Sto bene è solo la fine del mondo di Ignazio Tarantino – Longanesi 2013, recensione di Daniela Domenici

sto bene

“Un esordio spiazzante, magicamente in bilico fra ironia e tragedia, autobiografia e romanzo”: questa parole tratte dalla quarta di copertina danno, in estrema ma perfetta sintesi, l’idea di cosa sia questo splendido romanzo d’esordio di Ignazio Tarantino che, da quanto si evince dalla biografia, è nato a Monopoli, vive a Firenze dove lavora nel campo dell’arte contemporanea.

Mi è stato consigliato e ringrazio l’amica che mi ha dato questo suggerimento perché il libro è straordinario innanzitutto per lo stile che è completamente esente da qualsivoglia manchevolezza stilistica, che si chiami uso della punteggiatura, concordanza temporale o altro ancora, un dato alquanto raro, ve lo garantisce la sottoscritta correttrice di bozze ed editor.

E lo è ancora di più per la storia narrata in queste 300 pagine che fanno sorridere ma, al contempo, spiazzano, ti lasciano incredul* perché è inimmaginabile pensare al danno che possa arrecare il far parte di una setta religiosa come capita a Giuliano, il giovane protagonista, seguito sin da bambino nella sua crescita psicologica e spirituale con una delicatezza e  un’attenzione ai dettagli che lascia intuire quanto di autobiografico ci sia in questa vicenda narrata in prima persona attraverso gli occhi, puri e teneri di un bambino; e infatti lo stesso autore nella postfazione scrive: “…ho scelto l’artificio letterario del racconto autobiografico di Giuliano per rendere più efficace una vicenda che mi sembrava importante rendere nota. Alcuni fatti vissuti da Giuliano li ho vissuti direttamente, altri li ho osservati da vicino. Avrei potuto scrivere questa storia anni fa, subito dopo la mia espulsione, ma non mi sentivo pronto…”: ringrazio Ignazio Tarantino per il grande coraggio avuto nel rendere nota questa storia che andrebbe fatta leggere nelle scuole per mettere in guardia i bambini e gli adolescenti dagli “accalappiamenti” pseudoreligiosi che possono loro capitare attraverso familiari, come nel caso di Giuliano, ma anche tramite conoscenti e amici, un vero e proprio lavaggio graduale, lento e inconsapevole del cervello.