La serva scaltra e il vecchio gabbato al teatro Goldoni, recensione di Daniela Domenici

la serva padrona

DSCN7164

Ho appena avuto il piacere di assistere, al teatro Goldoni, alla seconda replica de “La serva padrona”, qui ribattezzato “La serva scaltra e il vecchio gabbato”, l’intermezzo buffo in due parti di Giovanni Battista Pergolesi, su libretto di Gennaro Antonio Federico, che fu originariamente concepito per essere un intermezzo all’opera seria “Il Prigionier Superbo” dello stesso autore.

E’ un’opera divertente, piena di ironia, con tre soli personaggi, che è ancora, a quasi tre secoli dalla composizione, molto attuale. E’ uno spettacolo adatto a un pubblico di grandi e piccini, alle famiglie e alle scuole cui, non a caso, sono riservate 4 recite una delle quali è stata quella a cui ho partecipato poco fa.

Inizio i miei complimenti e i miei applausi virtuali, dopo averne tributati tanti dal vivo insieme al pubblico presente, dall’originalissima scenografia che è stata realizzata dagli allievi del corso di Maggio Fiorentino Formazione dal titolo “Realizzare le scenografie per il teatro lirico”  nel 2011.

Bravissimi i tre protagonisti: il basso Donato di Gioia nel ruolo di Uberto, il padrone succube della sua serva, Serpina, interpretata dal soprano Sonia Peruzzo e Alessandro Riccio che ha dato vita all’altro servo, Vespone, dotato di una mimica che provoca risate ininterrotte e che è perfettamente calzante con la gestualità degli altri due coprotagonisti grazie anche all’ottima regia di Silvia Paoli, che ha ripreso quella di Curro Carreres, e ai perfetti costumi di Raffele Del Savio.

L’orchestra in buca è stata ottimamente diretta da Massimiliano Caldi con le cui parole concludo: “Non volendo tradire l’intoccabile e stringata divisione originaria di Pergolesi in 5 arie, 2 duetti e 6 recitativi ho deciso, di comune accordo con la Direzione artistica e col regista, di eseguire, questa volta, un solo finale. La scelta e caduta, ovviamente, sul brillante ed effettistico duetto “Per te io ho nel core” (brano, in genere, molto atteso dal pubblico) che, seppure non pensato inizialmente per quest’opera, fu ben presto preferito da Pergolesi stesso e dal librettista Federico già poco dopo la “prima” napoletana del 1733 e che, da allora, non fu mai più tolto.”

Un ultimo complimento va alla presenza del display su cui apparivano le parole dei due cantanti che ha permesso una migliore comprensione della storia.