“Natale mistico” di Marco Vannini

 marco vannini

La nascita di Gesù fu posta dalla chiesa latina al solstizio di inverno perché  in quella data i romani festeggiavano il sol invictus, ovvero il sole che, giunto al punto più basso del suo corso nel cielo, non scompare però, ma sembra fermarsi, in attesa, e riprende da allora in poi vigore. Come  molte altre, questa  festività cristiana prese così il posto di una pagana:  Cristo, sole di giustizia, sostituì la precedente divinità astrale.  In questi giorni del solstizio tutti  provano comunque una sensazione di pace, che invita al raccoglimento, alla meditazione, e non v’è dubbio che la stagione astronomica e meteorologica sia per questo determinante: il tempo sembra fermarsi, la natura  sembra  silenziosa, in ascolto,  la vegetazione in attesa di rinascita . Oltre alla natura però contribuisce potentemente a questa sensazione  la cultura,  ovvero  il passato cristiano, la cui influenza continua a farsi sentire nostra società post-cristiana: anche molti secoli dopo che Buddha fu morto, come ricorda Nietzsche,  la sua ombra continuò ad essere presente. E non meraviglia che sia così: quel passato era infatti ricco, forte, tanto – ad esempio –   da dare a un oscuro maestro elementare e a un povero parroco di  villaggio  l’ispirazione per quella Stille Nacht, la cui struggente melodia, colma di nostalgia, muove tutti gli animi alla pace, all’amore,  indipendentemente da ogni religione.

Si capisce allora come la chiesa cerchi di far leva su questo sentimento  per cercare di  ravvivare quella fede  che una volta si riteneva  fondata su reali eventi storici, ovvero sulla “storia della salvezza” che da Adamo procede verso Cristo.  Oggi, però, dal momento che  quella storia   appare per ciò che è, una mera costruzione mitico-teologica,  la fede si è  ridotta  a una combinazione di sentimento più fantasia: una cosa  da bambini, dunque. Non caso ai  nostri giorni  il Natale è  festa non solo per un Bambino, ma soprattutto  per bambini.

La fede è infatti in questo caso una credenza, che si difende con una sorta di infantile testardaggine, ignorando la realtà, tanto storica quanto psicologica. Se invece la fede è  volontà di verità, essa  guarda  in faccia la realtà , scoprendo  che quella credenza  è desiderio di consolazione e rassicurazione, frutto del  desiderio di  permanenza di un ego che si sente debole e incerto e che  perciò cerca “salvezza” nel rimando ad altro fuori di sé , restando così sempre nell’attesa, nell’anelito. La fede allora non  produce affatto credenze ma, al contrario, le  toglie via  tutte, smascherando come menzogna anche  l’immaginazione  teologica. La fede  – scrive san Giovanni della Croce –  “non solo non produce nozione e scienza, ma anzi accieca  e priva l’anima di qualunque altra notizia e conoscenza: la fede è notte oscura per l’anima e, quanto più la ottenebra, tanto maggiore è la luce che le comunica”.  Fede come notte, dunque, ma una notte che mentre libera da  ogni presunto sapere di verità esteriori, fa risplendere  una luce interiore,  sapere non di altro ma di se stessa,  sapere che è un essere:  questa, possiamo dire, è la vera stille nacht, heilige nacht,  notte silenziosa, notte santa.

La notte in cui Dio nasce nell’ umanità   è  la notte prodotta dalla fede, ovvero il silenzio, il vuoto  che l’intelligenza ha fatto nell’anima. Il Natale, riferimento a una nascita del divino nel tempo, ha dunque il senso di ri-cordare, nel suo senso etimologico di riportare all’interiorità, risvegliare  nell’anima nostra ciò che le è proprio ed essenziale: il divino che è nel suo fondo più intimo. Questo è il passaggio  aus historie ins wesen, dalla storia all’essenza, come dicevano i mistici tedeschi,  ovvero da una verità esteriore, che non ha alcun effetto, a una verità interiore, che salva davvero.

La salvezza non è infatti dal peccato di un altro, Adamo, da cui un altro, Cristo, ti deve liberare, ma da quel peccato davvero “originale” che è l’amore di sé.  In te è Adamo, in te è Cristo, ovvero tanto l’amore di te stesso quanto l’amore del Bene, e la salvezza ti appare nella sua realtà, non  futura ma presente, non sperata ma reale, quando  il bene degli altri ti è caro quanto il tuo, assolutamente, in nulla di meno. Niente può turbare allora la pace dell’anima: non a caso i mistici ripetono la cosiddetta supposizione impossibile: se anche Dio mi destinasse all’inferno, sarei comunque “salvo”.

Il senso vero del Natale  non va dunque cercato all’esterno ma  in se stessi , non in una costruzione teologica , ma  nel vuoto, nel distacco . Questo è anche il senso profondo della storia che precede e rende possibile la nascita del Figlio, come del resto ogni nascita umana, ovvero la storia della Madre:  Maria  fu capace di generare il divino per la sua umiltà, per la sua verginità, che non significa  una condizione fisica, ma  il  vuoto  fatto  in se stessa.   Il  Logos  nasce infatti nell’anima di ciascuno di noi quando essa è  come Maria:  distaccata, ovvero libera, spoglia  di ogni preteso valore e preteso sapere . Il mistico poeta  Angelus Silesius perciò recita: “Davvero ancor oggi è generato il  Logos  eterno! Dove? Qui, se in te hai dimenticato te stesso”.

Il mistero del Natale si svela infatti quando si comprende il significato  non  blasfemo, ma al contrario profondamente spirituale    –  anzi, esso solo cristiano, senza il quale la religione resta  superstizione, la fede  credenza infantile –  del principio che innerva  la mistica :  Tutto quello che la Sacra Scrittura dice di Cristo, si verifica totalmente anche in ogni uomo buono e divino.

Purtroppo tale principio fu condannato come eretico da uno di quei  papi avignonesi che Dante definisce “lupi rapaci”, separando così divino da umano, sacro da profano, avocando alla chiesa  il monopolio del sacro e con questo ribadendo la divisione  ragione-fede, scienza-religione  che perdura ancora oggi  e che costringe i “credenti”  in quella  condizione di minorità da cui l’ illuminismo, secondo le celebri parole kantiane,  ha inteso togliere l’ uomo occidentale.

Accanto a un Natale storico, nel quale una sola volta, in un solo luogo e in una sola persona, il divino è nato sulla terra, c’è  dunque un Natale eterno, per cui, secondo le parole di Origene, il divino si genera nell’anima non una volta soltanto, ma in ogni istante, in ogni luogo e in ogni uomo, in ogni pensiero che egli  rivolge a Dio con purezza,  in ogni gesto di amore che compie.

Anche se non al solstizio d’inverno, la nascita di Gesù è comunque  un evento reale, non un mito. In quanto ha a che fare con realtà profonde ed universali dell’anima umana, il mito riguarda ciò che non è mai avvenuto ma in eterno avviene, come diceva un filosofo pagano, mentre per il Natale  noi dobbiamo dire : ciò che è avvenuto una volta  e in eterno avviene.  Attenzione però: avviene solo se avviene. Perciò lo stesso poeta mistico che abbiamo prima citato lancia al  suo lettore un avvertimento davvero terribile :“Nascesse mille volte Cristo in Betlemme, se in te non nasce sei perduto in eterno”.

( Repubblica, 24 dicembre 2013)