Questi atteggiamenti sono allora considerati indecorosi e viene inviato il sovrintendente Absalom Cornet, crudele e ambiguo personaggio, a gestire la situazione. Arriva con la giovane moglie, Ursa, sposatasi per decisione paterna, terrorizzata dai modi sbrigativi e autoritari del marito. Purtroppo all’interno della comunità si crea una separazione tra le donne che vogliono vivere liberamente e altre che preferiscono adeguarsi ai dettami del fanatismo religioso. Saranno proprio quest’ultime a portare alla distruzione delle prime. Otto donne sono accusate di stregoneria e atti impuri con il diavolo e si assiste al rogo delle prime due: la coraggiosa Kirsten e Fru Olusdatter, imprigionate, torturate e infine bruciate vive. Alcune fuggono e la scrittrice lascia incerto il loro futuro.

Questo racconto è molto incisivo, la scrittrice è bravissima nel descrivere le atmosfere cupe, le condizioni climatiche impietose e la vita quotidiana in tali contesti. Lo stile narrativo ci dà il senso di fatalità e impotenza in cui si trovano queste donne. La ricostruzione storica ha molti dettagli, per rendere immediata la percezione del periodo.

Anche questo romanzo regala forti emozioni.

Sono libri da leggere per capire, che fanno riflettere, il che è sempre importante.